L’invidia di Saul per Davide

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«Saul comunicò a Giònata, suo figlio, e ai suoi ministri di voler uccidere Davide» (1Sam 19,1). L’invidia e la gelosia fanno da padroni nel cuore del re Saul che si è sentito umiliare dal coro unanime di tante donne scese incontro a Davide di ritorno dalla vittoria su Golia che gli attribuiscono il merito di averne ucciso diecimila in confronto ai solo mille di Saul. Un’ennesima prodezza procura a Davide la mano di Mikal figlia del re. Ma il cuore del re è sempre più distante ed ostile a Davide fino al punto di decidere di ucciderlo perchè evidentemente il suo ruolo e le sue prodezze lo offuscano grandemente. Questo proposito egli lo comunica ingenuamente a suo figlio Gionata, grande amico di Davide ed ai suoi ministri. La vera amicizia e il suo grande affetto, inducono Giònata a rivelare a Davide il grave pericolo che corre e a stare in guardia, a   nascondersi impegnandosi egli stesso ad intercedere presso il padre perché non si macchi di questo crimine. Lì per lì Saul se ne convince e addirittura giura di non farlo, ammettendo nuovamente Davide alla sua presenza. Ma sono solo parole. L’invidia e la gelosia miete vittime dappertutto ed in tutte le categorie di persone, anche le più pie e devote. Una umiltà vera e sincera, matura secondo gli anni ed un equilibrato modo di intendere e vivere la vita, supportato attorno da presenze altrettanto valide e non puerili e affascinate con stupide espressioni inneggianti e sciocchi superlativi, è l’unico antidoto a questa cattiva erba che cresce a dismisura nel cuore di tanti. P. Angelo Sardone

Davide e Golia

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La semina del mattino

«Tutta la terra saprà che vi è un Dio in Israele. Che il Signore non salva per mezzo della spada o della lancia» (1Sam 17,46-47). Lo Spirito di Dio non è vendicativo: è giusto. Il suo piano provvidenziale si spiega attraverso gli avvenimenti che possono sembrare casuali. Avendo riprovato Saul a causa della sua disobbedienza, sempre attraverso Samuele Dio consacra il nuovo re, Davide. Richiesto alla corte di Saul come uno che suona bene la cetra, forte e coraggioso, abile nelle armi e saggio di parole, Davide si presenta al re. Nel frattempo Golia, il gigante capo dei Filistei minaccia il popolo d’Israele con la sua forza ed incute paura in tutti. Davide si presta per affrontare il campione filisteo, armato dalla forza dello Spirito del Signore. Con il suo bastone, cinque sassi piatti presi dal fiume, una fionda e nel nome del Signore degli eserciti affronta il temerario nemico. Per nulla intimorito il gigante beffeggia e maledice l’inerme ragazzo che avanza verso di lui senza alcuna arma in mano. Davide precisa solennemente di andargli incontro nel nome del Signore e sarà solo la potenza del vero Dio che gli permetterà di ucciderlo, staccargli la testa e mostrarla come trofeo di vittoria. In questa maniera tutta la terra, tutti i popoli sapranno che vi è un solo Dio che non salva per mezzo della spada ma con la sua forza misteriosa e divina. Grande paura prende il cuore di tanti cristiani dinanzi alle difficoltà di fede e di relazioni con gli altri, soprattutto avversari. Si soccombe facilmente dinanzi alla pretesa manifestazione di stupida grandezza da parte di grandi che ostentano potenza e non sanno che la grazia di Dio è superiore ad ogni potenza umana. P. Angelo Sardone

