Sara ed Agar, Isacco e Ismaele

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«Attraverso Isacco da te prenderà nome una stirpe» (Gen 21,12). Fedele alla sua promessa Dio concesse a Sara ed Abramo il figlio tanto desiderato al quale fu imposto il nome di Isacco e praticata la circoncisione. Il nome che significa “Egli ride” è messo in relazione col riso di Abramo e di Sara, meravigliati e sorpresi che alla loro veneranda età avrebbero concepito e generato un figlio. Abramo aveva già avuto Ismaele da Agar la schiava di sua moglie e questo bimbo era diventato oggetto di rimostranza da parte di Sara soprattutto quando aveva visto che i due bimbi giocavano insieme, temendo che Ismaele diventasse erede della promessa. Interviene lo stesso Signore che chiede ad Abramo di prendere in considerazione quanto detto da Sara e cioè l’allontanamento di Agar con suo figlio. Il motivo sottolineato dal testo sacro è perché proprio da Isacco prenderà nome una stirpe perché è lui il figlio della promessa. Anche se la cosa dispiacque molto ad Abramo pure dové adeguarsi al volere di Dio. Agar ed Ismaele, provvisti di pane ed acqua, lasciarono l’accampamento del patriarca, si smarrirono nel deserto di Bersabea, dove stavano per trovare la morte. Intervenne nuovamente il Signore che li salvò assicurando la mamma schiava che avrebbe fatto di Ismaele una grande nazione. Il bimbo crebbe, divenne un abile tiratore d’arco e sposò una donna egiziana. Isacco rimane allora dopo Abramo il capostipite di una stirpe che porta a Gesù di Nazaret. La considerazione di questa storia apre alle prospettive salvifiche di Dio che sempre provvede all’uomo in ogni tempo ed in ogni particolare situazione. P. Angelo Sardone

Pietro e Paolo: colonne della Chiesa

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«Sono questi i santi apostoli che con il loro sangue hanno fecondato la Chiesa: hanno bevuto il calice del Signore e sono divenuti gli amici di Dio» (Antifona d’ingresso della Messa). Con un’unica celebrazione la Liturgia ricorda la Solennità dei santi Pietro e Paolo, gloria del Cristianesimo, campioni della fede, “pietra della Chiesa” il primo, “messaggero di Dio” il secondo, uniti in vita e morte nella testimonianza di Cristo. Furono vittime della persecuzione di Nerone a Roma tra il 64 e il 67 d.C. Pietro, cioè “roccia”, pienamente recuperato da Cristo a seguito dell’attestazione del suo triplice impegno di amore dopo il triplice rinnegamento, è il Principe degli Apostoli, capo della Chiesa e segno della sua unità. Paolo, cioè “piccolo, di poco conto”, è il grande Apostolo dei pagani, che difese e diffuse l’ideale cristiano con la predicazione e le sue 13 Lettere alle prime comunità cristiane: è segno della cattolicità, cioè l’universalità della fede. Pietro fu testimone dei principali avvenimenti evangelici e confessore della fede; Paolo fu persecutore, missionario per eccellenza e finissimo teologo. Meritarono la corona di giustizia preparata dal Signore per tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione e testimoniarono con coraggio la verità della fede cristiana e la sua attuazione nella vita di ogni giorno. Le chiavi e la spada sono i segni che ritraggono la loro identità e missione nella Chiesa. La preghiera anima e sostiene la vita della Chiesa che, come una barca è condotta dal “Pescatore” che oggi ha nome Francesco e guidata dall’inossidabile sapienza teologica dell’Apostolo delle genti. Auguri a tutti coloro che, uomini e donne, portano i loro nomi. P. Angelo Sardone

L’intercessione di Abramo

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«Non la distruggerò per riguardo a quei dieci» (Gen 18,32). Si conclude con questa risposta di Dio la drammatica insistenza con la quale il patriarca Abramo, informato da Dio di ciò che sta per avvenire per Sodoma e Gomorra, supplica il Signore di non distruggere le due città corrotte moralmente. Mentre i due Angeli contemplano dall’alto le città ormai votate allo sterminio, il Signore rimane con Abramo che si fa interprete di una accorata preghiera di intercessione nel tentativo di non far perire i buoni insieme con i cattivi. Essendo segnata la sorte, il patriarca chiede con insistenza, anche col rischio di stancare la pazienza di Dio, se a causa della presenza in quelle città, prima di 50 persone giuste, scalando poi a 45, 40, 30, 20 fino a dieci, quel luogo sarà risparmiato. Oltre quel numero Abramo non osa scendere. Il dialogo è intenso: da una parte Dio misericordioso che accondiscende positivamente ad ogni singola richiesta dell’uomo, dall’altra Abramo che si fa interprete di una responsabilità collettiva dell’intera umanità a perorare la salvezza delle due città e degli abitanti, a motivo della presenza anche di pochi buoni. I profeti Geremia ed Ezechiele confermeranno in seguito che Dio sarà disposto a perdonare Gerusalemme anche se vi fosse un solo uomo giusto! Sappiamo che per Sodoma e Gomorra che si distinguevano nell’antichità per il gravissimo vizio contro la natura in abominio agli Israeliti e punito con la morte, non fu così. Furono distrutte insieme con l’intera valle, dal fuoco e dallo zolfo piovuti dal cielo. Nella storia e nel tempo si sono ripresentate situazioni analoghe di perversione. La pazienza e la misericordia di Dio sono state e continuano ad essere sempre grandi. P. Angelo Sardone

