La seconda e definitiva venuta di Cristo

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«Il giorno del Signore verrà come un ladro di notte» (1Tes 5,1). I Tessalonicesi erano preoccupati nel vedere tardare la seconda venuta del Signore e si chiedevano quale fosse la data esatta e l’ora. Era una delle questioni dibattute nella comunità. La prima lettera di S. Paolo è imperniata sulla venuta gloriosa di Cristo. Le espressioni da lui adoperate contrastano la situazione di lassismo che aveva ingarbugliato la vita cristiana degli abitanti di Tessalonica. Il suo scopo e preoccupazione sono quelli di suggerire i modi per superare i pericoli dell’ultima e grande ora. Il giorno del Signore, cioè la sua manifestazione definitiva, è incerto e per tanti versi fatale: giungerà come un ladro che irrompe in casa. È incerto il momento nel quale ciascuno sarà chiamato a rendere conto della sua esistenza terrena attraverso il passaggio della morte ed il primo giudizio. Incertezza e rischi diversi sono tenuti a bada da un’attenzione desta in ogni momento, al pari dei dolori di una donna incinta che sta per partorire. Alla pace ed alla sicurezza decantata si opporrà la precipitazione improvvisa della rovina. Questa sottolineatura è in linea con diversi passi apocalittici riportati anche dai profeti. La conoscenza di queste particolari situazioni e dei modi di come attenderle, deve essere sempre nota. Chi vive nel peccato vive nell’ignoranza di Dio, accecato spiritualmente e moralmente. La tematica, attuale in ogni tempo, più che sconvolgere e far ricercare ostinatamente una probabile data, deve indurre invece a vivere bene il presente, come kairos, cioè tempo propizio per fare il bene. P. Angelo Sardone.

La forza della legge, la forza dell’amore

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«Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne toglierete nulla; ma osserverete i comandi del Signore, vostro Dio, che io vi prescrivo» (Dt 4,2).

Il Deuteronomio è il quinto dei cinque libri di Mosè (Pentateuco). Fa da corollario all’Esodo e contiene tre grandi discorsi di Mosè con un vero e proprio tono omiletico. In esso viene ribadita l’importanza di osservare la Legge di Dio ed i suoi precetti e di ripudiare gli dei stranieri: è infatti Jahwé che ha condotto il popolo d’Israele fuori dall’Egitto nel deserto e nella Terra promessa. La Legge di Dio è contenuta nelle diverse raccolte del Pentateuco che dimostrano lo sviluppo della legge israelita con l’incremento della stessa società. Costituisce la base essenziale della fede e della vita del popolo. L’autorità della legge è determinata fondamentalmente dall’adesione all’alleanza: vivere sotto la legge era il dovere che le clausole dell’alleanza avevano imposto. Ogni legge era l’espressione della volontà di Dio, un dovere religioso, un obbligo sacro. Tutto ciò non solo per evitare l’anarchia ed il disordine, ma soprattutto per affermare la condizione teocratica del popolo che aveva Dio come Signore di tutto e legislatore. La sua libertà anche se sembrava condizionata, era in effetti protetta. Ciò spiega anche il fatto che le prescrizioni e le normative scritte, sono in un certo senso blindate da Dio stesso perché sono più saggi e più giusti di quelli degli altri popoli. Così viene garantita l’esistenza ed attraverso i comandamenti si è introdotti nella vita del Signore. La vita libera è legata all’obbedienza ai precetti. La disobbedienza può comportare la perdita della terra. Il rapporto con Dio, comunque non è questione giuridica, ma di cuore. La sua legge fondamentale è l’amore perché Dio è amore, è libertà, è unità e verità. P. Angelo Sardone