L’unzione di Davide

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«Àlzati e ungilo: è lui!» (1Sam 16,12). È sommamente importante la fedeltà a Dio e l’obbedienza a Lui. Dio non ammette sconti né intemperanze da parte dei disobbedienti. Dopo il ripudio di Saul determinato dal fatto che non aveva messo in pratica quanto il Signore gli aveva ordinato dopo la vittoria sugli Amaleciti, Jahwé confida a Samuele che un altro regnerà al posto di Saul. Il profeta va a Betlemme dove abita Jesse che ha tanti figli: uno di loro, su indicazione precisa di Dio, sarà il nuovo re di Israele. Ad uno ad uno passano davanti al profeta i sette figli di Jesse, ma su nessuno di loro si manifesta la scelta di Dio. Anzi, proprio per indicargli che è Lui che sceglie con criteri molto diversi da quelli umani, invita il profeta a non lasciarsi abbagliare dalla prestanza fisica, dalla statura, ma di imparare da Dio che non guarda l’apparenza ma il cuore. Quando giunge finalmente Davide, un ragazzo appena, fulvo di capelli e di bell’aspetto, che pascolava il gregge ed era fuori della portata di una positiva valutazione del padre, senza alcun indugio il profeta lo unge re. Le scelte di Dio spesso contrastano con quelle umane legate alla simpatia, al costume sociale fortemente abbagliato da ciò che esternamente appare. I pensieri di Dio sono molto diversi da quelli umani e le sue valutazioni partono e guardano sempre il cuore, l’intimità, il valore prezioso della interiorità, non sempre apparente ma pure viva ed efficace. P. Angelo Sardone

S. Antonio abate

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«Ecco, obbedire è meglio del sacrificio, essere docili è meglio del grasso degli arieti» (1Sam 15,24). La vita dei Santi si inscrive in una dinamica amorevole di obbedienza al Signore. Il rapporto con Lui, mediato dall’ascolto della Parola, si configura nella puntuale realizzazione del Vangelo. Con esso si accordano gli avvenimenti della vita e si risolvono in una chiave provvidenziale dalla quale emerge la volontà di Dio e l’accoglienza generosa del suo amore. Uno dei santi più noti per la qualità della sua vita, per la durata stessa della sua esistenza, 106 anni, per l’influenza che ha avuto sul monachesimo di tutti i tempi è S. Antonio abate (250-365), «S. Antuono» come si dice nel sud-Italia. La sua vita si risolve nella logica del Vangelo che invita a seguire Gesù spogliandosi dei propri beni e nella scelta prioritaria del silenzio per dedicarsi alla contemplazione ed alla preghiera. Una situazione di questo genere non rimane mai sconosciuta perché il profumo della virtù si espande ed attrae tanta gente. L’orfanità determinata dalla morte dei suoi genitori, la presa in carico della piccola sorella, l’amministrazione dei beni e la consegna volontaria fatta ai poveri, sono elementi importanti della vita del grande abate il cui esempio indusse diversi seguaci ad imitarlo nelle scelte radicali per il Signore. L’avversario ed il nemico dello Spirito, il diavolo, non smise di importunarlo in mille modi con tentazioni e vessazioni continue. L’obbedienza al Signore ed alla sua Legge riempirono la sua vita. L’affidamento al Signore, il lavoro manuale per la sussistenza, l’attenzione e la condivisione delle risorse con i poveri, l’amore alla preghiera, lo resero vicino a Dio ed ai fratelli che si onoravano di averlo amico e padre. P. Angelo Sardone

Lo Sposo e la sposa

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«Come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te» (Is 62,5). Il rapporto di Dio con Israele è stato sempre presentato e raccontato come un rapporto nuziale: il Signore da una parte, lo sposo, il popolo dall’altra, la sposa. Frequentemente, soprattutto attraverso i profeti, l’immagine della nuzialità è servita per dimostrare l’amore fedele e continuato di Dio a fronte di quello vacillante, dubbioso e infedele del popolo. I termini adoperati, propri di un rapporto coniugale, toccano il vertice dell’affabilità e della tenerezza, ma anche quelli seri e riprovevoli per la prostituzione ed infatuazione per altri amanti. La gloria e la grandezza di Israele e di Gerusalemme sua capitale, sta nel divenire sposa di Jahwé. Le manifestazioni sono molteplici ed espressi nei tanti modi con i quali lo sposo cerca, sostiene, nobilita e cinge la sua sposa. Una caratteristica fondamentale è quella della gioia, eco di situazioni ed espressioni tipiche del profeta Osea, del Cantico dei Cantici, delle diverse indicazioni dei testi sapienziali. L’infedeltà del popolo che va dietro i culti stranieri, che facilmente si stanca dei precetti di amore consegnati dal suo Dio, mette sempre in discussione una precisa e puntuale risposta di amore. Dio continua a manifestare amore compassionevole, «l’hesed» di Osea, quando non abbandona il suo popolo, va alla sua ricerca, lo redime. L’amore più grande lo manifesta con l’incarnazione del suo Figlio e la redenzione operata per amore, per riscattare e redimere il suo popolo manifestando la sua eterna fedeltà. Ciò continua ancora oggi nei confronti della Chiesa, sposa di Cristo. P. Angelo Sardone

