In preparazione al 1° luglio

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Mattutino di speranza, 30 giugno 2020.
Il primo luglio 1886, dopo una intensa preparazione durata due anni, S. Annibale Maria Di Francia collocò stabilmente Gesù Sacramentato nella cappella ricavata da una delle casette del malfamato Quartiere Avignone a Messina, dove egli operava, tra i 200 poveri circa che vi abitavano. Ritenne quella la data di fondazione dell’Opera costituita dagli Orfanotrofi femminile e maschile, dalla neonata Comunità delle Figlie del Divino Zelo ed un primo nucleo di collaboratori. Sin dal 1878 epoca del suo ingresso nel quartiere, il santo canonico avrebbe potuto farlo liberamente, ma quella gente non ne avrebbe compreso l’importanza. In occasione di un pranzo offerto ai poveri della città il 19 marzo 1881, per la prima volta S. Annibale celebrò la S. Messa nel quartiere ma tutto si chiuse lì. Urgeva impartire una adeguata formazione umana, religiosa e spirituale; solamente dopo si sarebbe potuto erigere una chiesa e collocare stabilmente Gesù Eucaristia per farlo diventare il punto di riferimento di tutto e di tutti. Occorreva attendere perchè nascesse in tutti il desiderio di avere Gesù Sacramentato coinquilino tra quelle povere e malandate case. Maturarono i tempi mentre «nasceva in tutti il desiderio che la chiesetta diventasse sacramentale». Parlando in terza persona S. Annibale in seguito racconterà: «Il sacerdote che aveva incominciato l’opera, stimò che la venuta di Gesù Sacramentato in quell’oratorio, in mezzo a quella turba di poveri d’ogni specie e di fanciulli fosse preceduta da una preparazione abbastanza lunga ed adatta ad impressionare profondamente gli animi; stimò che la venuta del SS.mo Sacramento in quel locale dovesse segnare un avvenimento, un’epoca dell’Opera, perchè il Signore Nostro Gesù Cristo sarebbe ivi ospitato proprio in mezzo ai poverelli fatto anche Lui poverello tra quelle casupole per amore dei suoi derelitti figli». Questa è la chiave di lettura di un avvenimento di grande importanza per la fede del Fondatore, la vitalità e la continuità stessa dell’Opera di carità intrapresa in quel quartiere. Per due anni di seguito con diverse industrie spirituali Egli suscitò una santa aspettazione nell’animo dei fanciulli e delle fanciulle ricoverate e nei poveri abitanti, con continue istruzioni catechetiche sull’importanza dell’avvenimento ed apposite preghiere. Un inno da lui composto divenne l’espressione di quel desiderio: «Cieli dei cieli apritevi, scenda il Diletto a noi, chiuso nell’Ostia, vittima del suo divino amor. Venga tra i figli suoi l’amato Redentor». Giunse il 1° luglio 1886. Nella chiesetta adorna di fiori e di luci alle 7.00 del mattino S. Annibale salì sull’altare per la celebrazione della S. Messa. I partecipanti cantavano con mestizia: «Cieli dei cieli apritevi, scenda il diletto a noi» e recitavano la preghiera «Desiderio per la venuta di Gesù Sacramentato». Dopo la consacrazione eucaristica esplose il canto di gioia: «Cessino ormai le lagrime, finisca ogni dolor… venne tra noi Gesù». Al termine della S. Messa il SS.mo fu posto in un ostensorio di argento massiccio e fu portato in processione per le stradine del quartiere e nella pubblica via della città, con gli orfani e le orfane vestiti a festa e la turba dei poveri che accompagnava. Rientrati nella chiesina l’ostensorio fu esposto sopra un trono per l’adorazione che durò tutto il giorno. Non ci fu tempo per pranzare regolarmente per non interrompere la preghiera. La giornata si concluse la sera con la benedizione del SS.mo Sacramento. Finalmente il tabernacolo era pieno: c’era Gesù.  Anche il quartiere ora non era più vuoto: c’era il Creatore e Redentore, il padre dei poveri. L’avvenimento che aveva destato tanta impressione nell’animo dei piccoli e dei poveri, doveva essere annualmente ricordato. Per questo, a partire dall’anno successivo, il 1887, S. Annibale diede inizio alla Commemorazione della Festa del 1° Luglio, un tributo annuo di amore e di fede, un debito di gratitudine «per l’amorosa e dolcissima dimora di giorno e di notte di Gesù sacramentato nell’Opera rogazionista». Col suo genio inventivo ideò il cerimoniale: l’aspettazione di Gesù, tenendo volutamente il tabernacolo vuoto onde stimolare il desiderio di averLo in mezzo, il conferimento di un titolo annuale a Gesù per salutarLo mentre torna nel santo tabernacolo, un inno corrispondente da musicare e cantare. A questa singolare festività che il fondatore volle «di primordine» è sotteso il dato singolare della sua fede: Gesù Eucarestia è il «vero, effettivo, immediato fondatore dell’Opera» e il «centro amoroso, fecondo, doveroso e continuo di essa». Era sua convinzione che Dio aveva fatto una cosa nuova, del tutto originale: volendo elevare a istituzione il divino comando della preghiera per le vocazioni, il Signore, senza alcuna intermediazione, si era mostrato geloso di essere Egli stesso dal santo tabernacolo, il vero fondatore dell’Opera rogazionista. La festa del 1° luglio è ormai Tradizione consolidata e le due Congregazioni delle Figlie del Divino Zelo e dei Rogazionisti hanno riportato grandi frutti. Da Messina la piccola carovana ha raggiunto diverse parti del mondo diffondendo il carisma del «Rogate» ossia la preghiera per le vocazioni e la carità soprattutto verso i piccoli ed i poveri, coinvolgendo una nutrita schiera di donne e uomini, religiosi, religiose e tanti laici. Dal 1936, anno cinquantesimo dall’istituzione delle feste eucaristiche, Gesù è acclamato e adorato «Divino Trionfatore». P. Angelo Sardone

