La missionarietà

Pubblicato il

Mattutino di speranza

Lunedì 25 maggio

 

La missionarietà è un compito comune a tutti i battezzati. Sta sullo stesso piano della santità: è una vocazione vera e propria derivante dall’alleanza di amore con Dio. Gesù Cristo è il missionario del Padre. Prima di ascendere al cielo, con l’autorità stessa del Padre e, consapevole della ricchezza da Lui ricevuta, ha conferito agli Apostoli il mandato missionario definitivo, ingiungendo loro di andare in tutto il mondo a fare discepole tutte le genti, battezzandole nel nome della Santissima Trinità. Paolo apostolo, l’acerrimo persecutore dei cristiani, afferrato da Cristo, è divenuto il missionario per eccellenza. La sua missione si è realizzata con viaggi, fatiche e pericoli, permanenza negli ambienti, predicazione, lavoro, testimonianza, fino al martirio cruento. Ogni cristiano già nel Battesimo, con la triplice configurazione a Cristo re, sacerdote e profeta, insieme e connessa con la chiamata alla santità, ha ricevuto la vocazione all’annuncio che si concretizza in parole ed opere, azioni e testimonianza. Ciò deriva dalla natura stessa dell’amore di Dio e della chiamata: Dio ama; per questo chiama, perciò manda. Ogni vocazione ha insita una sua propria missione. «Io sono creato per fare e per essere qualcuno per cui nessun altro è chiamato. Io occupo un posto mio nei pensieri di Dio, nel mondo di Dio, un posto da nessun altro occupato!», scriveva il 7 marzo 1848 John Henry Neumann, convertito dall’Anglicanesimo, divenuto cardinale e recentemente beatificato da Benedetto XVI. Ognuno di noi è unico ed irripetibile: proprio per questo Dio affida a ciascuno un compito specifico che, se anche si inquadra in quello più generale e comune, ha un risvolto particolare legato alla identità propria ed alla collocazione provvidenziale in un luogo ben preciso ed in una funzione ben distinta. Spesso si pensa che la missione evangelizzatrice ed apostolica sia appannaggio di pochi e fa riferimento ai paesi lontani dove non si conosce Dio e Gesù Cristo. Questa è la missione propria dei Missionari, uomini e donne coraggiosi che in forza della loro specifica vocazione religiosa, sacerdotale o laicale, per volontà e disponibilità propria o inviati, vanno nei cosiddetti “paesi di missione” a portare l’annuncio di Cristo. S. Francesco Saverio, il grande missionario dei tempi moderni, voleva gridare come un pazzo nelle università dell’Europa e «scuotere coloro che hanno più scienza che carità con queste parole: Ahimè, quale gran numero di anime, per colpa vostra, viene escluso dal cielo e cacciato all’inferno!». Da sempre questa è intesa come “missio ad gentes” missione verso i popoli. Ma c’è una missione non meno facile, non meno impegnativa che si realizza senza prendere navi o aerei, senza specifici mandati liturgici e giuridici, nel proprio ambiente di vita che talora, soprattutto nell’attuale contesto, è meno cristianizzato dell’Africa o dell’Asia. Infatti, all’evangelizzazione dell’Europa e del mondo oggi si sta sostituendo gradualmente e con subdola ed efficace azione diabolica, una vera e propria “scristianizzazione” in quegli ambienti “cattolicissimi”, segnati è vero da contraddizioni e violenze che hanno visto anche la Chiesa protagonista in determinate epoche e che la storia documenta rigorosamente e rigetta, ma anche da lunghe epoche di benessere religioso, culturale e sociale. Questo fenomeno che si sta sviluppando a macchia d’olio soprattutto in Europa preoccupa grandemente la coscienza ecclesiale. Allora ovunque, a cominciare dalla propria famiglia, dalla propria casa, dall’ambiente di lavoro, dalla scuola, dalla società statale ed ecclesiale, vi è una impellente necessità di annunziatori “forti e miti della Parola che salva” che non sono solo i sacerdoti, i religiosi, i missionari, ma devono essere indistintamente i cristiani, cioè i seguaci di Cristo. Nella prima evangelizzazione apostolica avviata da Gerusalemme, gli elementi accattivanti e persuasivi erano non tanto e solo le parole, quanto le azioni: «Guarda come si amano, come si aiutano, quanto si vogliono bene!» – dicevano i pagani indicando i cristiani. Oggi sembra che viga perfettamente il contrario. Si evangelizza prima con l’esempio della vita e poi con le parole, ciascuno al proprio posto nel proprio ambiente di vita. S. Teresa di Lisieux pur non essendo mai uscita dal suo monastero è divenuta la patrona delle missioni per quell’afflato missionario cocente e diretto fondato sulla vocazione all’amore. Questo continua con migliaia di uomini e donne che pur dietro le grate o impegnati nelle attività apostoliche ed ecclesiali sono testimoni e martiri della missione. Avviene anche con la testimonianza silenziosa, efficace ed operativa di mamme e papà, professionisti ed operai, uomini e donne che, anche a seguito di una lunga e preoccupante pandemia, continuano a dare buona testimonianza di vita cristiana e spargono il buon odore di Cristo. P. Angelo Sardone

