Autore: Angelo Sardone
Il peccato di Davide
«Tu sei quell’uomo!» (2Sam 12,7). La vicenda trionfale di Davide si scontra con il limite umano determinato dalla sua passione ingannatrice e dalla morsa del peccato nel quale cade vistosamente e la pianificazione sistematica del suo intervento omicida. Il fascino di una donna avvince il suo cuore: avrebbe potuto averne molte, ma sedotto dalla bellezza ha ripiegato su Betsabea, coniugata con Uria l’Ittita. La sua gravidanza lo mette nella condizione di agire disonestamente prendendosi poi le sue responsabilità. Le conseguenze sono drammatiche: pur essendo ligio al suo dovere di soldato ed avendo rifiutato tutte le subdole azioni del re che avrebbe voluto coinvolgerlo personalmente nella responsabilità del concepimento di suo figlio, il soldato Uria viene rinviato in battaglia, fatto mettere volutamente in prima fila per essere ucciso. Seppure si è sbarazzato di lui, il re non la fa franca perché il Signore gli manda il profeta Natan che lo svergogna e lo richiama alla sua terribile responsabilità. Attraverso l’espediente letterario della pecora sottratta da un re ad un povero che aveva in lei tutta la sua ricchezza ed i suoi affetti, il profeta smaschera Davide indignato per il comportamento autoritario del re della parabola, dicendogli apertamente che quel re è proprio lui ed il suo comportamento nei confronti di Uria è lo stesso di quello sciagurato re. Davide ammette: ha peccato, ma è sinceramente pentito. Il perdono del Signore lo avvince, ma non gli risparmia la giusta penitenza. Anche per il peccato più grave Dio concede il perdono quando uno è davvero pentito. P. Angelo Sardone
S. Tommaso d’Aquino sublime modello di santità e cultura teologica
«Il granello di senape cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto» (Mc 4, 31-32). Nella sua predicazione Gesù spesso fa ricorso ad immagini tratte dal mondo rurale, vicino e comprensibile al suo uditorio. Nella proclamazione del Regno e nell’attestazione della sua entità l’immagine diviene davvero efficace: il Regno, cioè la sua persona, l’annunzio del Vangelo, è una piccola realtà, come un minuscolo granello di senape. Quando cresce diviene un alberello sul quale possono posarsi anche gli uccelli. Il dovere di annunziare il Vangelo affidato agli apostoli è passato attraverso i secoli sulle spalle e nelle vite di uomini e donne, religiosi e laici, che nella semplicità, nella piccolezza e nel nascondimento hanno fatto fruttificare un bene così prezioso. Il domenicano S. Tommaso d’Aquino (1225-1274), uno dei massimi dottori della Chiesa, di una cultura enciclopedica ed una sistematicità di esposizione eccezionale, si pone in questa scia. La sua santità e le sue opere corpose sono un monumento filosofico e teologico di straordinario valore, mirabile compendio (Lui stessi ne definì alcune “Summae”), che sfida il tempo e condiziona tuttora lo scibile teologico. Pur indirizzato alla vocazione benedettina, dopo alcuni studi all’università di Napoli scelse egli stesso l’Ordine di S. Domenico. S. Alberto Magno che insegnava a Parigi e l’ebbe come alunno, comprese la sua enorme capacità ed il suo genio intellettuale. Preghiera, meditazione, studio incentrato in Gesù Cristo, insegnamento accademico, furono gli elementi che contraddistinsero fino in fondo la sua vita. Tutt’oggi si rimane sbalorditi dinanzi a tanta sapienza e santità di vita. P. Angelo Sardone
Davide e l’Arca dell’Alleanza
«La parola che hai pronunciato sul tuo servo e sulla sua casa confermala per sempre e fa’ come hai detto» (2Sam 7,25). Arso di zelo per il Signore e non volendo che di Dio presente nell’Arca avesse una dimora impari al suo palazzo reale, Davide annunzia al profeta Natan la sua intenzione di costruire una casa apposita per Dio invece della tenda. Il profeta appoggia l’idea, ma è Jahwé stesso a fargli comunicare solennemente che sarà Lui stesso a fare a Davide una casa, intesa come stabilità in un luogo, manifestazione della sua protezione, della sua paternità, la dinastia attraverso la quale verrà il Messia. Si tratta di una delle più grandi ed importanti profezie messianiche che attestano la discendenza davidica dalla quale nascerà Gesù. Attraverso il profeta, Dio dispiega