L’unico vanto di Paolo: il bene delle anime

«Questo è il mio vanto in Gesù Cristo nelle cose che riguardano Dio» (Rm 15,17). L’apostolo Paolo fu ministro di Cristo tra le genti col compito di annunciare il vangelo di Cristo, da Gerusalemme fino all’Illiria, perché i pagani divenissero un’offerta gradita a Dio, santificata dallo Spirito Santo. Rispettoso sia degli altri missionari contemporanei che delle popolazioni alle quali essi avevano annunziato il nome di Cristo, si era riservato di non costruire su fondamenti altrui, ma di andare in altri luoghi dove nessuno ancora si era recato. Nutriva infatti il proposito di recarsi in Spagna. Nonostante ciò, ligio al dovere dell’annuncio, aveva voluto ribadire agli abitanti di Roma, presso i quali avrebbe fatto una sosta, alcuni punti della fede perché, come aveva già detto Isaia, «quelli che avevano sentito parlare avrebbero compreso ulteriormente» (Is 52,15). Il suo lavoro apostolico fu essenzialmente quello di mettere in contatto gli uomini con Dio, per le cose degli uomini che riguardano Dio. Il successo in ciò, gli ha già procurato un vanto che gli deriva non tanto dalle sue azioni quanto dall’unione con Cristo, dal quale tutto gli veniva. È interessante come lo stesso autore della Lettera agli Ebrei, tracciando l’identità del sacerdote, lo definirà «costituito in favore degli uomini nelle cose che riguardano Dio» (Eb 5,1). Questo era ed è l’unico vanto dei ministri di Dio nello sviluppo della loro azione pastorale per la quale offrono la propria vita e, secondo la bontà e la Provvidenza di Dio, raccolgono frutti maturi e significativi. P. Angelo Sardone

Carlo Borroneo, giovane ed energico santo

«Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore» (Rm 14,7-8). L’appartenenza a Cristo costituisce uno dei tratti fondamentali della vita e dell’impegno cristiano ed è espressione concreta della mutua associazione. Nella vita dei cristiani esiste una dicotomia tra i maturi e forti che sono liberi da prescrizioni assillanti ed esterni e da deboli nella fede che legano il proprio modo di agire ad imposizioni che vengono dall’esterno e che talora sono velati di superstizione. In tutto ed in tutti deve prevalere l’unità che non è necessariamente uniformità di vedute, ma si traduce in attenzione, comprensione e rispetto dell’atteggiamento altrui. Maggiormente quando si hanno nella comunità responsabilità derivanti dalla propria vocazione. È il caso di S. Carlo Borromeo (1538-1584), grande pastore della diocesi di Milano, insieme con altri santi, guida della Controriforma cattolica ed animatore del Concilio di Trento. Di corporatura robusta, era alto più di un metro ed ottanta, a poco più di vent’anni da suo zio il papa Pio IV fu nominato suo segretario e cardinale. Mettendo in atto le prescrizioni del Concilio tridentino, ebbe a cuore la formazione del clero e dei fedeli, visitando la vastissima diocesi, fondando seminari, edificando ospizi ed ospedali con le ricchezze della sua famiglia e difendendo l’autonomia delle istituzioni ecclesiastiche. All’unità della diocesi associò l’umiltà della sua vita ed il servizio dei poveri nello spirito e nel corpo, fino all’eroicità nel corso della peste del 1576, quando contrasse la malattia e morì. In lui vita e morte si qualificano «per» il Signore: è questo l’atto maggiore di eroismo cristiano. P. Angelo Sardone