Le orme

Pubblicato il

Mattutino di speranza

Domenica 24 maggio 2020

La vita umana donata da Dio è una impronta indelebile del suo amore, della potenza e della infinita sua grandezza. Anche l’essere umano che non si è formato completamente nel grembo materno o c’è stato per pochissimo tempo o non ha visto mai la luce, o è stato soppresso dall’egoismo umano, è una singolare sua impronta. Ogni uomo ed ogni donna che vive e cammina sulla terra lascia la sua personale impronta. Non occorre che sia vistosa o appena percettibile, piccola o grande, recente o antica: è un’impronta, un segnale chiaro che qualcuno è passato ed ha calpestato il terreno. Sono belle, storiche, interessanti, le orme dei dinosauri e dei rettili sparse qua e là sulla terra, retaggio di un tempo arcaico, museo aperto in natura, eccezionale documento di civiltà pregressa. Hanno grande valore le orme dell’uomo impresse sulla roccia della memoria, nel ricordo della storia, e ancor più quelle che hanno inciso profondamente l’anima. Sono le impronte che vanno oltre il tempo e valgono e durano per l’eternità. La memoria umana può anche cancellarle, spazzarle via come fa il vento con quelle sulla sabbia; non saranno patrimonio dell’umanità, resteranno nascoste, dimenticate, ma sicuramente conservano il valore e la traccia nel tempo che non ha tempo, perché sono impresse nel cuore stesso di Dio. La mano che sfiora appena una superficie o la calca lascia un’impronta dalla quale è possibile risalire all’autore. Quando si usa una persona, si entra maldestramente nella sua vita, si parcheggia tra le sue emozioni, quando ci si appropria dei suoi pensieri, si imbratta il cuore e si sporca la dignità, quando si usa il suo corpo o ci si prende gioco dei suoi sentimenti, l’innocenza, il pudore, la semplicità, l’ingenuità, quando si agisce col conio dell’odio e del risentimento, quando si uccide col sospetto, con la falsa testimonianza, con parole arroganti, irriverenti e triviali, l’impronta non rimane più tale ma diventa ferita profonda che sanguina e non si rimargina. Una impronta positiva può cambiare la vita; un’orma significativa può allettare il cammino di chi la vede e vi pone dentro i suoi piedi: l’orma e il piede si incontrano, si baciano; l’orma sorride ed accoglie; il piede calca e si affida. Nella vita di fede e nel cammino di perfezione cristiana, portiamo anche noi nell’anima, l’impronta indelebile che Dio ha impresso all’inizio della vita cristiana col santo Battesimo. Essa si esalta ulteriormente con i sacramenti della Confermazione e dell’Ordine sacro. Il catechismo la chiama «sfraghìs», sigillo, un marchio che non va più via, che significa appartenenza, alleanza, grazia di stato. Anche un atto di apostasia, cioè ripudio pratico e giuridico della fede non potrà mai cancellare quello che Dio ha impresso sulla base della libera e volontaria disponibilità dell’uomo. Sul monte degli Ulivi, a Gerusalemme, dove dopo quaranta giorni dalla sua Risurrezione, prima del ritorno alla destra del Padre con l’Ascensione, Gesù incontrò l’ultima volta i suoi Apostoli per dare le ultime raccomandazioni e conferire loro il mandato missionario, la Tradizione conserva due orme di piedi calcate nella roccia, attribuite a Gesù, che segnano il punto esatto da cui è asceso. Sono ben visibili; sono tracce che indicano la via del cielo, depressioni plantari dove mettere i nostri piedi per prendere forza e vigore onde riprendere o cominciare un nuovo cammino. Così anche noi potremo lasciare orme buone non sulla sabbia, ma sulla terra bagnata di fatica e sudore, sul cuore di chiunque incontriamo nel nostro cammino. Ci muoviamo con i piedi per terra e lo sguardo rivolto al cielo, con il corpo che è materiale e l’animo che appartiene allo Spirito, nell’attesa del ritorno di Cristo alla fine dei tempi nella gloria. Allora davvero, come recita un anonimo adagio, non conteranno più i passi che facciamo, non avranno valore le calzature che adoperiamo, ma solo le impronte che lasciamo. P. Angelo Sardone