Le colonne della Chiesa

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Mattutino di speranza, 29 giugno 2020.
Il martirio sancisce col sangue la testimonianza più autentica e vera di un amore senza limiti. Gesù lo ha affermato con chiarezza e lo ha inciso nel nuovo codice comportamentale per i suoi seguaci: «Non esiste amore più grande di questo: dare la vita per chi si ama» (Gv 15,13). Le parole più vere ed efficaci sono quelle macchiate di sangue, il sangue che non grida vendetta ma manifesta la piena adesione ed unità col sangue che Cristo ha versato nella sua passione e morte per la redenzione dell’uomo. Il sangue versato convince ed attira molto più delle parole. Nella tradizione cristiana è proverbiale ed eloquente un’espressione di Tertulliano, prete del II secolo: «Il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani». Il termine martire proviene dal lessico greco e significa testimone. Sin dai primi tempi del Cristianesimo furono designati martiri prima di tutto gli Apostoli, testimoni qualificati della vita e della resurrezione di Cristo; in seguito coloro che professavano la verità della fede cristiana nelle persecuzioni con coraggio ed invitto vigore fino all’effusione del sangue. La verità rivelata lo conferma: «Essi sono coloro che hanno lavato le loro vesti rendendole candide nel sangue dell’Agnello» (Apc 7,14). La solennità odierna dei santi Pietro e Paolo, rimarca la verità della testimonianza cruenta con la scelta fondamentale della vita al servizio del vangelo, di due colossi della fede cristiana: il pescatore di Galilea e l’apostolo delle genti, il confermatore dei fratelli ed il missionario, il rinnegatore ed il persecutore, colui al quale sono state consegnate le chiavi del Regno e colui che è stato portato al terzo cielo, l’impulsivo ed il sanguigno, accomunati dalla stessa passione di amore per Gesù, dallo stesso ultimo luogo di testimonianza, Roma, dal medesimo versamento del sangue col martirio. Entrambi hanno un nome nuovo: Cefa diventa Pietro, da pietra: su di lui Cristo edificherà la sua Chiesa. Saulo diventa Paolo, piccolo, ma grande nella portata eccezionale del suo insegnamento e della sua dottrina. La crocifissione per Pietro, a testimonianza coraggiosa del medesimo martirio del Maestro, la decapitazione per Paolo, pena riservata a chi aveva la cittadinanza romana, avvennero nella capitale di un immenso impero, destinata da allora a diventare il centro del Cristianesimo. Lo Spirito Santo ricevuto nella Pentecoste trasformò Pietro in coraggioso banditore della risurrezione e lo espose al giudizio violento ed alla feroce condanna prima dei Giudei poi dei Romani. Cristo Gesù da lui perseguitato nella persona dei primi cristiani, gettò a terra Paolo sulla via di Damasco e lo trasformò in vaso di elezione, evangelizzatore intrepido e infaticabile missionario. Mentre Pietro, il pastore confermato da Gesù nel suo ministero di pascere pecore ed agnelli è rinchiuso in carcere a causa dell’annunzio esplicito della responsabilità dei Giudei nella crocifissione e morte di Gesù, la Chiesa unanime prega incessantemente per lui. Cintura, sandali e mantello sono il corredo non solo del suo vestiario, ma del servizio rinvigorito dalla forza della grazia e dalla potenza dello Spirito, timoniere della Chiesa. Le porte della prigione di Gerusalemme si aprono davanti a lui e può riprendere liberamente ad insegnare ed evangelizzare con coraggio. I viaggi missionari con la passione dell’annunzio del vangelo ai pagani, rendono Paolo il testimone coraggioso, intelligente ed indomito, il grande provocatore del vangelo. Entrambi vantano un primato: Pietro nel collegio apostolico, Paolo nella dottrina e nella forza della comunicazione della fede in Cristo Gesù morto e risorto. Il primato di Pietro è voluto direttamente da Gesù; l’elezione di Paolo, avvenuta già nel seno materno, lo rende apostolo delle genti, l’apostolo per eccellenza. La vita cristiana si alimenta oltre che dal Vangelo e dai Sacramenti, dalla testimonianza di coloro che hanno dato la vita per Cristo. Il martirio oggi non è semplicemente quello cruento, col versamento del sangue, anche se non mancano testimonianze frequenti di questa scelta e di questo dono. Vi è un martirio ordinario, giornaliero che è fatto di semplicità, di ripetitività, di pienezza di adesione al vangelo, che testimonia l’amore più grande vissuto tante volte nel nascondimento ma con una efficace e sorprendente azione evangelizzatrice, fino alla morte. La morte infatti sancisce la qualità della vita. Un grande teologo, il gesuita Karl Rahner diceva che «il martirio è semplicemente la morte cristiana. Questa morte è quella che dovrebbe essere in assoluto la morte cristiana». Come nella morte di Cristo si rivela la vera identità della sua persona divina che è la base della confessione autentica di vita cristiana, così nella morte dei martiri, antichi e moderni, cruenta o nell’ordinarietà della vita, si manifesta la grandezza di Dio e la tenuta consistente della risposta di amore del cristiano. Il Signore che libera da ogni paura, è sempre vicino e dà forza; aiuta a portare a compimento l’annuncio del Vangelo e spinge a diventare testimoni credibili della verità di quanto si vive e soprattutto di come si vive. Auguri affettuosi e fraterni a tutti coloro che portano il nome dei due santi martiri Pietro e Paolo. P. Angelo Sardone