Un santo sempre attuale

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«Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai. Tu eri dentro di me ed io ero fuori. Lì ti cercavo» (Confessioni). Uno dei santi più conosciuti, studiati e citati di ogni tempo è S. Agostino di Ippona (354-430). Personalità poliedrica nella sua grandezza, retore, filosofo e teologo di grande spessore, a distanza di secoli si pone come icona della ricerca intelligente, sistematica e coerente di Dio, passando attraverso il cammino di conversione e di adesione completa al Vangelo di Cristo. La sua giovinezza cosparsa di esuberanze, avventure e facili adescamenti al male, ha trovato nella maturità di esperienza diretta di Dio, la vena di realizzazione piena, della ricerca della verità e della serenità non sperimentata negli amori, nella retorica, nel facile benessere materiale. La svolta della sua vita, passata attraverso il Manicheismo e la rigida distinzione tra il bene ed il male, fino a considerare puerili le manifestazioni religiose della madre Monica ed irrazionali i presupposti evangelici, giunse con la lettura di un testo profano, l’Ortensio di Cicerone che lo invitava a rientrare in se stesso. S. Ambrogio vescovo e Sempliciano sacerdote, a Milano, S. Paolo poi con la lettera ai Romani, gli conferirono i parametri giusti per aprirsi in maniera adeguata alla grazia di Dio che bussava insistentemente al suo cuore. La scelta della castità perfetta e della vita ritirata in monastero, l’ordinazione sacerdotale e poi vescovile, fecero il resto. Aveva trovato dentro e non fuori di sé, la risposta ai suoi perché, perchè aveva cercato e trovato Dio. P. Angelo Sardone

Santa Monica, la donna e mamma forte

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«Questa è volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dalla impurità, senza lasciarvi dominare dalla passione» (1Tes 4,3). Il desiderio di Dio e quello dell’evangelizzatore, è che ciascun evangelizzato si comporti secondo le indicazioni ricevute per potersi distinguere in mezzo ad una generazione perversa e degenere (Fil 2,12). Le raccomandazioni dell’Apostolo Paolo mirano costantemente proprio a questo e si amplificano con una motivazione chiara ed inequivocabile: la volontà di Dio. Le norme ricevute sono parte integrante di questa volontà che ha di mira la santificazione. Essa è l’espressione immediata della prima e fondamentale vocazione del cristiano: andare verso Dio che santifica, imitare Cristo che si è fatto santificazione, percorrere il cammino di perfezione con la cooperazione dello Spirito Santo, santificatore. Queste indicazioni sono state prese alla lettera e realizzate in pieno da S. Monica (331-387), madre di S. Agostino. Conosceva la Scrittura: la forza da essa derivante, l’assidua preghiera e la coerente testimonianza furono per lei indispensabili perché il figlio si mettesse sulla retta via con una conversione convinta e radicale. Con il figlio ormai trasformato dalla grazia e propenso a dedicarsi all’unione con Dio nella vita monastica, ebbe frequenti colloqui spirituali nella casa di Ostia dove, a seguito di febbri alte, all’età di appena 56 anni concluse la sua vita davanti ai suoi figli. S. Monica è l’esempio della donna forte che passa dall’inquietudine per il figlio alla serenità appagata dalla fede e dalla certezza della conversione e del cammino di santità di Agostino, rinnovato dalla grazia. P. Angelo Sardone

Il serio annunzio del Vangelo

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«Ora, sì, ci sentiamo rivivere, se rimanete saldi nel Signore» (1Tes 3,8).

L’annunzio del vangelo non è mai un idillio: le tribolazioni non mancano sia a chi annunzia che a chi ne beneficia. La preoccupazione di Paolo è lecita e concreta perchè sa bene che la lotta e gli impedimenti di qualunque sorta sono sotto la regia di Satana. Per cui succede che dopo aver accolto con generosità e fiducia la Parola, il demonio, o persone superdotate ed influenti, o ancora l’instabilità stessa della fede ed il facile entusiasmo sentimentale e non di presa di coscienza attiva, possono far desistere i fedeli. L’entusiasmo e l’adesione iniziale diventa una banderuola che si affida alle facili ed ingannevoli correnti che si nascondono anche dietro le migliori intenzioni o le meteore passeggere di annunciatori super moderni e “simpatici” che sghignazzano risate e propongono un vangelo accomodante ed assolutamente inefficiente a persone altrettanto mediocri ed instabili. L’Apostolo testimonia la necessità di prendere notizie aggiornate sui fedeli, per timore che il tentatore e le tentazioni abbiano il sopravvento. E quando si accerta che le notizie sono buone ed il ricordo è sempre vivo, si sente consolato ed accantona angoscia e tribolazione determinati dalla paura di una loro facile infedeltà. La saldezza nella fede dei credenti è la più bella ricompensa per chi annunzia. Essa ripaga sacrifici, rinunzie e non si risolve in vuote illusioni. La storia di ogni apostolato parrocchiale, missionario, sacerdotale, passa attraverso queste coordinate. Se i fedeli comprendono e sono maturi, l’esito è positivo; se non lo sono, è un brutto pasticcio ed una tragica illusione per laici e preti! P. Angelo Sardone