Il cireneo di turno

Pubblicato il

Mattutino di speranza

Sabato 23 maggio 2020

La vita dell’uomo sulla terra è un esodo continuo, solitario e di massa. A maggior ragione lo è per un giovane battezzato che nel tracciato del suo cammino ha già l’indicazione della meta, la felicità, la salvezza ed il Paradiso, ed i mezzi per raggiungerla, l’amore, Gesù Cristo, la Chiesa, i sacramenti. Espulso dal grembo materno, laddove già è avvenuto il fondamentale rapporto di dipendenza e di empatia emotiva ed affettiva con la mamma che l’alimenta, lo custodisce e lo protegge, il bambino comincia il suo itinerario di vita alimentato ed accompagnato dai genitori. Con la prima autonomia e l’uso della ragione, egli si rende conto di essere in grado di stare in piedi, di poter camminare da solo ma non ha ben chiaro l’orientamento di cosa fare e dove andare. Molta importanza hanno per lui l’educazione, la formazione iniziale, i condizionamenti, gli stili di vita appresi in casa, le abitudini degli adulti, i modelli comportamentali in famiglia, a scuola, in parrocchia, nella società ed i suoi luoghi di relazione. Sulla tavola della sua mente pian piano si scrivono ed incidono in profondità gli elementi che condizioneranno in futuro la sua esistenza, nel bene e nel male. Inconsciamente, mentre assume i modi di fare che lo proiettano in potenza uomo e donna di domani, viene condizionato nel bene e nel male da tutto ciò che vede, sente, respira e vive in famiglia. Qui si forma in maniera serena ed adeguata; qui a volte è sopraffatto da un affetto che non gli fa mancare nulla di quanto chiede, e colma le assenze genitoriali per motivi lavorativi o di narcisistica realizzazione; qui non sempre è compreso nelle sue esigenze più profonde di affetto, mascherate dal silenzio, dal viso triste, dai capricci frequenti, dal vizio nascosto, dalla connessione informatica giorno e notte con paradisi virtuali spersonalizzanti e pericolosi. Quante volte nel mio servizio pastorale e sacerdotale mi sono imbattuto in giovani che accusano il loro profondo disagio esistenziale ed affettivo che li ha portati per strade buie, perché desiderosi di una carezza delicata, di un tempo maggiore di ascolto, di un “ti voglio bene” in più, di una cura ed attenzione che vada ben oltre una semplice espressione verbale, un cibo nutriente o un costoso regalo, facile alibi di disimpegno morale che vuol mettere a tacere la responsabilità più o meno grave di un genitore. Le manifestazioni di una potenzialità intellettiva ed operativa o di carenze più o meno gravi, si rivelano nella misura in cui, soprattutto nella pubertà e nell’adolescenza, si comincia ad esternare con le parole ed ancor più con le azioni, le esigenze di realizzazione ed i vuoti da colmare, soprattutto quelli affettivi, con la conseguente ricerca di un compenso adeguato. L’innocente ricerca di tutto ciò che è bello, vero, misto