Paradosso e radicalità

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Mattutino di speranza, 28 giugno 2020.
Il paradosso e la radicalità sono verità incredibili ed indice di atteggiamenti estremi. Anche Gesù ne ha fatto uso nella sua evangelizzazione e nella proposta di una vita nuova. Il paradosso è una sorta di contro-opinione, un’asserzione contraria al senso della convinzione comune e dell’esperienza ordinaria, quasi al limite della credibilità, con una punta di incongruità. Per questo risulta sorprendente, straordinario, talora anche bizzarro, se non inaccettabile, pur derivando da premesse e ragionamenti ammissibili. Serve per stimolare il pensiero, scuotere la coscienza e indurre alla conversione. Oltre i paradossi logici, statistici, matematici, filosofici, vi sono quelli evangelici. Notoriamente il più famoso è quello legato al discorso della montagna, le cosiddette “beatitudini”. Ad esso si conforma un atteggiamento di “radicalità evangelica”, cioè la volontà di rifarsi al Vangelo prendendolo alla lettera, senza annotazioni e riduzioni, con «un certo rigore nel vivere una vita cristiana seria, una vita fondata sulle beatitudini evangeliche» (card. Martini). Il concetto di radicalità ha un senso ampio, riporta etimologicamente alla radice ed indica qualcosa di sorgivo. Carlo Marx nel 1843 diede alla parola “radicale” un significato che ha poi condizionato il pensiero e la prassi sociale con una connotazione ambigua che ancora oggi per tanti è attuale: «Essere radicale significa cogliere le cose dalla radice. Ma la radice per gli uomini è l’uomo stesso». La fede cristiana afferma che non è così: la radice per gli uomini è Dio ed il riferimento naturale a Lui costituisce la motivazione fondamentale per la quale siamo stati creati e redenti: «conoscerlo, amarlo, servirlo in questa vita e poi goderlo nell’altra in Paradiso». Così il Catechismo della Chiesa Cattolica lo ribadisce con vigore. La radicalità evangelica non è fanatismo né fondamentalismo fanatico e intollerante, ma espressione di autenticità ed identità cristiana da contrapporre ad identità antitetiche. La vita cristiana, come pensatori e teologi affermano, non può essere guidata da un certo equilibrio accomodante, da una via di mezzo, conveniente, che consenta di stare a galla senza affondare. Il vero equilibrio, lo stare nella verità insegnata da Cristo, implica sempre una totalità, un «vivere il paradosso della fede», che non è conforme alla mentalità di questo mondo (Rm 12,1-2). In questa luce si colloca il ricorrente aspetto di cosa paradossale, esagerata, fuori del normale, addirittura «pazzia», che viene rimproverato a Gesù e ai suoi seguaci. Il Vangelo è una fonte di paradosso e di radicalità. Secondo la mentalità comune il povero è un disgraziato: Gesù invece lo dichiara beato sottolineando che proprio a lui appartiene il Regno. Quelli che piangono che sono da commiserare, sono invece dichiarati beati perché saranno consolati. La purezza disonorata, svalutata, facilmente svenduta per orgasmi di piacere, ed i puri di cuore incompresi, emarginati come incapaci ed inetti, vengono invece dichiarati da Gesù beati perché hanno gli occhi adatti per vedere Dio. E così via. Gli insegnamenti di Cristo pur essendo paradossali e radicali hanno però sempre affascinato anche i suoi nemici. I suoi seguaci, purificati nella loro ignoranza, nell’infedeltà e nella mancanza di fede col fuoco della Pentecoste, vinta ogni paura, hanno predicato apertamente e con coraggio, hanno scritto in maniera audace e sono andati incontro a lotte, privazioni, fughe, insulti ed emarginazioni fino al martirio. Amare di meno le persone più care, i genitori, i figli, non anteporre nulla all’amore di Cristo, prendere la croce ogni giorno e seguire il Maestro, perdere la propria vita per acquistarla in Lui: sono davvero paradossi e radicalismi sempre antichi e sempre nuovi. I Santi hanno preso alla lettera il vangelo, hanno incarnato i valori proposti e praticati da Gesù, fino a raggiungere i vertici alti di eroicità che li distingue dalla massa e li rende perennemente testimoni e modelli. Gli atteggiamenti di verità e sincerità potranno aiutare in maniera efficace la pratica della vita cristiana che molte volte è definita vita e spiritualità del paradosso e della radicalità. Il Regno dei cieli d’altronde è dei forti, degli audaci, dei ribelli alla mediocrità. Tutto ciò che oggi sembra solamente paradosso e radicalità può essere invece la carta vincente della scommessa audace e costante che noi cristiani facciamo in un mondo sempre più lontano dai valori naturali ed essenziali per il conseguimento della felicità piena e duratura della vita. Se Gesù Cristo è un autentico paradosso, con la forza che viene da Lui ed è sorretta da una cosciente e coerente pratica di vita cristiana, diventiamo anche noi “paradossi” che condizionano positivamente la società e la indirizzano sempre meglio a tutto ciò che è vero, giusto, nobile e santo. P. Angelo Sardone

