La carne e lo Spirito: lotte e trionfi

«Se vivete secondo la carne, morirete. Se mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete» (Rm 8,13). Attenta e puntuale risulta la disamina di S. Paolo nella delicata trattazione agli abitanti di Roma degli elementi di novità che devono contraddistinguere i cristiani dai pagani. La dialettica della carne (la parte inferiore dell’uomo) e dello Spirito (la parte superiore) e le conseguenti loro opere, lo vedono appassionato assertore della verità e di affermazioni perentorie contro le falsità determinate dal modo perverso di vedere e giudicare le cose sante. Se i cristiani vivono secondo la carne, cioè secondo le tendenze istintive e passionali che degenerano in lussuria, potere sfrenato, dominio e possesso, avranno la morte spirituale, cioè la morte eterna. Se invece, per la forza dello Spirito e le sue tendenze faranno morire in se stessi le azioni del corpo, cioè se sapranno tenere sotto controllo le pulsioni istintive determinate dalla concupiscenza e dire no alle inclinazioni di passioni ed istinti legati prevalentemente alla corporeità, al mondo, ed a se stessi, si acquisteranno la vita eterna. La corporeità è di grande valore umano e spirituale: non si tratta di annullarla ma di evitare comportamenti ed azioni asservite agli istinti più bassi di egoismo e di sopraffazione sugli altri. I peccati sessuali disonorano il corpo. La meraviglia che si prova dinanzi alle cose create non deve far sfuggire quella che si prova guardando a se stessi (S. Agostino). Mediante l’unione a Cristo il corpo risorge a vita nuova ogni giorno ed esprime tutta la bellezza della libertà del vero amore che è dono, sacrificio, impegno, responsabilità. P. Angelo Sardone

Il ritorno in Israele guidato da Dio

«Li ricondurrò a fiumi ricchi d’acqua per una strada dritta in cui non inciamperanno» (Ger 31,9). Il compito del profeta è annunziare una parola non sua, mettendo a disposizione del Signore la sua vita, la sua mente, la sua bocca, in perfetta obbedienza. Tra i quattro profeti maggiori svetta Geremia (650 a.C.), un uomo la cui vita corre di pari passo con le vicende storiche del suo popolo. Gli avvenimenti della sua vita personale sono noti più di ogni altro profeta. Nonostante sia portatore di una parola spesso dura e riprovevole per una genìa di ribelli, nella tenerezza del suo cuore si lascia andare ad espressioni di grande speranza e di fine delicatezza. La salvezza viene da Dio che raduna il popolo da ogni parte ed in ogni condizione sociale e fisica e lo riporta ad una situazione di prosperità e di sicurezza. I termini ricalcano il pianto, la gioia, la prosperità delle acque rigogliose dei fiumi, la strada del ritorno, senza pericoli. È il peccato che rende l’uomo vittima di se stesso ed in balia delle sue ambizioni e traviamenti. La fiducia e l’abbandono nelle mani di Dio, sortisce l’effetto della benevolenza del Signore che è Padre e che come tale non fa mancare mai ai figli il necessario per una vita serena e per un ritorno adeguato a Lui. Nel cammino di fede bisogna avanzare, anche quando si è zoppi, ciechi, inadeguati ad un progetto d’amore e ci si sente immeritevoli di perdono. È il Signore e Lui solo che salva: tutti gli altri, sacerdoti compresi, sono mediatori e strumenti, non salvatori, né miti, ma semplicemente persone dotate di compassione, rivestiti loro stessi di debolezza. P. Angelo Sardone

Sintesi liturgica XXX domenica del Tempo ordinario

Il Signore, Padre d’Israele, invita a cantare ed esultare perché salvando il resto del suo popolo, lo raduna in gran folla da tutte le parti conducendolo per una strada dritta non più nel pianto ma tra le consolazioni. A Gerico, Gesù, rispondendo alla richiesta gridata da Timeo divenuto cieco, lo guarisce per la sua fede. La guarigione diviene per lui salvezza e motivo di sequela del Maestro. Cristo, Figlio di Dio è il sommo sacerdote che, dichiarato tale dal Padre, sente giusta compassione per gli ignoranti e gli erranti, essendosi rivestito di umana debolezza trasformata in gloria nel mistero della Redenzione. P. Angelo Sardone