ad una auto-compiacenza psicologica ed affettiva, fa da traino nel percorso scolastico ed accademico e nel tessuto delle relazioni sociali. L’introduzione alla vita spirituale ed alla ricezione dei sacramenti segna il passo col binario della crescita fisica, culturale e scolastica, affettiva e relazionale, che si realizza nella società che ha le sue leggi, a volte ferree, i suoi spazi non sempre liberi e le sue deficienze talora mascherate da parvenza di bene, di facile successo, di congruo appagamento. Si impone allora il discernimento come mezzo indispensabile per comprendere ed orientarsi. Molte volte in maniera facilona si assecondano i moti propulsivi del carattere, le esigenze naturali ed istintive dello sviluppo fisiologico; meno frequente e non sempre a tutti, è riservato un orientamento serio, maturo, anche spirituale, accompagnato da uno sguardo maturo e competente da parte di genitori, educatori, formatori, di qualche buon prete o guida spirituale. Quanto è difficile l’educazione, un’arte così grande e delicata affidata alle mani più inesperte! E poi ci si avvia. La strada che è davanti guarda alla meta non sempre vicina e visibile. Gli itinerari sono molteplici come diverse sono le vie di percorrenza: il viottolo, il sentiero alberato, la via sterrata e pietrosa, l’autostrada, l’illusione di poterla raggiungere con i mezzi meno faticosi e le strade più comode. Lungo il cammino si soffre la fame, la sete, si ha bisogno di pane, di carne, di acqua cose che non sempre si trovano a portata di mano ma che bisogna cercare. La presenza del Mosè di turno a volte riesce anche fastidiosa, perché ricorda la presenza di Dio che guida il cammino di giorno e di notte e lo provvede di tutto ciò che è necessario. La divinizzazione degli idoli, i vitelli d’oro costruiti dentro e fuori per l’intelligenza preponderante, la bellezza prorompente, la noia dell’ordinario, lascia delusi ed apre dinanzi voragini imponderabili di perdita di senso e di inesorabile perdita di se stessi. Alla meta alla fine si giunge spogliati di se stessi e con una nuova identità che l’età, l’esperienza, la sofferenza, hanno forgiato in maniera ormai indelebile. Si ricordano i momenti bui nei quali responsabilmente i piedi sono finiti sul bagnato e si sono sporcati nella melma, quando le emozioni si sono rivelate fragili ed inconcludenti, quando gli altri hanno approfittato con vergognosi calcoli egoistici, ma anche quelli belli laddove il raggio di sole scomposto nei colori dell’arcobaleno di situazioni, esperienze, cammini alla ricerca di sé, spiritualità, ha asciugato le lagrime, ha portato calore, luce, sorriso e vita. Ci si rende conto allora che il cammino, anche quando non ci ho pensato, è stato fatto portando un pezzo più o meno pesante di croce, da solo o con l’aiuto di qualche misterioso cireneo, pieno di compassione, imposto o donato da Dio. P. Angelo Sardone

