Maria SS.ma Bambina

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La semina del mattino
68. «Anna, si parlerà in tutta la terra della tua discendenza» (PdG, 5).
«Anna partorì e domandò alla levatrice: “Che cosa ho partorito?”. Ella rispose: “Una bambina”. Quando furono compiuti i giorni, Anna si purificò, diede poi la poppa alla bambina e le impose il nome Maria». Così il Protoevangelo di Giacomo descrive la nascita di Maria Santissima. Si tratta di un testo apocrifo, cioè non ritenuto ispirato e non annoverato nella Bibbia, ma evocativo della festa odierna della Natività di Maria sulla cui devozione ha influito. Il Signore premia la fiducia e la richiesta accorata dei genitori Gioacchino ed Anna che non avevano figli e ormai data l’età, non ne avrebbero potuti avere. Una tenera e filiale devozione alla Madonna ha segnato l’intera vita di S. Annibale. Essa si specificò in forma singolare nei riguardi di Maria Bambina, per la quale andava pazzo. In ogni Casa religiosa voleva la statua della Madonna Bambina, la festa solenne preceduta da una novena, la veglia la notte della vigilia, e la sera concludeva il tutto con la processione per tutta la casa. Era la dolce poesia del suo cuore: ne parlava con l’ingenuità di un bambino e con la sapienza dell’adulto conduceva spiritualmente i piccoli, i religiosi e le suore a visitare la neonata Maria. La notte dell’8 settembre animava la veglia per la Natività di Maria SS.ma celeste Bambinella, invitando a trasportarsi in spirito mezz’ora prima della mezzanotte attorno alla casa di S. Anna, e qui ad attendere in preghiera la nascita. Poi si entrava, si contemplava la Bambinella in fasce in braccio a sua madre e la si venerava cantando le sue lodi. Maria Bambina lo premiò apparendogli il 31 maggio 1927, il giorno prima della sua morte. P. Angelo Sardone

Il bene immenso

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La semina del mattino
67. «Vi ho scritto per farvi conoscere l’affetto immenso che ho per voi» (2Cor 2,4). Una eccellente mediazione umana di relazioni e condivisione è la pratica dello scritto. Insieme con quanto viene detto, costituisce un elemento importante di comunicazione diretta e che rimane. «Ciò che ho scritto, ho scritto» disse Pilato (Gv 19,22). L’azione manuale permette di fissare pensieri e considerazioni, offrire indicazioni e percorsi, esortare e testimoniare, lasciare un segno. Mente e mani diventano un tutt’uno; il pensiero fluisce e si materializza nei caratteri convenzionali che compongono le parole ed esprimono i pensieri, i sentimenti. Il bene ed il male, l’amore e l’odio, i progetti, le esortazioni e le attestazioni di amore, passano attraverso questa mediazione. Era grande, immenso l’affetto che l’apostolo Paolo nutriva nei confronti dei cristiani da lui evangelizzati e formati. Per questo o prima o dopo le sue visite, indirizzava loro delle lettere nelle quali oltre l’altissimo contenuto teologico, riversava la ricchezza dei suoi sentimenti. Non si trattava di convenzione, ma erano vere espressioni di trasporto umano ed affettivo avvalorato ancor di più dall’amore di Dio che sorpassa ogni conoscenza. Eppure poteva sembrare un uomo apparentemente schivo e distante. Il mio affetto sacerdotale è immenso. Il limite del pudore e della sacralità dei sentimenti, non sempre permette l’esplicitazione, con termini appropriati, della portata interiore e reale dell’affetto. I sentimenti e le parole rimangono perle preziose donate ad intenditori ed a coloro che vogliono usufruire del loro valore. P. Angelo Sardone

Seminare abbondantemente

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La semina del mattino
66. «Chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà» (2Cor 9,6).
È una legge di natura. Ma è anche conseguenza di una azione superficiale, di un impegno non adempiuto, di pigrizia, di superficialità. Per raccogliere con abbondanza bisogna seminare tanto. Per farlo bisogna avere il seme. Può essere quello ricavato dalla mietitura della stagione precedente conservato nei granai, o quello acquistato dai commercianti. La natura, poi, è una maestra straordinaria che si attiene alla legge impressa dal Creatore, ma spessissimo oltraggiata dal dissesto ambientale e da irresponsabilità e interventi dissennati dell’uomo. Se la stagione è favorevole, se non mancano le piogge, se il campo è stato sufficientemente preparato e coltivato, il contadino potrà raccogliere con abbondanza quello che semina. La metafora adoperata da S. Paolo per stimolare la colletta di carità a favore dei poveri di Gerusalemme, si addice bene alla realtà spirituale, dove il tempo della semina non è stagionale, ma continuo. Ogni momento è buono per spargere con generosità ed accortezza il seme della Parola, della condivisione, degli affetti, degli insegnamenti, della carità. Nel linguaggio evangelico il seme della Parola di Dio gettata con abbondanza nei cuori e nelle vite dei fedeli porta molto frutto. L’impegno, il servizio, il dono, la generosità, la condivisione, la profondità, la responsabilità, premiano sempre. In ogni campo: lavoro, studio, professione, missione. Se nella vita vuoi raccogliere tanto, semina il bene con abbondanza e verso tutti! P. Angelo Sardone

Il profeta sentinella

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23ª domenica T.O. Il profeta è posto come sentinella per Israele col compito di trasmettere quanto sentito dalla bocca di Dio. La sua salvezza è legata alla comunicazione: se non lo fa ed il malvagio muore, ne è responsabile. Se lo fa e lui non desiste è fuori di ogni responsabilità. L’amore vicendevole è l’unico debito riservato al cristiano: chi ama, infatti, adempie la legge. La sua pienezza è la carità e tutti i comandamenti si compendiano nell’amore verso il prossimo. L’ammonizione nei confronti di chi ha commesso una colpa si dà in forma progressiva: prima da soli, poi con due o tre testimoni, infine davanti alla comunità. Se il colpevole non ascolta nessuno, deve essere ritenuto un pubblico peccatore ed un pagano. La preghiera fatta in comune ottiene da Dio qualunque cosa venga richiesta: è garantita la presenza di Cristo fra due o tre che sono riuniti nel suo nome. P. Angelo Sardone.