 

Affabilità e dolcezza

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Mattutino di speranza, 27 giugno 2020.
Affabilità e dolcezza sono qualità e virtù umane che interagiscono con i sensi, si esprimono col comportamento, provocano interazione e sortiscono facile accoglienza da tutti. Sono “abiti operativi buoni” ordinati al bene e si distinguono da quelli cattivi, cioè i vizi. Si tratta di elementi propri ed innati dell’indole e del carattere di una persona, ma anche valori acquisiti attraverso l’educazione ed una buona formazione ricevuta. Si oppongono alla ruvidità ed alla durezza. La persona piacevole con la quale si può parlare e relazionarsi, che ispira confidenza e dalla quale si accoglie una buona parola ed un gesto cortese, si dice affabile. La piacevolezza e la dolcezza nel parlare e nel trattare con gli altri si traducono anche in benignità, cordialità, cortesia, garbo, giovialità. Riferendosi alla sposa saggia e buona, il libro sapienziale del Siracide afferma che «la sua amabilità vale più dell’oro» (Sir 7,19). S. Paolo esorta: «La vostra affabilità sia nota a tutti» (Fil 4,5) per dare gloria a Dio ed instaurare buoni rapporti con tutti. La dolcezza è caratteristica di ciò che è gradevole ai sensi: un suono, una sensazione, un sentimento, un cibo, uno sguardo, un sorriso. Evoca mitezza, gentilezza, amabilità. Riferita al marito che l’ha sulla sua lingua insieme con la bontà, lo rende un “non comune mortale” (Sir 36,25); corre di pari passo con l’umiltà, la magnanimità e la reciproca sopportazione (Ef 4,2). Affabilità e dolcezza sono virtù propriamente umane, cioè «attitudini ferme, disposizioni stabili, perfezioni abituali dell’intelligenza e della volontà che regolano gli atti, ordinano le passioni, guidano la condotta secondo la ragione e la fede. Procurano facilità, padronanza di sé e gioia per condurre una vita moralmente buona» (CCC 1804). La vita cristiana si esplica nell’esercizio delle virtù teologali, cardinali e soprattutto quelle propriamente umane, specchio ed esplicazione delle prime. La grazia santificante forgia il carattere e rende spontanea la realizzazione del bene rendendo l’uomo e la donna felici nel praticare ogni virtù. Nella vita spirituale non si può fare a meno di praticare queste virtù: potrebbe sembrare una cosa scontata ma si sa che richiede costante impegno, decisa volontà, carico anche di sacrifici, apertura, a partire dalle persone e dagli ambienti più vicini e familiari. Un gesto di cortesia, un sorriso affabile, una parola delicata, un messaggio scritto o registrato con dolcezza, sortiscono molti più effetti di intere prediche e dotti insegnamenti. La spiritualità autentica si colora di queste virtù ed il loro esercizio agevola l’accoglienza e la pratica di quelle teologali che hanno Dio per oggetto immediato e principale, e sono da Lui infuse. Con la Fede infatti crediamo in Dio e tutto ciò che Egli ha rivelato; con la Speranza speriamo di possedere Dio; con la Carità amiamo Dio, noi stessi e il prossimo. Con le virtù umane, intellettuali e morali, ci avviciniamo di più all’uomo. S. Agostino scriveva: «Non c’è gradino più sicuro per giungere all’amore di Dio, che l’amore dell’uomo verso l’uomo. E non si può avere l’uno senza l’altro!». Affabilità e dolcezza non vanno confusi con debolezza ed ingenuità. I Santi decisi e fermi non sono da meno di quelli gioiosi e sorridenti. Le fotografie di S. Annibale che la tradizione rogazionista ha raccolto e custodito, lo ritraggono quasi tutte con un viso piuttosto serio. Ma non per questo era una persona crucciata o scostante. Basta leggere i suoi numerosi scritti soprattutto quando parla dei bambini, dei poveri, della salvezza delle anime, per comprendere quanta dolcezza, quanta tenerezza ed amabilità vi fosse e trasparisse dal suo cuore. Trovo un efficace riscontro in una bellissima foto laddove il suo sorriso e quello dei bimbi circostanti sono la manifestazione più vera e chiara di una serenità d’animo trasfusa con la dolcezza e la tenerezza proprie di un padre e di una madre. L’impegno di un cammino di vita virtuosa che tende alla perfezione, richiede ogni giorno la pratica di queste virtù guardando a Dio che, come dice S. Annibale, «racchiude in sé ogni bellezza e bontà». P. Angelo Sardone.