La fanciulla rediviva

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La fanciulla si alzò e camminava. Aveva infatti dodici anni (Mc 5,42). L’evangelista Marco in un’unica sequenza racconta il duplice miracolo operato da Gesù sul litorale di Cafarnao a ritorno dalla traversata del lago, quasi a riprendere una attività lasciata sospesa: la guarigione della donna chiamata dalla tradizione “emorroissa” a causa delle continue perdite di sangue e la risurrezione della figlia di Giairo. Uno dei capi della locale sinagoga gli si getta ai piedi con un gesto che riconosce la grande autorità del Maestro ed invoca la salvezza della figlioletta ormai agli estremi. Mentre Gesù si muove per andare da lui, tra la tanta gente che lo circonda e lo segue, gli si avvicina fiduciosa l’emorroissa col desiderio di toccargli almeno il lembo del mantello e poter essere guarita. In effetti il contatto col mantello le procura la immediata guarigione. Timorosa ed impacciata per quel che è successo dinanzi a Gesù che aveva avvertito la forza risanante uscita da Lui, la donna gli confessa tutto: erano anni ed anni che lottava dietro i medici senza alcun risultato. Sopraggiunge la ferale notizia della morte della bambina, ma ciò non impedisce a Gesù di andare a casa del dignitario religioso insieme con i tre fidati Apostoli. Entra nella camera ardente ed ingiunge alla fanciulla morta di alzarsi dicendole in aramaico: «Talitha kumi», cioè «Fanciulla, alzati». Ed il miracolo si compie. Marco annota come entrambi i casi hanno in comune il numero dodici: tanti gli anni della malattia della donna, tale l’età della bimba. Forse non si tratta di una casualità data la frequente ricorrenza di questo numero nelle pagine bibliche. Il suo significato con multipli e derivati, sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento fa riferimento alla pienezza. Ogni incontro con Cristo ed ogni suo intervento porta sempre la pienezza in guarigione, gioia, stupore, vita nuova. P. Angelo Sardone

Nulla è impossibile a Dio!

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«C’è forse qualche cosa d’impossibile per il Signore?» (Gen 18,14). Alle querce di Mamre il Signore ha un importante appuntamento con Abramo. Gli si manifesta sotto le sembianze di tre uomini che sono da lui accolti con grande premura e generosità. Le regole del costume sociale impongono al patriarca una accoglienza speciale fatta di attenzioni e cortesie mentre Sara, per ordine suo prepara loro da mangiare. Il testo riportato dall’autore sacro si esprime coi termini al singolare: sono tre gli uomini, ma il dialogo si svolge con una sola persona. In questo tratto biblico spesso gli esegeti hanno intravisto la Trinità, o anche Dio e due Angeli (Gen 19,1). Per dare la ricompensa ad Abramo non solo per l’accoglienza ma soprattutto per la fede dimostrata, Dio promette che Sara, sua moglie, pur avanti nell’età, l’anno successivo partorirà un figlio. Sara nascosta dietro la tenda ascolta tutto e considerando la sua età non più florida, avvizzita ed incapace di provare piacere con suo marito anche lui vecchio, ride. Ripresa dal Signore, ella nega per vergogna o confusione. Ma Dio le conferma che diventerà madre perché a Lui nulla è impossibile. Queste stesse espressioni saranno riproposte nell’annunciazione a Maria, quando l’angelo Gabriele ribadirà alla fanciulla di Nazaret che Dio può davvero fare tutto. Il dono della maternità è appartiene a Dio. Ciò è significativo soprattutto oggi, quando sembra che non solo a Dio ma anche all’uomo tutto è possibile. Dio sovverte la natura per il bene ed in vista del bene. Non sempre è così per l’uomo: talora egli si rende responsabile di azioni nefaste quando approva e sostiene come leciti e normali, comportamenti e scelte immorali, anche contro la natura. P. Angelo Sardone

Sara partorirà un figlio

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«Sara, tua moglie, ti partorirà un figlio e lo chiamerai Isacco» (Gen 17,19).