La carne e lo Spirito

«Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi» (Rm 8,9). L’attenta disamina di Paolo nel superamento della contrapposizione tra il bene ed il male, il peccato e la grazia, la carne e lo spirito, gli consente di descrivere ai Romani in che cosa consiste la vita del credente nello Spirito. Attraverso il Battesimo, infatti, viene donata al cristiano una vita nuova per la quale, morto al peccato ed alle opere della carne, è una creatura nuova generata per la giustizia e la santità della vita. Se il signore della vita è la carne, la passione, la sfrenata lussuria, l’uomo è sua vittima ed agisce secondo le esigenze della carne. Ma se signore è lo Spirito, l’uomo si muoverà nella sua direzione. La carne ed i suoi derivati nell’ordine spirituale e morale, ha certamente desideri di bene, ma essendo debole non riesce ad attuarli, anzi, talora li manifesta ed attua contrari allo Spirito. L’aiuto per equilibrare questa situazione e superare la cocente contraddizione, Dio l’offre venendo in aiuto alla debolezza dell’uomo e donandogli lo Spirito Santo. La rinascita nello Spirito che è lo Spirito di Cristo e Dio stesso, è avvenuta nel Battesimo: per questo Egli abita in noi e ci rende creature nuove. La signoria, ossia il dominio dello Spirito non schiaccia ma solleva, non vincola ma libera, fa comprendere che «siamo qualcosa e non tutto» (Edith Stein). È speranza e certezza di essere incamminati verso il cielo, svincolati da tutto ciò che forza ed abbarbica al finito e ci fa esistere, vivere e muovere in Dio, pur calcando le zolle e le strade della terra. P. Angelo Sardone

La lotta per operare il bene o il male

«In me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio» (Rm 7,18-19). Da fine conoscitore dell’uomo, sulla base della sua personale esperienzaS. Paolo descrive così con chiarezza il cuore dell’uomo. In lui, infatti c’è il desiderio del bene, la promessa di farlo, consapevole della sua portata e ricchezza, ma poi si avvede di non riuscire a farlo perché sopraffatto dal peccato che lo induce al male che non vuole. Nel cuore dell’uomo il peccato forma una “legge di concupiscenza”, laddove il desiderio-volere e il fare spesso non coincidono. Ciò evidenzia il conflitto tra la legge di Dio, la “legge della mia mente” e l’altra legge “che rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra”. L’uomo possiede la capacità di distinguere il bene e il male, con la ragione conosce e approva i mezzi migliori per raggiungere il proprio fine. Ma poi segue il male. Ovidio, un poeta latino del I secolo a.C. nella sua opera “Le metamorfosi” mette sulla bocca di Medea che per l’amore di Giasone viene meno ai proprî doveri verso il padre e la patria, queste parole: «Vedo le cose migliori e le approvo, ma seguo le peggiori». Anche il poeta italiano Francesco Petrarca ripete quasi alla lettera nel suo Canzoniere: «E veggio ’l meglio, et al peggior m’appiglio». Si vive allora una sorta di discolpa, perché se ci si trova a fare ciò che non si vuole, non ci si sente responsabili: la colpa e la responsabilità è del peccato. Sono pensieri che rispecchiano l’opinione comune di ogni tempo. La libertà da questo labirinto inestricabile è opera di Gesù Cristo nella misura in cui davvero a Lui ci si affida. P. Angelo Sardone