L’unico debito

«Non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge» (Rm 13,8). Il cristiano si distingue per la pratica dell’amore che nasce direttamente da Dio e qualifica la sua vita e le sue azioni. Il comportamento verso gli altri necessita di questo elemento che è il culmine e la sintesi della Legge, di entrambi i Testamenti. L’amore verso gli altri, nella mentalità di Paolo e nella prassi di vita cristiana, è come un debito da pagare a tutti. Da questo dipende poi la vera realizzazione e l’autentica felicità. La legge antica rinnovata e reinterpretata dallo Spirito Santo diventa la legge nuova e si realizza nella sua pienezza. Le prescrizioni contenute nei comandamenti, eco di quanto Gesù stesso aveva insegnato, si risolvono in forma completa nell’amore verso il prossimo. L’amore non fa male, non vuole il male, è il perfetto contrario del male. Nella relazione di amore verso il prossimo viene superata la nozione giuridica del debito che impone al debitore di assolvere una prestazione a favore del creditore nell’ambito del dovere e non della libera volontà di fare. Il vero amore che viene da Dio, lo ha ribadito Gesù Cristo stesso, deve diventare vicendevole e raggiungere la qualità del dono supremo: dare la vita per la persona che si ama. Le norme della vita cristiana esprimono così la natura stessa dell’amore: oblazione, servizio, debito di gratitudine. La catechesi in merito non è mai troppa perché è sempre in agguato il contrario dell’amore: l’egoismo e la ricerca del proprio interesse. P. Angelo Sardone

I defunti: fratelli e sorelle della porta accanto

«Dio asciugherà ogni lacrima; non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Apc 21,4). L’annuale Commemorazione dei Fedeli defunti è una singolare espressione liturgica della Chiesa pellegrina nel mondo che ricorda e prega per tutti coloro che hanno concluso il cammino terreno e, attraverso il mistero della morte, sono entrati nella vita senza fine. Ciò che è enigma, oscuro, sorprendente ed inspiegabile mistero, è mutato da Cristo in certezza: la vita non ha fine, è semplicemente trasformata e, per quelli che credono in Lui, vi è la risurrezione nell’ultimo giorno e la vita eterna. La Parola di Dio offre un dato di fede, un elemento essenziale della rivelazione: si crede e si spera fermamente che «come Cristo è veramente risorto dai morti e vive per sempre, così pure i giusti, dopo la loro morte, vivranno per sempre con Cristo risorto» (CCC, 989). La morte, entrata nel mondo per invidia del diavolo e a causa del peccato, condiziona la vita dell’uomo sin dal suo nascere e trova pieno compimento nell’ora ultima quando l’anima che è immortale, staccandosi dal corpo che è di terra e viene affidato alla terra, torna a Dio. A qualunque età ed in qualsiasi condizione di vita, si conclude il pellegrinaggio terreno. Tutto ha fine: gioie e dolori, fatiche e speranze, desideri e delusioni, gloria e sofferenze. Agli occhi di Dio tutto viene livellato. Il destino ultimo della propria vita è stato affidato a ciascun uomo e donna, alla loro autonoma e libera responsabilità di fare il bene o il male, di praticare la giustizia e la verità, di accogliere o rifiutare la legge di Dio e i suoi comandamenti. Dopo la morte tutto appartiene alla misericordia di Dio. Noi aspettiamo la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà. P. Angelo Sardone

Il comandamento più grande

«Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Questi precetti ti stiano fissi nel cuore» (Dt 6, 4-6). Il primo comandamento è «Ama il Signore Dio tuo». Lo ha ribadito Gesù a chi glielo chiedeva. La legge antica da Lui pienamente adempiuta, parte sempre dalle indicazioni prioritarie e primordiali che Jahwé aveva formulato tramite Mosé per il suo popolo. L’ascolto sta a fondamento dell’accoglienza del mistero dell’unicità di Dio e della grandezza e potenza della sua Parola. L’ascolto è il primo passo dell’amore, la disponibilità ad accogliere il precetto antico e nuovo dell’amore. Se non ci si dispone all’ascolto non si può comprendere l’ingiunzione ad amare Dio con la totalità del proprio essere: cuore, mente, anima e forze. La necessità di amare Dio con queste caratteristiche e potenzialità talora sfugge alla comprensione limitata dell’uomo preso da amori che distraggono e disturbano, che incantano come sirene e non aprono a prospettive solide e perduranti. Un retto rapporto di amore si basa sul dinamismo dell’ascolto e della traduzione pratica dei precetti formulati da Dio. L’amore di Dio si manifesta col dono dei suoi comandamenti e la richiesta di fedele loro osservanza. Perché ciò avvenga essi devono rimanere incisi nella mente e nel cuore, insegnati ai propri figli, costituire le norme fondamentali alle quali rifarsi ogni momento della vita. Una fede solida e matura non può prescindere da essi: sono la vera ricchezza. Il mondo di oggi frastornato da leggi e leggine che sovraccaricano di ingiunzioni a volte anche contrari alla natura ed al buonsenso, ha bisogno di tornare ai precetti di Dio e praticarli in maniera coraggiosa. P. Angelo Sardone