Dopo aver confermato la sua alleanza con Abram, il Signore gli chiede di camminare in maniera integra, cambia il nome a lui ed alla moglie ad indicare l’inizio di una nuova identità di vita e gli dà rassicurazioni chiare e vincolanti per la sua vocazione e missione. È umanamente difficile che un uomo a cento anni diventi padre ed una donna a novant’anni partorisca un figlio. Ma a Dio tutto è possibile e questa certezza si concretizza nella storia che vedrà Abramo padre di una moltitudine. La sterilità ed il desiderio di diventare madre da parte di Sara viene momentaneamente compensata dalla nascita di Ismaele, figlio di Abramo, dalla sua schiava Agar. Ma ora l’intervento del Signore è risolutorio ai fini della discendenza annunziata come cosa strepitosa e fuori di ogni norma: numerosa quanto le stelle del cielo e la sabbia del mare. In Isacco che nascerà da Sara, saranno confermate le promesse di Dio con una alleanza perenne per essere in assoluto il suo Dio. La circoncisione di ogni maschio sarà l’espressione visibile dell’alleanza. Il rito di iniziazione che ha un significato religioso o magico a seconda delle credenze dei popoli dell’antichità, diviene il segno di un patto e di una catena vincolante di Abramo con Dio. Il dono di un figlio a Sara, pure in una situazione di assoluta impossibilità per la mente e l’azione umana, è il compenso che Dio dà al desiderio più profondo della donna, espressione della sua primaria vocazione: la maternità. Dio, dispensatore della vita, sa come e quando essa deve annidarsi nel grembo di una donna che Lui rende fecondo. P. Angelo Sardone

Natività di S. Giovanni Battista

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«Fin dal grembo di mia madre Dio ha pronunciato il mio nome» (Is 49,1). L’odierna solennità della natività di S. Giovanni Battista, rientra nella dinamica liturgica che, come e dopo Gesù e Maria, dà rilievo alla sua nascita in terra e si colloca a tre mesi esatti dall’Incarnazione del Verbo di Dio nel grembo della fanciulla di Nazaret. Di nessun’altra creatura, infatti, si celebra tale evento: esso sottolinea il legame fondamentale che esiste con Gesù nel piano di salvezza. Giovanni è un uomo straordinario predestinato da Dio come Precursore di Cristo e preordinato a tale missione già prima della sua nascita. Le note evangeliche riportate da S. Luca con rigorosa analogia a quelle del Salvatore, anticipano l’avvenimento salvifico di Cristo e riproducono l’annunzio della nascita di Giovanni al padre Zaccaria, il conseguente suo mutismo a causa dell’incredulità, la visita di Maria e l’incontro con Elisabetta. La nascita del bimbo viene segnata dall’imposizione a sorpresa del nome Giovanni, che in ebraico significa “Dio è benigno”. Viene così sottolineata l’iniziativa di Dio con un dono grande concesso a due genitori avanti nell’età e ad una donna, Elisabetta, peraltro sterile. L’avvenimento desta stupore in tutti coloro che ne sentono parlare e costituisce un segno manifestativo della grandezza di Dio e della sua fedeltà al compimento del progetto di salvezza. Dio guiderà e proteggerà la vita di questo bambino. Zaccaria sotto l’azione dello Spirito Santo pronunzia il meraviglioso cantico del “Benedetto” esaltando il Signore che visita e redime il suo popolo ed il compito profetico del bambino, precursore del Signore che sarà luce e guida del popolo sulla via della pace. In Giovanni si avvera l’antica credenza giudaica di vedere reincarnata la figura del grande profeta Elia. Auguri a tutti coloro che portano il nome di Giovanni o Giovanna e simili. P. Angelo Sardone