Il lamento, i lamenti

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Mattutino di speranza, 26 giugno 2020.
La vita dell’uomo spesso sfocia in lamenti, passeggeri o continui, intensi e gravi, comprensibili o patologici. Problemi esistenziali, preoccupazioni diverse, vicissitudini varie che ruotano attorno ai più disparati aspetti della vita, dalla perdita del lavoro alla malattia, dalla sofferenza all’invecchiamento, dalle delusioni alla morte, attanagliano l’esistenza umana e determinano uno stato di agitazione, di confusione, di rammarico e dolore che si esprime spesso con il lamento ed il pianto. I lamenti e le lagnanze sono espressioni di insoddisfazione, risentimento, delusione, dolore, manifestazioni di un groviglio di sofferenze ed emozioni turbative. La tradizione biblica conserva un testo attribuito al profeta Geremia, le «Lamentazioni» che fa riferimento alla disfatta di Gerusalemme conquistata e distrutta il 587 a.C. In cinque carmi il profeta descrive il grande dolore causato dall’assedio, la cattura e la distruzione della città santa ad opera di Nabucodonosor, re di Babilonia. Esprime la pena profonda per la desolazione, la miseria, la confusione, la fame, realtà tutte intese come castigo divino per i peccati del popolo, dei profeti e dei sacerdoti. Nonostante il tenore fortemente drammatico, il libro termina con una nota di speranza: «Tu, Signore, rimani per sempre, il tuo trono di generazione in generazione. Facci ritornare a te, Signore, e noi ritorneremo, rinnova i nostri giorni come in antico» (Lam 5, 19-21). Nella storia del popolo eletto i profeti sono stati gli interpreti del disagio di Israele: «Ascoltate questa parola, questo lamento che io elevo su di voi, o casa d’Israele!» (Am 5,1). La Parola di Dio assicura che il Signore ascolta il lamento per l’ingiustizia (Gen 16,11), nel tempo del lutto, della prova (Es 2,24) e tiene particolarmente in considerazione il lamento dei poveri (Gb 34, 28) che diventa preghiera (Sal 5,2). Una esperienza significativa alla quale si possono rapportare situazioni analoghe di tutti i tempi, è la vicenda biblica di Rachele sposa di Giacobbe e madre di Giuseppe che muore nel dare alla luce il suo secondogenito, Beniamino (Gen 35,16-19). Il profeta Geremia si ispira al suo lamento prima per avere il dono della maternità e poi nel momento della morte nella generazione di una nuova vita, per dare consolazione e speranza agli Israeliti in esilio a Babilonia: «Una voce si ode a Rama, un lamento e un pianto amaro: Rachele piange i suoi figli, e non vuole essere consolata per i suoi figli, perché non sono più» (Ger 31,15). Rachele di ieri e di oggi, piange per i figli, membri della sua famiglia, del suo popolo che per la sistematica distruzione dei valori, per le situazioni ambientali, climatiche e pandemiche, per l’esilio dalla verità e dalla luce, gli errori commessi per la fragilità umana, “non sono più”, sono morti o muoiono spiritualmente. È un dolore profondo ed un pianto amaro che solo Dio può consolare. Non bastano le parole condite di senso umano di partecipazione al dolore e di vicinanza. Molte volte è meglio il silenzio o qualche gesto di amore, una carezza, un sorriso. Analogo è il lamento ed il pianto di Gesù sulla città di Gerusalemme che ha rifiutato i profeti e che non ha ascoltato la sua voce. Ancora più struggente è il suo lamento per l’abbandono subito sulla croce finanche dal Padre a conclusione della missione salvifica nel mistero della morte, che diventa un grido con la consegna del suo spirito, parto di amore nel dolore acerbo della morte. Nel pianto c’è la speranza, nella conclusione c’è l’inizio. Sono molteplici e ripetuti i lamenti umani giustificati dalle difficoltà della vita, nella solitudine e nella sofferenza, nell’ingiustizia e nell’incomprensione, nella emarginazione e nella sopraffazione. Ogni occasione ed ogni particolare situazione diviene motivo per lamentarsi. Una appropriata cura somministrata dalla grazia dei sacramenti e con l’aiuto di una guida spirituale confortevole ed amabile, può aiutare a maturare una capacità di vita, di autodeterminazione e libertà che soffoca il lamento ed apre alla speranza. Quella che Gesù Cristo stesso ha promesso e che chiude l’intera Rivelazione: «Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Ap 21,4). Questa è parola di verità, non semplice conforto, non illusione né tranquillante, ma certezza di fede e di vita. P. Angelo Sardone