La tenerezza paterna di S. Paolo

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«Come fa un padre verso i propri figli, vi abbiamo incoraggiato e scongiurato di comportarvi in maniera degna di Dio» (1Tes 2,11-12). Il tono affettuoso e paterno di Paolo nei confronti dei nuovi cristiani di Tessalonica, è ricco di profonda umanità e verità derivanti dall’esperienza giornaliera che l’Apostolo ha fatto in mezzo a loro, amando e sentendosi riamato. L’annuncio del Vangelo pur essendo avvenuto tra tante lotte, è stato caratterizzato non da torbidi motivi o frode, non da cupidigia alcuna, ma solo ed esclusivamente da una amorevolezza materna e da affetto vero fino al punto di desiderare di dare la vita per loro. Il contenuto più espressivo è delineato dall’incoraggiamento ad andare avanti e dall’insistenza ad un comportamento degno della dignità di figli di Dio e di fedeli osservanti del Vangelo. L’esempio dell’Apostolo è la migliore scuola di vita: la fatica ed il travaglio diuturno per non essere di peso ad alcuno e lo zelo nell’annunzio della Parola che salva. Quanto è bello e significativo per ogni missionario, soprattutto sacerdote, poter esprimere nel proprio ministero il tatto paterno ed il tocco profondo del suo amore, interessato unicamente al bene dei fratelli. E quanto è anche bello che i fedeli comprendano questa verità ed in cambio gli manifestino un amore altrettanto disinteressato fatto non di moine occasionali, opportuniste ed egoistiche, ma di gesti concreti, discreti, intelligenti ed opportune manifestazioni di affetto! Quante volte dobbiamo assistere, sacerdoti e laici, a puerili ed immaturi scimmiottamenti da parte degli uni e degli altri! Ci sono davanti le esigenze vere e sempre attuali del Vangelo di Cristo. P. Angelo Sardone

San Bartolomeo scorticato per amore del Maestro

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«Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?» (Gv 1,46). Questa singolare espressionepronunziata da Natanaele, il Bartolomeo riportato negli elenchi dei Dodici Apostoli dai vangeli Sinottici, quasi squalifica la grandezza e l’autorità del Maestro. Non fu chiamato direttamente da Gesù ma portato a Lui dal suo amico Filippo che gli disse con entusiasmo di aver trovato Colui del quale avevano scritto Mosè ed i Profeti. L’unico neo era determinato dal fatto che questo Gesù, figlio di Giuseppe, proveniva da Nazaret. Ciò costituisce per Natanaele che sicuramente conosceva la Legge, una sorta di pregiudizio che gli crea difficoltà a credere che un uomo proveniente da un minuscolo paese potesse essere proprio quello di cui le Scritture e le Profezie avevano detto del Messia. Convinto comunque dall’amico che gli aveva chiesto di accertare personalmente l’identità di Gesù andandogli dietro, si muove e quando è davanti a Lui i pregiudizi sono azzerati. Il più bell’elogio glielo fa proprio il Maestro di Nazaret, definendolo un vero Israelita nel quale non c’è frode e rivelandogli alcuni particolari della vita che solo lui poteva conoscere. Smascherato e sopraffatto da questa rilevante e misteriosa personalità, latore di una conoscenza soprannaturale di avvenimenti e persone, Natanaele proclama la sua professione di fede e da allora segue quell’Uomo di Nazaret che prima in un certo senso aveva quasi disprezzato. La sua testimonianza di fede, come narra la Tradizione, lo porterà fino alle estreme conseguenze: per amore di Gesù si farà scorticare vivo! Qualsiasi forma di pregiudizio, soprattutto nei confronti della fede e di Gesù Cristo viene annullata da una conoscenza seria e da un’esperienza concreta. P. Angelo Sardone