La vocazione di Abramo

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«Vattene dalla tua terra. Farò di te una grande nazione. Renderò grande il tuo nome» (Gen 12,1-2). La narrazione biblica di Abramo “padre di una moltitudine”, comincia già nella conclusione del capitolo 11 della Genesi, quando viene presentata la discendenza di Sem, figlio di Noè. Insieme con suo padre Terach è sceso da Ur dei Caldei in Mesopotamia, per andare verso la terra di Canaan, tra l’Egitto e la Siria e si è fermato a Carran. Qui il Signore, dopo il lungo silenzio a seguito del diluvio, gli parla. Con lui comincia la rivelazione biblica. Il testo è secco e senza fronzoli: «Vattene dalla tua terra, dalla casa di tuo padre. Ti indicherò io stesso il paese dove devi andare!». Gli viene ingiunto di rompere i legami di carne e andare verso un paese sconosciuto portando con sé sua moglie Sara, suo nipote Lot ed i loro beni. La prospettiva è semplicemente di fede: Abramo non sa dove va, cosa gli accadrà; si fida delle indicazioni di Dio e della duplice promessa: diventare una grande nazione, pur non avendo discendenza, ed avere un nome grande. La storia successiva glielo riconoscerà come «padre nella fede» per tutti coloro che nella stessa fede si riconosceranno suoi figli. Ciò avviene intorno al 1850 a.C. La storia di ogni vocazione e di ogni risposta alla chiamata di Dio va letta in filigrana analogamente alla storia di Abramo: il comando del Signore richiede una fede matura sia dal punto di vista umano che spirituale. Non è sempre facile entrare nell’ottica della fede, fino a quando non ci si abbandona completamente all’amore di Dio ed alla sua volontà, non di potenza, ma di Provvidenza. P. Angelo Sardone

L’unica onnipotenza è di Dio

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«Fin qui giungerai e non oltre e qui s’infrangerà l’orgoglio delle tue onde» (Gb 38,11). Vi è una diffusa convinzione di sapere tutto e di poter fare tutto. La letteratura biblica, didattico-sapienziale, in particolare col libro e col mondo di Giobbe, ridimensiona questo parossismo intellettuale soprattutto quando si pensa di riferire queste categorie anche alla conoscenza ed alla comprensione di Dio e del mondo laddove sembra che Dio sia assente o addirittura perseguita e fa soffrire le creature. Tutti i tentativi possono infrangersi contro un muro invalicabile. Alle provocazioni umane risponde ironicamente lo stesso Dio partendo dall’immagine della terra e del mare. Prende quasi per mano Giobbe e lo porta a visitare l’universo contemplando la terra ed il mare e, come punzecchiandolo, lo invita a riflettere se con Dio che creava c’era l’uomo; se al mare che usciva impetuoso come da un seno materno, quando era rivestito di nubi e fasciato con una nuvola, quando gli era assegnato il limite, quando gli ingiungeva di non andare oltre il confine segnato, c’era la creatura umana. Le pretese degli stolti e degli orgogliosi ignoranti di ogni tempo oltre che sulle barriere di Dio vanno ad infrangersi su quelle di uomini saggi e pazienti che tante volte preferiscono il silenzio dinanzi ad affettate e pseudo spirituali affermazioni che infastidiscono solamente. Non si può pretendere che il Signore intervenga e risponda direttamente a chi si mette a tu per tu con Lui e parlare con termini di rimprovero effettivo anche se con palese ironia; a meno che non è convinti che dietro un’autorità superiore ci sia effettivamente Dio. P. Angelo Sardone

Il vanto della debolezza

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«Di me stesso invece non mi vanterò, fuorché delle mie debolezze» (2Cor 12,5). La consapevolezza umile e sincera, porta S. Paolo a non negare la reale situazione di privilegio a lui riservata da Cristo per il suo apostolato. Pur di difendersi e non lasciarsi mettere sotto i piedi da presunti apostoli e dai Corinti che vanno facilmente dietro a certe affermazioni di sola convenienza, Egli enumera, non senza vergogna, le rivelazioni e le visioni e non ultimo il privilegio che il Signore Gesù gli ha riservato: è stato rapito fino al terzo cielo e ha udito cose che non si possono pronunziare. Per ben due volte richiama poi l’assoluto oggetto del suo vanto: le sue debolezze, evidenziando il fatto che proprio per non farlo montare in superbia Gesù ha permesso che gli fosse conficcata nella carne una spina e che un inviato di Satana lo schiaffeggiasse. Si suppone che si tratta di tentazioni della carne contro la castità, di persecuzioni subite, di qualche malattia come le febbri malariche. Nella mentalità ebraica queste cose erano dovute ad un intervento diretto del diavolo. Umiltà ed abnegazione non possono non fare i conti con l’assoluta realtà dei fatti che sono enormemente superiori alle debolezze vantate. La grazia di Dio è più grande di qualsiasi cosa e si manifesta in forma piena proprio nella debolezza che rende davvero forti. Questa contraddizione terminologica è un nuovo modo di intendere il rapporto concreto e vero col Signore che per mezzo della sua grazia santifica, orienta, sostiene, vivifica. Quanto c’è da apprendere da parte di tutti, religiosi e laici, piccoli e grandi per realizzare un autentico cammino di sequela del Signore! P. Angelo Sardone