La consacrazione di Saul

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562. «Samuèle prese l’ampolla dell’olio e la versò sulla testa di Saul» (1Sam 10,1). L’era della monarchia in Israele comincia con Saul. La sua storia inizia col capitolo 9 del primo Libro di Samuele. Saul era figlio di Kis della tribù di Beniamino, la più piccola tra le dodici tribù di Israele. Era alto e di una bellezza insuperabile. La perdita accidentale delle asine di suo padre lo costrinsero a vagare insieme con un servo alla loro ricerca finché non si imbatté in Samuele nel paese di Zuf e lo consultò. Il Signore in precedenza aveva comunicato al suo profeta questo inaspettato arrivo e di ciò che avrebbe dovuto fare nei suoi confronti: ungerlo come capo del popolo. Obbediente al Signore il profeta, fatto scostare il servo, fece intendere a Saul la Parola di Dio, prese un’ampolla, gliela versò sul capo, lo baciò e gli disse solennemente: «oggi Dio ti ha consacrato capo sopra tutto Israele, suo popolo». Un carattere sacro avvolge il rito e soprattutto la persona del primo re di Israele, quasi un vassallo di Dio, per via anche dei gesti, l’unzione, simbolo dello Spirito e la sua discesa su di lui. In mezzo agli avvenimenti umani, anche quelli più impensabili, come la perdita ed il ritrovamento delle asine, Dio manifesta il suo volere e crea le situazioni provvidenziali nelle quali adempie i suoi piani servendosi degli uomini. La storia, soprattutto di elezioni particolari, è segnata dagli interventi di Dio, anche se, soprattutto oggi ed in riferimento a personalità di altissimo valore morale e religioso, tutto questo viene spesso messo in discussione con grave scandalo dei semplici e dei timorati di Dio. P. Angelo Sardone

La vocazione di Samuele

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«Parla, perché il tuo servo ti ascolta» (1 Sam 3,10). Svezzato e condotto da Anna al tempio di Silo, dove si trovava l’Arca di Dio, il piccolo Samuele entra a servizio del Signore sotto la guida del sacerdote Eli. Si compie così il voto che la mamma aveva solennemente fatto al Signore nella richiesta di un figlio per il suo grembo sterile. Una notte, mentre tutto tace ed il piccolo dorme, si ode la voce che chiama «Samuele, Samuele». Pensando che sia Eli a chiamarlo il piccolo corre da lui. E ciò per due volte sentendosi ripetere «Non sono io che ti chiamo». Poiché per la terza volta si ripete la voce e la corsa, Eli comprende che è il Signore che sta chiamando il ragazzo, nonostante che egli non lo conosca ancora e dato che in quei tempi la Parola di Dio era molto rara. Lo mette in guardia suggerendogli semplicemente di rispondere «Parla perché il tuo servo ti ascolta». Si spiega così la chiamata di Samuele al profetismo. Nel corso della storia questo quadretto è divenuto il prototipo della vocazione sacerdotale e religiosa. Per esso sono state scritte tantissime pagine di commento e si propone ogni volta che si intraprende un cammino di discernimento vocazionale. Anche i nostri tempi sono difficoltosi e nonostante il Signore parli stanno diventando sempre meno le risposte. La vocazione di Samuele in un certo senso già preordinata prima ancora della sua nascita, si realizza nel tempio, il luogo sacro dove sta accanto al Signore ed è più facile cogliere la sua voce. È importante la mediazione sacerdotale dei diversi Eli di oggi che sappiano sapientemente e prudentemente cogliere il senso della vera chiamata ed indurre colui che l’ha ricevuto a disporsi con libertà e sollecitudine nell’accoglienza. P. Angelo Sardone