Novena allo Spirito Santo / 1

Pubblicato il

Domenica 31 maggio è Pentecoste ed oggi 22 maggio è cominciata la Novena allo Spirito Santo. Condivido una preghiera allo Spirito Santo scritta da S. Annibale con l’intento di chiedere a Lui il dono degli “operai del Vangelo”. P. Angelo Sardone

La santa degli impossibili

Pubblicato il

Mattutino di speranza

Venerdì 22 maggio 2020

 

La santità è l’abilitazione alla vita eterna. Il cristiano, il battezzato ha ricevuto sin dall’inizio della sua seconda vita, quella spirituale, un compito ben preciso: camminare lungo la strada che lo porta ad essere santo come Dio è santo. L’ingiunzione che viene dallo stesso Creatore: «Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo» (Lv 19,2), mentre da una parte fa avvertire il paradosso, dall’altra nutre il cuore di speranza certa che la santità e la santificazione sono a portata di tutti, nella misura in cui ciascuno si lascia plasmare dalla grazia santificante e risponde con generosità alla sua chiamata (Rom 1,7). Non può essere diversamente. Nasciamo da una stirpe santa, siamo un popolo santo separato da altri popoli per appartenere a Dio, viviamo, cresciamo e ci formiamo tra e con le cose sante. Nell’immaginario comune il santo, la santa sono esseri superiori, superdotati, uomini e donne del passato, fuori dal comune che per un singolare privilegio hanno realizzato una vita straordinaria e fanno miracoli più o meno grandi. Per la Verità rivelata i Santi sono coloro che custodiscono i comandamenti di Dio e la fede in Gesù (Ap 14,12) e perseverano in essi. Dio, il tre volte santo, è “santo di ogni santità” (2 Mac 14,36). Gesù chiama santi i suoi angeli (Mc 8,38). Ai Santi è affidato il giudizio del mondo (1Cor 6,2); le preghiere dei santi salgono al cospetto del Signore col fumo degli aromi nella mano degli angeli (Ap 8,4), cioè con le opere buone. Siamo immersi nella santità, anche se non ce ne rendiamo conto. Siamo circondati da uomini e donne santi, siamo inebriati dal loro profumo fragrante e respiriamo la loro santità come l’aria salubre delle montagne che guarisce il cuore appesantito dalla tribolazione e dal peccato. Conosciamo la santità dei tempi antichi ma anche quella dei santi della porta accanto. Essi ci insegnano che il percorso di santità non consiste nel realizzare cose straordinarie, nel fare miracoli, ma nel compiere straordinariamente bene le cose più ordinarie, mettendo in atto il primo e secondo comandamento di Gesù: l’amore per Dio e l’amore per il prossimo. La santità consiste dunque nella pratica del vangelo tradotto giorno per giorno nella vita, nello stato proprio di ogni singola vocazione e missione. Il Signore ci chiama “figli santi” e vuole che lo ascoltiamo e cresciamo «come una rosa che germoglia presso un torrente» (Sir 39,13). Oggi celebriamo la memoria liturgica di S. Rita, una donna di tanti secoli fa, una delle sante più onorate, venerate e supplicate dal popolo di Dio, soprattutto per le situazioni ed i “casi impossibili”. La sua santità si è realizzata pienamente nel percorso variegato delle diverse tappe vocazionali della sua esistenza: figlia, moglie, madre, vedova, suora. In questo itinerario tra cose a volte ritenute impossibili, ha messo in pratica il vangelo, a cominciare dal dono della pace, invocato da Dio, seminato nel cuore dei suoi più vicini e raccolto come frutto straordinario di concordia e di bene. Quattro sono i segni che colgo dalla tradizione agiografica, che ancora oggi destano stupore e possono segnare un analogo percorso nella santità della condotta e nelle preghiere: le api che versano nella sua piccola bocca il miele dolcissimo dell’amore di Dio; il masso di pietra dura sul quale versava le sue lagrime con una preghiera ardente di contemplazione, compunzione e richiesta di pace per la sua famiglia e la tua terra; la spina della partecipazione alle sofferenze di Cristo sulla croce, sperimentata già nella sopportazione di un marito violento, e, poi in convento, con la conseguente emarginazione dalla comunità e dagli altri per via del cattivo olezzo della ferita sulla fronte; la rosa sbocciata per incanto in mezzo alle neve in pieno inverno, ossia la possibilità delle cose impossibili. La devozione del popolo di Dio per S. Rita, come nei confronti di qualunque altro santo o santa, deve necessariamente tradursi in emulazione decisa, convinta e perseverante. Non basta invocare i Santi nei momenti della necessità e del bisogno, chiedere la loro intercessione risolutrice per le problematiche e i disagi della vita, praticarne un culto devozionale esterno, se poi non ci si risolve con ferma volontà a seguirne gli esempi e come loro, a fare il bene ed evitare e respingere il male. A maggior ragione quando siamo consapevoli di voler vivere nella casa del Signore, alla quale si addice la santità per la durata dei giorni (Sal 93,5). In questa maniera realizzeremo sulla terra un “accampamento” di Santi, come dice l’Apocalisse (20,9) nella città amata dal Signore, la nostra terra, la nostra vita. E la santità non sarà più nostalgico retaggio del passato, ma attuazione presente, viva ed operante dell’amore del Signore che passa e si attua con la nostra risposta di altrettanto amore. P. Angelo Sardone

P. Cesare non c’è più

Pubblicato il

Con cuore straziato comunico che questa mattina il Signore ha chiamato a sè, dopo un calvario di sofferenza, P. Cesare Bettoni (1953-2020) un intelligente, generoso e saggio Rogazionista, amico fraterno e mio compagno di cammino e di ordinazione. Un ricordo affettuoso per lui nella preghiera. P. Angelo Sardone