La roccia e la sabbia

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Mattutino di speranza, 25 giugno 2020.
Nell’insegnamento evangelico roccia e sabbia sono due elementi comparativi alla saggezza ed alla stoltezza dell’uomo. Gesù, il Maestro, attingendo ai numerosi riferimenti disseminati nella Legge, nei Profeti e nei Salmi, li paragona all’ascolto della sua Parola ed alla traduzione pratica nella vita. L’uso che Egli ne ha fatto è di un alto valore didascalico e fine tratto sapienziale. In natura la roccia e la sabbia sono elementi che, tra le altre cose, si riferiscono alla costruzione di una casa. La sua edificazione e soprattutto la sua tenuta o meno, dipende dal luogo che si sceglie sul quale costruirla: la roccia, che si trova anche a profondità significativa per porre le fondamenta o la sabbia della superficie. La roccia dà stabilità ed è garanzia di tenuta alle fondamenta su di essa fissate, anche sotto la furia dei venti, delle tempeste, della pioggia straripante. Nel linguaggio biblico la roccia evoca l’acqua ed il miele che da essa scaturiscono. Dio è la roccia del cuore, roccia di rifugio, roccia eterna, potente salvezza, che rende sicuri i passi. La sabbia che non ha fondamenta e non può garantire se non qualcosa di momentaneo, rende inutile la fatica e vede inesorabilmente crollare tutto con le medesime condizioni ambientali e metereologiche. La roccia è dura e statica; la sabbia è molle ed instabile (cfr. Pro 27,3). Per quanto la pioggia possa assestarla e renderla più o meno compatta, la sua natura è granulosa e prima o poi col vento o con un urto si volatilizza e tutto ciò che in essa è stato fissato e sembrava apparentemente consistente, cade. I castelli di sabbia non sono quelli che abitualmente si costruiscono sulla riva del mare, trastullo di piccoli e grandi, a volte vere e proprie opere d’arte. Sono anche quelli che si costruiscono con la fantasia, l’entusiasmo immediato, una spiritualità evanescente, la mancanza di esperienza, l’orgoglio, la superficialità. La fiducia in Dio richiede l’abbandono in Lui e la costruzione della propria vita sulla roccia perché il fondamento possa tenere, aggrappato e saldato a ciò che è duro, stabile e sicuro. La manifestazione di una fede viva, sincera, duratura, è quella che traduce in opere quanto è affermato con la bocca. È il Signore che ci stabilisce sulla salda roccia del suo amore e della sua vita divina. Ma è anche l’uomo che consapevole del dono ricevuto e della possibilità a lui offerta, in risposta all’amore di Dio ed alla partecipazione della sua conoscenza, fa in modo che la casa della sua vita, delle sue certezze, della sua felicità, sia costruita, su progetto di Dio e con l’aiuto che viene da Lui e dai tecnici che Egli stesso propone, sulla roccia esemplificata dalla sua Parola che è «viva ed efficace» (Eb 4,12). Il parametro discriminante lo presenta Gesù Cristo stesso: l’ingresso nel Regno dei cieli è conseguente al compimento della volontà di Dio. Lo affermiamo e chiediamo ogni giorno nella