Schiavitù e libertà nel servizio

«Parlo un linguaggio umano a causa della vostra debolezza» (Rm 6,19). Le Lettere di S. Paolo contengono un alto contenuto teologico di non sempre facile ed immediata comprensione. Scritte sotto ispirazione divina, sono anche indice dell’elevatezza espressiva del lessico spirituale che si coniuga con l’accezione dei concetti alla portata dei lettori, non tutti letterati, colti o teologi. Il linguaggio adoperato, soprattutto per concetti di alto profilo spirituale, si adatta alla debolezza del pensiero e della comprensione. Schiavitù e servizio sono poli importanti nelle relazioni con gli altri e determinano l’ambivalenza del vittimismo, se schiavi, di collaborazione, nel caso del servizio. Il servizio di Dio è segno di una libertà conquistata dall’uomo, sulla base del riconoscimento della sua grandezza e del suo potere. Se ci si allontana da Dio, soprattutto con una vita moralmente dubbia, liberi da ogni vincolo, si rischia di cadere nella empietà e nella stoltezza più grande. Il vero bene dell’uomo è stare vicino a Dio e servirlo nella santità della vita e nella giustizia delle proprie azioni e comportamenti. Quando si è schiavi della carne si è vittime della impurità e dell’iniquità. Quando si è liberi dal peccato, si diviene servi di Dio e si producono frutti di santità che mirano alla vita eterna. Non si può vivere in una disordinata ambivalenza tra il peccato e la grazia: a meno che non si faccia una scelta ben precisa per l’una o l’altra realtà. Ciò che nuoce soprattutto oggi, è il facile ed opportunista accomodamento che mentre dà l’impressione di vivere la libertà e nella libertà, rende schiavi e servi del peccato e di un lassismo pericoloso che rende sterile qualsiasi azione spirituale. P. Angelo Sardone

Il peccato passa attraverso il corpo

«Il peccato non regni più nel vostro corpo mortale, così da sottomettervi ai suoi desideri» (Rm 6,12). Il luogo dove si annida e si esprime il peccato è il corpo mortale, mente, cuore e carne, sentimenti ed azioni da esso provenienti. Il peccato è derivante dall’ingiustizia e la provoca: le membra se offerte al peccato sono strumenti di ingiustizia, ma se sono offerte a Dio sono strumenti di giustizia. Ciò è determinato dalla grazia e così il peccato non potrà dominare. La schiavitù dal peccato o dalla grazia, dipende dalla libera scelta dell’uomo e dalle sue convinzioni più o meno motivate. S. Paolo affronta diffusamente nei suoi scritti la problematica del corpo, della carne e dei rispettivi desideri, chiarendo le debite distinzioni e i traguardi verso i quali essi portano in contrapposizione allo Spirito. Per la risurrezione di Gesù il cristiano non appartiene più al peccato, alla legge ed alla morte, ma vive nella e dalla Grazia che da Lui proviene. Il Battesimo fa morire l’uomo vecchio e dà vita all’uomo nuovo. Dio ha donato il suo Figlio per portare al mondo la salvezza e non permette che alcuno dei suoi figli si perda. Questa è la speranza e la certezza di vita dei rinati in Cristo che porta come conseguenza la lotta al lassismo in tutte le sue espressioni, in forza dell’amore di Dio e della testimonianza da offrire. Corpo ed anima sono votate alla giustizia ed alla grazia e non al contrario, fino a diventare schiavi della grazia e dell’amore. Verità di così alta densità teologica devono diventare oggetto di riflessione continua, con l’aiuto di persone competenti che stemperino l’eventuale difficoltà di comprensione ed aiutino ad immergersi nella luce che su di esse viene da Dio. P. Angelo Sardone

Il vecchio ed il nuovo Adamo

«Dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia. Come regnò il peccato, così regni anche la grazia per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore» (Rm 5,20-21). S. Paolo conclude così il parallelo avviato in termini di contrasto con precedenti affermazioni che fanno riferimento ad Adamo, il capostipite della razza umana e a Gesù Cristo, il nuovo Adamo. Tutta l’umanità porta le conseguenze del peccato originale del progenitore: la condanna e la morte. Mediante la fede in Cristo, porta invece le conseguenze della sua azione salvifica. Ciò che Dio ha operato con la grazia in Cristo è infinitamente più grande del peccato di Adamo e dell’intera umanità. Il peccato che provoca la morte è stato distrutto dalla grazia offerta da Gesù che ha attuato la grandiosa opera della redenzione mediante la sua morte. Obbedienza e disobbedienza sono come i poli dell’intera vicenda umana: la prima nasce dalla fiducia in Dio e dalla sua gratuita azione d’amore; la seconda dall’irresponsabile autonomia da Lui e dal suo rifiuto. Ciò ha dato origine al fallimento dell’uomo e del mondo. La storia umana alla luce di Dio si inquadra tra il primo e il secondo Adamo, il peccato e la gratuita redenzione e rivela che è sostenuta da un grande Amore di misericordia che trasforma il peccato in grazia. Sono concetti fondamentali che fanno parte di una catechesi che non può essere assunta e fatta propria con un’attenzione e conoscenza profonda, cose che spesso mancano anche nei buoni cristiani. P. Angelo Sardone