Le virtù teologali a Tessalonica

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«Tengo continuamente presenti l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza» (1Tes 1,3). La prima Lettera di Paolo ai Tessalonicesi è considerata il primo scritto dell’Apostolo, composta intorno al 50 d.C. nel soggiorno invernale a Corinto. In generale essa traccia esortazioni di condotta cristiana che saranno riprese ed espresse in altre sue lettere. Tessalonica, l’odierno Salonicco, si trovava sulla via Egnazia, la strada che collegava l’Italia con Bisanzio. Aveva un porto ed un fertile retroterra. Paolo la raggiunse nel suo secondo viaggio: fu accolto bene dai pagani ma non dai Giudei talmente ostili da suscitare una rivolta contro di lui. Paolo ha un grande amore per i Tessalonicesi e li indica come il suo vanto. Nell’indirizzo iniziale e nelle felicitazioni introduttive esalta i valori teologali espressi nelle rispettive virtù e nella pratica di vita cristiana. In particolare, l’impegno operoso nella fede, la fatica nell’esercizio della carità, la costante speranza nel Signore Gesù Cristo. Queste tre disposizioni cristiane sono il frutto dell’ascolto e dell’accoglienza del Vangelo e determinano praticamente l’azione nella vita della Chiesa locale. Rappresentano parametri sempre attuali e costitutivi dell’essenza della Chiesa che deve necessariamente distinguersi nella prassi di vita dei cristiani a partire da una fede certa, da una carità operosa e da una speranza continua in Cristo. Come Paolo, gli attuali pastori devono essere autentici e pazienti missionari in una società che respinge questi valori e comunità che facilmente li annacquano. Oggi la Chiesa ricorda S. Rosa da Lima (1586-1617), uno dei primi fiori di santità dell’America Latina. Nella sua bellezza e nel suo ardore di vita dà lustro alla Chiesa ed esalta la grandezza delle virtù cristiane. Auguri a tutte coloro che ne perpetuano il nome. P. Angelo Sardone

Il Pane della vita: mistero di fede

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  1. «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?» (Gv 6,60). L’intenso ed articolato discorso del pane che Giovanni riporta nel capitolo sesto del suo Vangelo, si conclude con una duplice affermazione, dura in entrambi i casi. Molti dei discepoli, gente comune ed anche gli Apostoli, non hanno capito la portata dell’insegnamento certamente non facile da comprendere perchè innovativo, rivoluzionario, fuori di ogni logica umana. I termini adoperati dal Maestro sono profondi ed alti: non si tratta di un pane materiale ma spirituale, non di un dato terrestre ma celeste, non di un concetto ma di una persona, Cristo stesso che si fa cibo e bevanda di vita offrendo il suo corpo e sangue. Il pane è solo il segno concreto, visibile, reale nella sua materialità e verità. Gesù afferma che bisogna mangiare il suo corpo e bere il suo sangue ed adopera il verbo “troghein” che nel linguaggio greco significa mangiare facendo rumore, proprio come avviene con il pane croccante. Il grande miracolo che il Concilio di Trento definirà “transustanziazione”, è la trasformazione della sostanza del pane e del vino nella sostanza del corpo e del sangue del Signore. E questo per sempre, col “memoriale” della Pasqua di morte e risurrezione, nella celebrazione della santa Messa. È quindi più che normale che la gente non capisca e dichiari dura ed incomprensibile la Parola. Ma Gesù non cede e non torna indietro pur vedendo che molti si allontanano da Lui. Proprio ai Dodici Gesù dice: volete andarvene anche voi? Pietro si fa loro interprete proclamando una grande professione di fede: Tu solo hai parole di vita eterna. L’Eucaristia che anche oggi celebriamo è un eminente mistero di fede, difficile da credere! P. Angelo Sardone

XXI domenica del Tempo ordinario: sintesi liturgica

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Nell’assemblea di Sichem riservata alle tribù di Israele ed ai responsabili del popolo, Giosuè chiede espressamente se intendono servire il Signore o gli dei degli Amorrei nel territorio ora abitato. La risposta è precisa: vogliono servire il Signore dei Padri, avendo conosciuto i grandi segni da Lui operati e la custodia da Lui beneficiata. La vicendevole sottomissione all’interno del matrimonio cristiano, rende i mariti e le mogli complementari nel reciproco dono dell’amore. Il marito che ama la moglie, ama se stesso. L’abbandono dei genitori ed il vincolo di unità col coniuge esprimono e manifestano la grandezza del mistero in riferimento al prototipo di Cristo che ama la Chiesa sua sposa. Nella linea del mistero si colloca la conclusione del discorso di Gesù sul Pane della vita: è incomprensibile umanamente e motivo di abbandono del Maestro. Lasciati liberi di andare, i discepoli riconoscono di non sapere dove andare, scostandosi dalla Parola di vita eterna e dal Santo di Dio. P. Angelo Sardone