preghiera insegnata da Gesù. Ma quanto è difficile credere ed essere perseveranti nella fede proprio perchè essa implica scelte coraggiose, durature, talora impopolari ma che garantiscono un cammino sistematico e la costruzione graduale di un edificio che va verso l’alto. Il facile entusiasmo spirituale, tipico dei neofiti, porta ad una forma di adesione spontanea, gioiosa ma che può rivelarsi momentanea e passeggera perché non ha i connotati di una conoscenza più profonda del Signore, di un approfondimento sistematico e continuo della dottrina, della giornaliera fatica che la fede stessa richiede. Tante volte si conosce il Signore per via di qualche forte esperienza spirituale emotiva, che rivoluziona la vita: un incontro provvidenziale, una confessione ben fatta, un pellegrinaggio sentito e commovente, una terribile sciagura, una forte emozione. Si entra in contatto con una realtà che offre protezione, che determina uno stato di ebrezza spirituale contagiosa, ma che può coprire con uno strato di passeggera emotività, un dramma interiore da risolvere, un vuoto da colmare, una ferita da suturare, un tumore spirituale da asportare. Si entra nel giro di una preghiera ed un affidamento a Dio che ha termini emotivi appaganti ma provvisori. Si entra finanche nella pratica di qualcosa di più impegnativo, nel contrasto con le forze del maligno e finanche nell’attuazione di cose straordinarie che possono sembrare miracoli. Ciò non basta anzi può diventare oggetto di discriminazione da parte del Signore. Il suo atteggiamento e le sue parole al riguardo sono terribili, molto forti ed anche disorientanti, fanno tremare: «Non ti ho mai conosciuto! Allontanati da me perché sei operatore di iniquità» (Mt 21,23). Questo avviene quando ci si basa solo sul sensazionale, sulla semplice emotività, sul “mi piace”, “ci sto bene” e facilmente si cerca di accomodare la pratica dura della fede al facile e temporaneo sentimento che può rivelarsi senza fondamento. L’iniquità nel senso biblico, è corruzione del pensiero, perversione di un atto, anche quando ha la parvenza di opera buona. Operatore di iniquità è chi semina zizzania, chi proclama false verità, chi è ipocrita ed inconcludente, chi va alla ricerca del sensazionale e dell’effimero, anche se compie opere apparentemente buone che talora servono solo a mascherare e coprire malvagità e perversione del pensiero. «Le vostre iniquità hanno scavato un solco fra voi e il vostro Dio; i vostri peccati gli hanno fatto nascondere il suo volto per non darvi più ascolto» (Is 59,2). Le iniquità portano via come il vento (Is 64,5), perché «Ogni peccato è iniquità» (1Gv 3,4). Se non saremo fondati sulla sabbia arida del nostro orgoglio e della superficialità anche spirituale, potremo stabilmente fondare la nostra vita e la nostra casa sulla roccia viva dell’amore di Dio, roccia da cui siamo stati tagliati (Is 51,1) e bere la bevanda spirituale da quella roccia che accompagna il cammino nel deserto della vita. Quella roccia è Cristo (1Cor 10,4). P. Angelo Sardone