Abramo, padre nella fede

«Abramo credette, saldo nella speranza contro ogni speranza, e così divenne padre di molti popoli» (Rm 4,18). Abramo è l’uomo della fede. Questa prerogativa gli è riconosciuta dalla Storia sacra che più volte a lui fa riferimento.

Le sue gesta narrate nel Libro della Genesi si ripercorrono costantemente nel ritmo storico successivo e, nel Nuovo Testamento, trovano adesione piena da parte di Gesù, da S. Paolo, dall’autore della Lettera agli Ebrei. In particolare S. Paolo nella trattazione della fede presenta la sua identità di padre di tutti i credenti, di tutti i giustificati, in base proprio alla fede che è l’elemento determinante in Lui e nei suoi figli. Aprendosi a Dio ed accogliendo la sua Parola e le sue indicazioni, Abramo credette fermamente e si abbandonò in Lui con una fede che supera quanto umanamente una persona potesse pensare: lascia il suo paese, non esita a sacrificare suo figlio Isacco: non sta a discutere, si affida. La fede lo aiuta a superare le difficoltà, a fare riferimento costante all’onnipotenza di Dio ed alla sua fedeltà. Questa sua prerogativa continua per tutta la sua discendenza, il nuovo popolo dell’Alleanza, la Chiesa, e fa in modo che i cristiani siano davvero “eredi”. Vero ed effettivo erede è Cristo e l’uomo associato a Lui. Cristo è legato ad Abramo fino ad essere, secondo il pensiero di Paolo, la discendenza unica dello stesso Abramo. È davvero grande la nostra dignità di cristiani! Ma quanto è importante prenderne coscienza attraverso una conoscenza adeguata e profonda che passa attraverso l’ascolto della Parola di Dio e la catechesi. P. Angelo Sardone

Santa Teresa la Grande

«A chi lavora, il salario non viene calcolato come dono, ma come debito» (Rm 4,4). Gli antichi romani avevano coniato il termine salario, derivazione di “sale”, intendendolo come “razione di sale” o indennità concessa a funzionari statali per poter acquistare il sale o altri generi alimentari. Col tempo è diventata la rimunerazione dovuta al lavoratore per il lavoro prestato onde assicurargli una vita dignitosa. Anche sul versante spirituale e religioso come rilevato da S. Paolo, il Signore lo riserva non come dono, ma addirittura come “debito”, tanto è grande la considerazione che Egli ha della nobiltà del lavoro e della giusta ricompensa a chi lo presta con onestà e dedizione. Un salario davvero abbondante il Signore ha riservato alla santa di cui oggi si celebra la memoria, una delle mistiche più note e più grandi, S. Teresa d’Avila (1515–1582), dottore della Chiesa, donna di uno straordinario percorso interiore, riformatrice insieme con S. Giovanni della Croce dell’Ordine del Carmelo. Riportò la sua profonda esperienza mistica in diverse opere dottrinali tra le quali spicca “Il castello interiore”, un vero e proprio itinerario di elevazione dell’anima alla ricerca di Dio attraverso sette passaggi. Fu anima profondamente contemplativa e fortemente attiva, fondendo i due elementi nell’attuazione del disegno di Dio in un’altalena di desideri, resistenze alla grazia, conversione, delusioni, responsabilità organizzativa e realizzazione della perfezione nell’intimità con Dio. La sua testimonianza ancora oggi fa breccia nel cuore di uomini e donne che seguendo la spiritualità del Carmelo, guardando a Maria, realizzano una santità che è il compenso di Dio a tanto impegno e dedizione alla causa del Vangelo. Auguri a tutte coloro che ne portano il nome, perché ne seguano le orme. P. Angelo Sardone