Il figlio strappato a Dio con la preghiera

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«Signore degli eserciti, se darai alla tua schiava un figlio maschio, io lo offrirò al Signore per tutti i giorni della sua vita» (1Sam 1,11). Levatasi dalla sua prostrazione e dalla profonda amarezza che la relegava come tra le trascurate da Dio, nel tempio di Silo Anna prorompe in pianto ed eleva al Signore la sua accorata preghiera. Il suo dire, incompreso anche dal sacerdote Eli che la ritiene ubriaca, è profondo: nel suo cuore si mescolano fede ardente ed amarezza straziante. Eppure vince l’abbandono fiducioso nelle mani di Dio al quale strappa il dono di un figlio mediante la formulazione di un voto: «se mi darai un figlio, egli apparterrà a Te per tutti i giorni della sua vita. Sarà un nazireo, un consacrato a Te!». Una caratteristica fondamentale per il “nazireo”, che poteva essere anche una donna, era la proibizione di radersi i capelli e la barba. Ad essa si aggiungeva il fatto di non bere alcolici ed evitare cibi impuri. Tale impegno, fatta qualche eccezione, era temporaneo. Il Signore donerà ad Anna il sospirato figlio che sarà chiamato Samuele, che significa “il suo nome è El (Dio)”. Il dialogo con Dio e l’ottenimento del dono richiesto con tutte le forze, potrebbe sembrare un baratto, come se Anna avesse indotto il volere di Dio costringendolo a donargli il figlio, a concederle la gioia della maternità, rendendoselo propizio con l’impegno della restituzione. Tante volte funziona anche così. Sta di fatto che il Signore è fedele al suo impegno ed altrettanto lo è Anna che si distacca dal figlio, lo porta al tempio e lo consegna al sacerdote. P. Angelo Sardone

Le Polizzine di Gesù Bambino

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Chiedo cortesemente di leggere con attenzione. Se qualcuno desidera ricevere la Polizzina di Gesù Bambino 2022 per sè o per altri (famiglia o amici), su supporto informatico da poter tenere sempre presente (fronte e retro) sul proprio cellulare, è pregato di comunicarmelo tempestivamente indicando eventualmente il numero di copie, tenendo conto che ognuna è diversa dall’altra e mandando il suo recapito di cellulare. Provvederò ad inviarla attraverso whatsapp. Coloro che invece fanno parte di un gruppo dell’Unione di preghiera per le vocazioni nella propria parrocchia, potranno riceverla in formato cartaceo dal parroco o dal responsabile dal momento che provvederò quanto prima ad inviarne un certo numero di copie indicatomi dai responsabili. Cosa sia la Polizzina è spiegato nella slide che accompagna questo comunicato. Per comunicare servirsi dell’indirizzo e-mail: upv.ics@rcj.org

P. Angelo Sardone

«Non sono forse io per te meglio di dieci figli?» (1Sam 1,8).

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La Sacra Scrittura spesso riporta avvenimenti di carattere familiare che però hanno grande importanza nell’intero piano della salvezza. È il caso della storia di Anna, la mamma del profeta Samuele e della sua vicenda profondamente umana legata alla sterilità, alla sua prostrazione psicologica ed affettiva ed ai soprusi subiti da Pennina, l’altra moglie di suo marito Elkana, che faceva sentire la sua indiscussa supremazia affettiva e la valenza sociale proprio perché era prolifica. Nella mentalità ebraica la sterilità era considerata una sorta di maledizione di Dio. Sono diverse le esperienze riportate dalla Bibbia. Anna piange, non mangia è rinchiusa nella sua tristezza. Il marito, dolce e comprensivo, risponde con una serie di domande nel tentativo di una efficace consolazione. Le dice con che lui può valere per lei più di dieci figli, tanto grande è il suo amore, la sua comprensione, il suo appagamento, nonostante tutto. Ma ciò non basta alla donna che si vede privata della maternità, prima e fondamentale sua vocazione. Il resto della storia racconta che Anna non continuerà più a piangersi addosso ma guarderà avanti con fiducia fino a strappare a Dio il dono di un figlio con la preghiera ed il voto di nazireato. Queste situazioni si ripetono nel mondo di oggi laddove a spose prolifiche si alternano spose sterili con tutte le conseguenze psicologiche, umane ed anche spirituali. Quanto è importante la presenza di un marito comprensivo, affettuoso che colma il vuoto con la sua dedizione ed il suo intenso affetto. P. Angelo Sardone