L’apologia di San Paolo

«Io sono un Israelita della discendenza di Abramo, della tribù di Beniamino» (Rm 11,1). L’avvento di Paolo nella scena evangelizzatrice della Chiesa primitiva, causò un certo trambusto. Il persecutore direttamente convertito da Gesù sulla via di Damasco, pienamente investito di doni e carismi straordinari, comincio la sua missione con entusiasmo pur in mezzo a tante difficoltà causategli dai Giudei che non potevano comprendere il repentino cambiamento della sua vita. Imperterrito, per quella forza venutagli dal terzo cielo dove era stato trasportato, si diede alla predicazione seguendo la sua vocazione di “apostolo dei gentili”, cioè dei pagani. I suoi viaggi missionari testimoniati puntualmente da S. Luca negli Atti degli Apostoli e le indicazioni significative riportate nelle sue lettere, confermano ampiamente il suo zelo e la sua passione per la salvezza delle anime. Tra queste non potevano non esserci i suoi conterranei, i Giudei che tanti ostacoli gli opponevano. L’eloquente testimonianza che Egli riporta nella lettera ai Romani conferma la sua appassionata apologia di vero Israelita, cresciuto alla scuola di Gamaliele nella più ferrea dottrina, quasi a dire la sua competenza culturale e di vita nella fede accolta dalla Tradizione qualificata del suo popolo. La trasformazione operata dalla grazia di Gesù lo rende ora paladino ed assertore del compimento delle promesse di Dio nei confronti del suo popolo, con la naturale evoluzione ed   attuazione apportata da Gesù di Nazaret. P. Angelo Sardone

La sofferenza ed il dolore di S. Paolo

«Dico la verità in Cristo, non mento, ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua» (Rm 9,1). L’incredulità ostinata dei Giudei, popolo scelto da Dio, procura a S. Paolo una grande sofferenza. La sua emotività viene espressa con chiarezza e semplicità, quasi una sorta di auto-confessione non di debolezza, ma testimonianza di un grande amore per il popolo da cui proviene. Talora una lettura superficiale dei suoi scritti potrebbe lasciare apparire una personalità staccata, fredda, con un giuridismo esasperato. Si tratta invece di un individuo caldo, emotivamente coinvolto in una tenerezza espressiva singolare. Lo Spirito Santo e la sua coscienza attestano il valore ed il peso della sua sofferenza a causa ed a vantaggio dei suoi fratelli Israeliti, consanguinei nella carne, ai quali riconosce una doppia serie ternaria di doni ricevuti da Dio, che lo pongono in una posizione privilegiata: adozione a figli, gloria e alleanze; legge, culto, promesse. Cristo è il dono più grande che supera tutti e che da loro proviene secondo la carne. Il dolore e la sofferenza per il rifiuto di Cristo da parte dei Giudei, induce l’Apostolo a desiderare di essere lui stesso «anàtema», cioè separato dalla gloria, per dare onore a Cristo, cosa che potrà venire dalla loro conversione (S. Tommaso d’Aquino). I parametri di questa esperienza dolorosa si ripetono nella storia dei popoli e della Chiesa anche oggi, quando tanti cristiani rinnegano la fede e vivono come se Dio non ci fosse e tutto dipendesse dalle loro capacità, dall’ingegno e da una florida economia. Quanta sofferenza si genera allora nel cuore e nella vita dei Pastori! P. Angelo Sardone

