Il Vangelo sopra ogni cosa

«Tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io» (1Cor 9,23). L’evangelizzatore provetto non parla solo con la bocca o con lo scritto, parla soprattutto con la testimonianza della propria vita. L’esempio di S. Paolo nelle diverse comunità da lui fondate è significativo e trainante. Interamente votato al Vangelo, l’Apostolo, prese alla lettera l’ingiunzione di Cristo: «Andate in tutto il mondo e predicate!». Particolarmente a Corinto egli ha profuso a piene mani la sapienza evangelica, facendo ruotare tutto attorno alla necessità di predicare senza alcun vanto o ricompensa che non fosse solo il Vangelo. Alla maniera stessa di Gesù, la predicazione più efficace non consiste nella formulazione di concetti filosofici o sociologici, ma nella trasmissione di verità che sono via al cielo. Ciò comporta non solo l’adattamento alle situazioni, agli ambienti ed alle persone, ma soprattutto il coinvolgimento personale, facendo diventare la singola persona partecipe e parte integrante del messaggio annunziato. Questo determina una libertà da tutto e da tutti, per farsi servo di tutti onde amministrare e trasmettere un dono superiore alla portata singola di comprensione e, come in una corsa, dosare la forza dei muscoli ed orientare la volontà e l’impegno alla conquista del traguardo e della vittoria. I cristiani, proprio in forza dell’adesione a Cristo, il salvatore e messaggero del Padre, devono sempre più diventare araldi del Vangelo attraverso lo studio serio e profondo, lasciandosi coinvolgere dalla forza stessa del Vangelo che non è mai anacronistico ed impossibile. P. Angelo Sardone

Maria Bambina

«Era necessario che si costruisse la casa, prima che il Re scendesse ad abitarla» (S. Pier Damiani). Oggi la Chiesa celebra la festa della Natività di Maria. Già introdotta nel secolo VII da papa Sergio I, essa è legata alla natività di Gesù e costituisce come una sua preparazione. Nei testi biblici non c’è traccia alcuna di questo avvenimento. Ne parla solo uno scritto del II secolo, il cosiddetto Protovangelo di Giacomo, un apocrifo che non rientra tra i libri ispirati. Esso afferma che Maria nacque a Gerusalemme da Gioacchino ed Anna. In lei si concentra l’attenzione di Dio con il suo disegno di amore verso l’umanità, e si traduce in grembo e culla e casa per la nascita del Verbo incarnato. I Padri della Chiesa hanno scritto e parlato di questo avvenimento. Nella Tradizione popolare è diventata la Festa della Madonna Bambina ed è operante nella Chiesa una Congregazione di Suore dette di Maria Bambina. S. Annibale Maria Di Francia andava pazzo per Maria Bambina che amabilmente chiamava la “Bambinella”: era la poesia del suo cuore. Una delle foto classiche lo ritrae con Lei tra le braccia. In tutte le Case Rogazioniste per suo volere viene custodita, venerata ed esposta una statuetta di Maria Bambina nella culla e la festa è preparata con particolare devozione con la recita dello Stellario e la veglia. La Madonna volle premiare questa fede semplice e questo suo trasporto devoto apparendogli il 31 maggio 1927 nella stanzetta della Guardia, la località messinese nella quale il dì successivo il santo canonico morì. Tutt’oggi essa è meta di pellegrini e devoti che venerano la Madonna e contemplano sulle mura la bella immagine che ritrae la sua apparizione. P. Angelo Sardone

Matrimonio e verginità

«Se ti sposi non fai peccato; se la giovane prende marito, non fa peccato. Tuttavia costoro avranno tribolazioni nella loro vita» (1Cor 7,28). In risposta ai quesiti posti dai Corinti, S. Paolo affronta il problema del matrimonio e della verginità. In questa maniera detta alcune norme che compongono l’intero capitolo 7 della prima Lettera ai Corinti. Si tratta di due ideali sanciti dalla Rivelazione divina: il matrimonio monogamico e la verginità e consacrazione a Dio che fa protendere verso i beni del Signore. Il matrimonio viene permeato di spirito cristiano. Lo stato di verginità sembra essere prediletto dall’Apostolo che offre un consiglio come di persona che ha autorità: se sei legato ad una donna, non scioglierti; se non sei legato ad alcuna, non andare a cercarla. La necessità presente di cui si parla è il limite che la condizione matrimoniale pone alla dedizione senza limiti al Signore. Tuttavia non si fa peccato a sposarsi, tutt’altro. Le tribolazioni sono costituite dalle tensioni che spesso sono grandi e dolorose anche nel matrimonio, quando si è immersi nelle contingenze giornaliere della vita e talora si deve lottare per affermare le istanze proprie del Vangelo. Non vi è obbligo di scegliere il celibato: si tratta di un consiglio. Il carisma della verginità è diverso dal carisma del matrimonio. Entrambi sono doni di Dio e si esprimono come vera e propria vocazione. Entrambi hanno la loro importanza ed il loro peso; per entrambi si richiede una particolare assistenza dello Spirito. Il matrimonio adempie il volere divino della generazione della vita e della comunione di mente, cuore e corpo tra un uomo ed una donna. La scelta del celibato per il Regno dei cieli è già la manifestazione del “non ancora”.  P. Angelo Sardone