agli occhi del re, in risposta al suo desiderio di dare stabilità all’Arca dell’Alleanza, il suo volere di dare stabilità al suo regno che troverà in Gesù Cristo l’espressione massima. Dinanzi a questa manifestazione Davide non può fare altro che gioire e la sua gioia diviene una intensa preghiera. Partendo dalla presa di coscienza della sua identità e facendo memoria del suo passato, della scelta di Dio e di tutte le azioni che Egli ha compiuto, il santo Re chiede a Dio di dare conferma a quanto ha detto e fatto, per sempre. È un bellissimo prototipo di preghiera al quale potersi ispirare quando ci si incontra con Dio e da Lui si ricevono istruzioni precise sul da farsi. Il desiderio dell’uomo si compie così nel confronto col desiderio di Dio che ha necessariamente il sopravvento per il bene stesso dell’uomo. P. Angelo Sardone
Timoteo e Tito, seguaci fedeli ed instancabili di S. Paolo
«La parola che hai pronunciato sul tuo servo e sulla sua casa confermala per sempre e fa’ come hai detto» (2Sam 7,259. Arso di zelo verso il Signore e non volendo che la presenza di Dio attraverso l’Arca avesse una dimora impari al suo palazzo reale, Davide comunica al profeta Natan la sua intenzione di costruire una casa apposita per Dio. Il profeta appoggia l’idea, ma è Jahwé stesso a fargli comunicare solennemente che sarà Lui stesso a fare a Davide una casa, intesa come stabilità in un luogo, manifestazione della sua protezione, della sua paternità, la dinastia attraverso la quale verrà il Messia. Si tratta di una delle più grandi ed importanti profezie messianiche che attestano la discendenza davidica dalla quale nascerà Gesù. Attraverso il profeta Dio dispiega agli occhi del re, in risposta al suo desiderio di dare stabilità all’Arca dell’Alleanza, il suo volere di dare stabilità al suo regno che troverà in Gesù Cristo l’espressione massima. Dinanzi a questa manifestazione Davide non può fare altro che gioire e la sua gioia diviene una intensa preghiera. Partendo dalla presa di coscienza della sua identità e facendo memoria del suo passato, della scelta di Dio e di tutte le azioni che Egli ha compiuto, il santo Re chiede a Dio di dare conferma a quanto ha detto e fatto, per sempre. È un bellissimo prototipo di preghiera al quale potersi rifare quando ci si incontra con Dio e da Lui si ricevono istruzioni precise sul da farsi. Il desiderio dell’uomo si compie così nel confronto col desiderio di Dio che deve necessariamente avere il sopravvento per il bene stesso dell’uomo. P. Angelo Sardine
La conversione di S. Paolo
«Il Signore mi disse: Io sono Gesù il Nazareno, che tu perséguiti» (At 22,8). S. Luca, l’autore degli Atti degli Apostoli, per ben tre volte riporta nel suo libro la narrazione della conversione di S. Paolo, in tre diversi contesti ed a complemento graduale della comprensione da parte del lettore. In alcune sue lettere Paolo stesso parla dell’apparizione di Cristo. Il fatto è importante: Dio prepara e designa con essa lo strumento della Chiesa per la predicazione ai pagani. L’iniziativa è di Dio, di quel Gesù che egli perseguita fieramente nei cristiani. Dotato delle debite autorizzazioni del Sinedrio che lo rendono efficace ed autorevole anche fuori della Palestina, Saulo minaccioso di stragi, si dirige verso Damasco, capitale della Siria, una delle città più famose dell’oriente antico dove c’era una colonia ebrea in fermento per le conversioni alla nuova fede di Gesù Cristo. Lungo la strada, 250 km circa, quasi nei pressi di Damasco, una luce sfolgorante lo getta a terra ed una voce misteriosa gli chiede ragione della persecuzione. La folgorazione lo rende incapace di vedere. Alla domanda di chi fosse a parlargli, Gesù rivela la sua identità nascosta peraltro in quella dei cristiani vittime delle sue persecuzioni. Condotto a Damasco da Anania, un pio giudeo convertito, sarà da lui liberato dalla cecità degli occhi con la caduta delle scaglie e da quella del cuore con il battesimo. L’entusiasmo della verità e della coerenza nella dottrina appresa, talora rende chi se ne fa paladino, audace ed ardito, fino a lottare contro Dio che nasconde la sua identità nei semplici ed in chi subisce la tracotante persecuzione. Ieri, come oggi. P. Angelo Sardone