I santi Simone e Giuda apostoli

«Edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù» (Ef 2,20). Efeso, popolosa città dell’Asia Minore situata alla foce del fiume Caistro, principale porto e centro commerciale dell’Asia, con la sua comunità cristiana avviata da S. Paolo, è destinataria dell’omonima lettera, insieme con altre Chiese asiatiche. Prima Paolo nel corso del suo secondo viaggio missionario, poi Apollo, poi ancora una volta Paolo in due anni di permanenza, insegnarono il Cristianesimo. Nella simbologia paolina, ogni comunità cristiana ha il suo fondamento spirituale sugli apostoli ed i profeti che si sorreggono sulla pietra angolare dell’edificio che è Cristo stesso. È Lui che tiene unite le pareti che in Lui si cementano. Gli Apostoli ed i Profeti sono le nuove generazioni dei testimoni che hanno ricevuto la rivelazione del piano di salvezza di Dio e predicano il vangelo. Tra loro oggi la liturgia ricorda due Apostoli non molto conosciuti: Simone lo Zelota o il Cananeo e Giuda Taddeo, spesso identificati come cugini di Gesù. Nella predicazione del Vangelo Giuda Taddeo si spinse verso l’antica Persia e qui, insieme con Simone predicarono convertendo al Cristianesimo decine di migliaia di abitanti di Babilonia e di altre città. Subirono il martirio a Suanir, in Persia. Nella iconografia cristiana S. Giuda viene rappresentato con una fiammella di fuoco sulla testa, ad indicare lo Spirito Santo ed un medaglione sul petto che riporta il viso di Gesù. P. Angelo Sardone

La Preghiera dono dello Spirito

«Non sappiamo come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili» (Rm 8,26). La preghiera cristiana è fatta di attesa e di speranza. La debolezza propria dell’uomo viene soccorsa da un agente esterno e superiore, lo Spirito Santo che si unisce alla maniera umana e fa desiderare ciò che Dio desidera. L’uomo lasciato a se stesso, vittima della sua sofferenza e succube della potenza del maligno non prega bene, cioè non prega come si addice alla sua condizione di figlio che ha fiducia nel padre ed a lui si abbandona, anzi addirittura può chiedere male (Gc 4,3-5). Lo Spirito che conosce la debolezza umana si inserisce nella dinamica relazionale della creatura col Creatore, diviene mediatore di preghiera e la esprime a suo vantaggio. L’intervento dello Spirito si compie nel cuore e nella mente dell’uomo, nella sua personalità più completa, realtà accessibili a Dio e si realizza con gemiti che l’uomo non può comprendere. Se non interagisse lo Spirito Santo la preghiera sarebbe solamente un costrutto umano, un imparaticcio, come lo definirebbe Isaia. Dio che conosce nell’intimo ogni uomo, nei suoi aspetti più reconditi e talvolta nascosti, accoglie l’azione dello Spirito, i suoi pensieri e le sue aspirazioni a favore dell’uomo, cose che rientrano nel piano di salvezza. Se il peccato continua ad offuscare la voce dello Spirito, si corre il rischio di formulare pensieri e parole vuote, che non sono preghiera ma ricerca di auto-consolazione e illusorio appoggio di sentimenti e di sensazioni accomodanti. P. Angelo Sardone 

Le sofferenze e la gloria

«Ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi» (Rm 8,18). Nelle Lettere di S. Paolo spesso le situazioni di attualità si proiettano o si contrappongono con quelle definitive, lasciando intravvedere una tensione verso il futuro. Ciò esprime speranza ed attesa. Guardando Gesù Cristo e considerando il suo amore manifestato con l’umiliazione della croce e la sua glorificazione, le sofferenze del momento, per quanto grandi possano essere, non sono paragonabili alla gloria futura verso la quale tendono e si collegano. Essa sarà manifestata in pienezza nella risurrezione personale. La sofferenza e la gloria sono elementi di un polarismo che si integra e si ampia nelle categorie spazio-temporali. La sofferenza è compagna stabile dell’uomo nel tempo della vita: ogni cosa creata soffre, proprio come le doglie del parto, nel dinamismo della rigenerazione. La gloria si riferisce alla vita futura. La sofferenza dell’umanità di sempre, immersa nella caducità e nella corruzione delle cose, è determinata dall’attesa della salvezza. Ma Dio non è lontano. L’adozione a figli elude la lontananza per mezzo di Gesù che ha compiuto le promesse del Padre. L’attesa fa parte anch’essa dell’uomo e della cronologia della sua storia. Si vive nella fede e non nella visione, attendendo la pace e la gioia duratura. Un grande senso di speranza deriva da queste considerazioni, conforta nelle tribolazioni attuali e le proietta con fiducia verso le cose ultime come il compimento ed il fine stesso della vita. P. Angelo Sardone