Pochi i padri

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65. «Sono io che vi ho generato in Cristo Gesù mediante il Vangelo» (1Cor 4,15). Il rapporto tra sacerdote e fedeli è analogo a quello tra il pastore e le sue pecore, il padre ed i suoi figli. Dall’ordinazione sacerdotale consegue il compito di accompagnamento e guida nella via della fede e nella vita nello Spirito, di attenzione e cura, di vera e propria paternità. Il potere conferito da Gesù, attraverso la grazia dei Sacramenti, particolarmente la Riconciliazione, mette nelle condizioni il sacerdote di generare spiritualmente le anime. Questa verità è legata all’identità ministeriale ed alla missione affidata da Gesù sommo ed eterno sacerdote e dalla Chiesa. S. Paolo lo testimonia col suo ministero apostolico nelle prime comunità cristiane e lo conferma con una espressione di grande autorità rivolta ai Corinti: «Potreste avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri: sono io che vi ho generato in Cristo Gesù mediante il Vangelo». È senz’altro uno degli elementi più concreti del servizio dell’apostolo che rivendica la priorità paterna e spirituale dinanzi a cristiani orgogliosi, ondeggianti, opportunisti, facilmente adescabili dall’ultimo arrivato. Il sacerdote, ad immagine di Cristo, è trasmettitore degli stessi suoi sentimenti: sapienza, umiltà, fortezza, carità. Nella vita spirituale tanti possono essere i maestri, moltissimi i pedagoghi, a volte anche ingannevoli, ma di padri, non certo molti: sono tali coloro che generano col seme della Parola, il perdono dei peccati, la presenza costante, la cura e l’attenzione oltre il tempo e la distanza. P. Angelo Sardone

Vino nuovo in otri nuovi

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La semina del mattino

  1. «Nessuno versa vino nuovo in otri vecchi» (Mc 2,22).

Le leggi della natura e dell’esperienza sono precise, pratiche e concrete. Non si può contravvenire ad esse senza incontrare poi difficoltà. Nei suoi insegnamenti molto spesso Gesù ricorre ad esemplificazioni tratte dalla natura per evidenziare grandi verità ed indurre gli ascoltatori a comprendere meglio quanto detto ed agire di conseguenza. La toppa di un vestito nuovo non si applica ad uno vecchio per ripararlo. Gli otri vecchi non sono in grado di accogliere il vino nuovo perché la sua forza li spacca e il vino si perde. È questione di logica ed anche di esperienza. Nella parabola evangelica si intravvede la difficoltà di insegnare e praticare i nuovi insegnamenti di Gesù superando le tradizioni e conoscenze religiose relative all’Ebraismo antico. La vita spirituale deve modellarsi ogni giorno in novità segnate dalla Provvidenza di Dio e dalla corrispondenza effettiva alla grazia. La purificazione della coscienza rende disponibile la propria vita ad accogliere il nuovo, determinato dalla forza stessa di Dio che è forza purificatrice e trainante. È importante predisporre la propria vita all’accoglienza sincera della grazia che si comunica attraverso i sacramenti i cui effetti sono salutari. Ma per poter accogliere la forza da essi sprigionata, occorre innanzitutto sbarazzarsi del vecchio e rendere nuovi gli otri della propria vita, rinnovare cioè mente e cuore per poter far posto al nuovo, simboleggiato dal vino. Come la forza del vino è sprizzante, la grazia di Dio ovunque passa purifica, rinnova, esalta e dà vigore. P. Angelo Sardone

Duc in altum. Un mare aperto er ogni sorta di pesci

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63. «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca» (Lc 5,4).
I pescatori di uomini, costituiti tali da Gesù, sono stati alla sua scuola per tre anni percorrendo le città ed i villaggi della Palestina e salpando più volte il mare di Gennesaret, non sempre ricco di pesci, soprattutto dopo notti intere di lavoro. Il guadagno era indispensabile per vivere sia quando stavano con le loro famiglie, che ora che seguivano il Maestro. Gli Evangelisti Sinottici raccontano spesso questo duro lavoro e le peripezie annesse ad una pesca fruttuosa. In una di queste situazioni S. Luca colloca la chiamata dei primi apostoli. Gesù predica alla folla numerosa sulle rive del lago. A pochi metri ci sono due barche ormeggiate e, intenti a riparare le reti, alcuni pescatori un po’ imbronciati per aver trascorso tutta la notte senza prendere nulla. Gesù ne sceglie una, quella di Pietro e lo invita a prendere il largo. C’era da opporre una giusta resistenza da parte sua perchè la delusione della notte senza aver preso nulla. era sufficiente a non farlo muovere. Invece il pescatore di pesci che aveva sentito la predica del Maestro, cede, con un rigurgito di fede gli dice: “Sulla tua parola getterò le mie reti” e prende il largo. Avviene così una pesca miracolosa. Ciò determina in lui la presa di coscienza della sua indegnità, la fiducia nel Maestro e l’adesione alla sua chiamata. Il largo del mare del mondo cerca ancora oggi audaci pescatori di uomini che non si limitano a superare le poche miglia sicure e vicine alla riva, ma che sfidano il mare aperto, per annunziare la salvezza e la grandezza dell’amore di Cristo. P. Angelo Sardone