I vizi che pregiudicano l’ingresso nel Regno

«Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adùlteri, né depravati, né sodomìti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né calunniatori, né rapinatori erediteranno il regno di Dio» (1Cor 6,10). Affrontando questioni pratiche di gestione della vita e dei rapporti comunitari, S. Paolo fa riferimento con stupore ad alcuni comportamenti dei cristiani che risultano assurdi: si rivolgono a tribunali pagani quando invece dovrebbero risolvere le loro questioni dinanzi ai propri tribunali riconosciuti dall’autorità romana. E’ necessario che ci sia qualcuno che faccia da intermediario e conciliatore. La conclusione poi è una affermazione netta e dura che toglie qualsiasi possibilità di facile illusione: le orecchie, anche quelle dei cristiani di oggi, potrebbero rifiutarla. Ci si trova dinanzi ai primi tentativi di elaborazione di una morale cristiana. Essa comprende 10 categorie di peccati che escludono dal Regno di Dio, perché sono incompatibili con l’essere cristiano e portano alla rovina eterna. Tali vizi (immoralità, idolatria, adulterio, depravazione, sodomia, furto, avarizia, ebrezza, calunnia, rapina) provengono dai cataloghi appartenenti già all’ambiente greco e romano e sono espressione dei criteri fondamentali della morale universale. Qualunque aggiunta è superflua. Il concetto è chiaro ed inconfutabile. Non si tratta di assurdità o di concezioni di tardo medioevo, ma di elementi antichi quanto l’uomo, che compromettono anche in contesti sociali comuni e pregni di diritti civili, l’identità dell’uomo e la sacralità della sua natura, violata da simili aberranti peccati. Non ritenere esagerato tutto questo e non respingere. Rifletti invece con profondità su queste scomode verità. P. Angelo Sardone

L’immoralità a Corinto

«Si sente dovunque parlare di immoralità tra voi, e di una immoralità tale che non si riscontra neanche tra i pagani» (1Cor 5, 1). La città di Corinto non certo brillava per moralità. In essa c’era una confluenza notevole di culture diverse con correnti di pensiero e di religione molto differenti e rilassamento di costumi che la rendeva tristemente famosa nel mondo antico. Nelle due lettere che S. Paolo scrive alla comunità cristiana ivi residente affronta e cerca di risolvere diversi delicati problemi soprattutto di carattere morale. Tipico rimane quello gravissimo dell’incesto, determinato dalla vita more uxorio tra un uomo e la moglie di suo padre, la matrigna. Questa unione che era proibita sia dal Libro del Levitico che dal diritto romano, era però tollerata dai rabbini presso i pagani che si convertivano, fino al punto che proprio a Corinto i neofiti si gonfiavano di orgoglio, piuttosto che esserne afflitti, ed incapaci di escludere dalla comunità il reo di questo scempio immorale. L’apostolo interviene duramente perché il colpevole sia tenuto per qualche tempo in disparte dalla comunità e dato in balìa di Satana, cioè privato del sostegno della Comunità e quindi esposto al potere demoniaco. C’era da sperare il pentimento in vista della salvezza finale. Il lievito vecchio fatto di malizia e perversità, deve cedere il posto alla pasta fresca confezionata col lievito nuovo della sincerità e verità. Il modo di pensare odierno, frutto di un ossessivo progressismo, ormai non fa più caso a tutto questo, dal momento che sono stati scalzati i valori più naturali che richiedono rispetto per la dignità umana e la sacralità del corpo e delle azioni, nelle relazioni affettive e matrimoniali. P. Angelo Sardone

Il dono della Sapienza

«Gli uomini furono istruiti in ciò che ti è gradito e furono salvati per mezzo della sapienza» (Sap 9,18). Il libro della Sapienza presentata nel testo greco come opera del re Salomone, nella sua seconda parte tratta dell’origine della sapienza, la sua natura e le modalità per poterla ottenere. A conclusione della celeberrima preghiera, proclamata anche nella Liturgia delle Ore, l’autore sacro si chiede chi mai può conoscere il volere di Dio e provare ad immaginare cosa vuole il Signore. Facendo riferimento alla situazione umana che presenta incerte le riflessioni, la mente piena di preoccupazioni, la fatica di comprendere anche le cose a portata di mano, afferma che solo la sapienza che scende dall’alto e che viene posta in parallelo col santo Spirito, mette nelle condizioni di conoscere ed accogliere il volere del Signore. E’ Lui, infatti, che istruisce i cuori in ciò che gli è gradito e vuole che gli uomini siano salvati dai pericoli temporanei e spirituali per mezzo della sapienza, il solo tramite tra Dio e gli uomini. Nella lettura ed interpretazione cristiana, la sapienza è la personificazione di Cristo: è Lui che effonde la sua grazia perché la vita abbia un itinerario diritto e perché, comunicando i veri valori dell’esistenza, si manifesta e si compie in essa la salvezza. La sapienza va dunque invocata proprio perché non si può investigare il volere di Dio e conoscerlo semplicemente attraverso i ragionamenti umani e gli studi, ma solo attraverso il dono che il Signore gratuitamente offre a chi gliela chiede ed a chi a Lui fiduciosamente si affida. P. Angelo Sardone

Sintesi liturgica della XXIII domenica del Tempo Ordinario

Ai timidi ed incerti ragionamenti mortali sfugge la conoscenza del volere di Dio e delle cose del cielo. La sapienza che scende dall’alto e salva gli uomini, unita allo Spirito santo, permette tale conoscenza. Per essere discepolo del Signore occorre amare Dio più di quanto si amino le persone più care e la stessa vita, portare la propria croce e seguirLo. Il discernimento e la prudenza nelle scelte per costruire o andare in guerra sono il criterio efficace per la buona riuscita e per conseguire l’ammirazione altrui. Il bene da compiere non deve essere mai forzato, ma volontario e generoso, soprattutto quando si tratta di persone in difficoltà o in riscatto da situazioni particolari di vita o di schiavitù. La carità cristiana infatti, trasforma lo schiavo e l’uomo in fratello. P. Angelo Sardone