Essere prete è bello

Pubblicato il

Mattutino di speranza
Giovedì 21 maggio 2020
La crisi delle vocazioni sacerdotali e religiose è la manifestazione di una più profonda crisi di fede. L’adagio non è nuovo. Particolarmente in questi ultimi anni si trascina nella Chiesa e nella società una grande preoccupazione ed una accurata riflessione su questo grave problema. Non bastano la convegnistica, le ricerche sociologiche, le analisi accurate degli psicologi, le esperienze nuove e le soluzioni propinate dagli “esperti nel campo” come possibili, ma che si sono rivelate claudicanti; occorre guardare il fenomeno con occhi della fede e di un concreto e serio realismo. I tempi moderni hanno favorito lo sviluppo della comprensione della realtà della vocazione, passando da un concetto relegato solo ed esclusivamente al sacerdozio ed alla vita religiosa, ad uno più ampio riferito a tutti i battezzati, in forza della loro configurazione a Cristo, re, sacerdote e profeta, ed alla prima e fondamentale vocazione del cristiano, la santità. Tutti siamo chiamati, dunque, a realizzare un progetto di amore di Dio che passa attraverso le diverse scelte che scaturiscono proprio dal Battesimo e dalla maturità della vita cristiana. Tutti siamo parte del pensiero di Dio frammentato nella personalità di ciascuno che rimane unico, irripetibile ed indispensabile a suoi occhi, come l’anello di una grande catena. Tutti avvolti dentro un “mistero” di amore e di fede che lascia sempre perplessi e pensosi dinanzi ai diversi destini che Dio riserva per ciascuno. Allo sviluppo della conoscenza teorica e scientifica del mistero della vocazione, sembra però non corrispondere in maniera ancora più profonda e leale, concreta e decisa, la pratica della disponibilità, soprattutto da parte dei giovani e delle famiglie, all’azione di Dio che in forza del suo amore, continua a chiamare ed a mandare. La realizzazione piena del Regno di Dio sulla terra, dopo il suo “tutto è compiuto” proclamato dal trono della croce, Gesù l’ha voluta affidare ai 12 apostoli caratterizzati già nella loro identità nominale come “mandati, inviati”. Le regole della missione apostolica sono racchiuse nel tratto evangelico di S. Luca agli inizi del 10° capitolo. Sono basate sulla fiducia ed abbandono alla Provvidenza di Dio ed anche sul dovere dell’annunzio. Ma per troppo tempo, 19 secoli circa, non è stato tenuto in grande considerazione ed è rimasto pressoché nascosto se non invisibile nel Vangelo, il divino comando di Gesù che lega il dono e la presenza degli “operai del Vangelo” fondamentalmente alla preghiera. Per questo il Signore ha suscitato nel profondo sud dell’Italia, un uomo, un sacerdote, Annibale Maria Di Francia che ha intuito la necessità della preghiera per le vocazioni e ne è diventato “apostolo”. Il tramite dell’intuizione e la forza vitale del suo impegno apostolico è stato Gesù Eucaristico contemplato, adorato e supplicato quando aveva appena 17 anni. Poi tutto si è svolto in un cammino duro e faticoso, talora anche “scabrosissimo” lungo i sentieri dell’incomprensione, della difficoltà di dover sempre ricominciare, degli stenti e fatiche in un ambiente ed un terreno assolutamente povero fecondato dalle lagrime, dagli affanni e spasimi. E questo per tutta una intera esistenza, movendo cielo e terra. Oggi la preghiera per le vocazioni supera la dimensione strutturale delle due Congregazioni da lui fondate, le Suore Figlie del Divino Zelo ed i Rogazionisti del Cuore di Gesù, perché appartiene a buon diritto alla Chiesa intera che se ne fa interprete e propulsore con la Giornata Mondiale di preghiera per le vocazioni, l’animazione vocazionale e la diffusa sensibilità nel popolo di Dio. Ma quanto cammino c’è ancora da fare, riscoprendo i valori fondamentali connessi da Gesù stesso alla preghiera in quanto tale, che fa rendere disponibili alla chiamata di Dio uomini e donne che donino a Lui la freschezza della loro giovinezza e bellezza e non gli scampoli dell’età e della vita, passando talora attraverso molteplici esperienze di eterno discernimento e sbavature pseudo-spirituali. Negli anni settanta sulle riviste cattoliche e non, girava uno slogan “Essere prete è bello”, collegato col viso sorridente di un giovane, il bello di turno, accattivante, quasi da modello. Non è la bellezza fisica ad attrarre o l’illusione di una vita senza pensieri, senza il peso di una famiglia o di un lavoro cui pensare, mistificata in chissà quale mellifluo rapporto con un Gesù mitizzato e spesso non evangelico, inquadrata nel “sostentamento clero” o nella sicurezza economica di un convento o di un monastero. Ciò che attrae e deve attrarre è il volto di Cristo ed il suo annientamento per le anime, lo spendersi generoso per un ideale di amore vero e profondo per l’umanità espressa come “pecore” che il Signore padrone della messe e pastore eterno delle anime, affida fiduciosamente alla povertà di un uomo, dotandolo di compassione e tenerezza che supera la paura umana della inettitudine, della solitudine, dell’incomprensione, del rigetto. Se si supera questo ostacolo gettandosi coraggiosamente in un itinerario di fede più matura e se si attua il comando di Gesù, come diceva il cardinale Fernando Cento “le vocazioni verranno”. Questo io personalmente sperimento da quarant’anni, da quando cioè sono prete, questo mi sforzo di annunziare e testimoniare. P. Angelo Sardone