San Giovanni piccolino

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Mattutino di speranza, 24 giugno 2020.
Nel Battesimo si realizza una triplice configurazione. In Cristo diventiamo sacerdoti, re e profeti. Da ciò nasce un triplice “munus”, un dovere cioè che impegna il cristiano per tutta la vita a rendere a Dio il culto spirituale nell’esercizio del sacerdozio comune, a realizzare il servizio della carità come espressione di una vera regalità, a proclamare la Parola di Dio e diffonderla come un autentico profeta. La vocazione cristiana implica questi tre aspetti fondamentali entitativi e pratici nella vita del battezzato. In particolare la Parola di Dio fatta carne in Gesù Cristo, esige la proclamazione fatta con le labbra ma ancor più la testimonianza seria, convinta e coerente di vita, nelle variegate circostanze dell’esistenza umana. L’annunzio, per essere efficace, richiede la testimonianza; la testimonianza implica la coerenza; la coerenza esige la fedeltà e la perseveranza anche dinanzi alle difficoltà. Annunzio, testimonianza e coerenza sono le caratteristiche peculiari della vita e della missione del Precursore del Messia, S. Giovanni il Battista, soprannome che le pagine evangeliche attribuiscono al figlio di Zaccaria ed Elisabetta, per via del suo ministero penitenziale al fiume Giordano. Egli è l’ultimo dei profeti del Vecchio Testamento ed il primo del Nuovo nel senso in cui questo termine è inteso. Anzi è il più grande dei profeti di Israele, perché ha potuto vedere ed additare l’Agnello di Dio, oggetto delle sue profezie e ragione della sua esistenza e missione (Mt 11,7-15; Gv 1,19-28). Egli stesso attualizzando quanto già il profeta Isaia aveva detto, si autodefinisce «voce di uno che grida nel deserto» (Gv 1,23), voce di Gesù Cristo, Colui che è la Parola. Solo di lui, oltre che di Gesù e di Maria, la Liturgia ricorda e celebra solennemente il giorno della natività, collocandola al 24 giugno, precisamente tre mesi dopo il 25 marzo, giorno nel quale si celebra l’annunzio dell’arcangelo Gabriele a Maria di Nazaret, alla quale, tra le altre cose, rivelava la gravidanza al sesto mese della cugina Elisabetta. Oggi è dunque il compleanno di Giovanni Battista. Come è rilevato nei Vangeli egli è figlio di Zaccaria, sacerdote del Tempio di Gerusalemme e di Elisabetta, una discendente della casa di Aronne, la tribù sacerdotale d’Israele. La sua nascita e la sua chiamata, come quella di alcuni grandi personaggi biblici, si colloca in un contesto di palese contraddizione: l’età avanzata dei suoi genitori ed in particolare la sterilità della madre. Nel compimento del servizio sacerdotale, durante la settimana nella quale la classe di Abia era impegnata al tempio, Zaccaria si imbatte timoroso nell’incontro col mistero attraverso una “angelofania”, cioè la manifestazione di Dio attraverso l’angelo Gabriele, lo stesso che poi visiterà Maria a Nazaret. L’angelo gli rivela l’esaudimento da parte del Signore della loro accorata preghiera e la concezione fuori dell’ordinario di un figlio da parte della moglie Elisabetta che tutti dicevano sterile. La confusione naturale dovuta alla gioia sorprendente di diventare padre ed alla particolare condizione della moglie, agita gli equilibri e mette in confusione la mente di Zaccaria che fortemente impacciato e sorpreso, rivela una mancanza di fede piena e fiducioso abbandono all’onnipotenza di Dio. Per questo viene privato della parola fino a otto giorni dopo la nascita del figlio quando scriverà su una tavoletta il nome a lui riservato, Giovanni, che significa “Jahwé è favorevole”. Analogamente la vergogna di Elisabetta, prima per la mancanza di un figlio e poi fino al quinto mese, per la gestazione di una creatura nel grembo ormai avvizzito per la ragguardevole età, si tramuterà in testimonianza gioiosa della potenza di Dio e della sua misericordia, riverberando l’altissima lode a Dio nella beatitudine pronunziata a favore della cugina Maria venuta ad accudirla negli ultimi tre mesi, per la sua fede nell’adempimento di quanto il Signore aveva detto. Un muto reso tale dalla mancanza di fede e la sterilità di una donna avanzata in età ma sempre fiduciosa in Dio con una costante preghiera, si tramutano nella proclamazione del “favore” di Dio accordato alle creature e nella fecondità della fede operativa della quale sarà strumento e segno Maria e la Chiesa. “Giovannino”, come la letteratura artistica definirà il Battista soprattutto nella ritrattistica accanto al Bambino Gesù, erediterà dai suoi genitori ed acquisirà da loro questi valori che lo renderanno «il più grande tra i nati di donna» (Mt 11,11), e concentrerà nella fedeltà alla missione ricevuta di evangelizzatore e preparatore della strada al Messia con la crudezza del suo insegnamento e la eroica coerenza proclamata con le parole e gli insegnamenti e coraggiosamente tradotta nella vita concreta nel cibo, nel vestiario, nelle opere, fino alla testimonianza eroica nell’ingiusto martirio subito. Non è facile oggi trovare o essere un “Giovanni Battista” in un’epoca in cui regna l’incoerenza, la sopraffazione, il facile accomodamento ad ogni vento di dottrina, l’egoismo, l’indifferenza ed anche la paura di mostrarsi cristiani con le parole, il nutrimento, l’abbigliamento e soprattutto la coerenza tra fede e vita. La sequela di Cristo richiede oggi più che mai dedizione seria e continua, per proclamare in maniera franca e coraggiosa con le parole e con le opere, la verità e l’amore di Cristo, quali testimoni credibili del Vangelo. P. Angelo Sardone

Pensare, parlare, agire

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Mattutino di speranza, 23 giugno 2020.
La qualità della vita può essere determinata dalla concordanza e subordinazione di tre verbi: pensare, parlare, agire. Uno dei primi Padri della Chiesa, S. Gregorio di Nissa li definisce elementi dichiarativi e distintivi della vita del cristiano. Il pensiero, dinamico e sorgivo, si configura nella mente ed è suo prodotto; le parole esprimono il pensiero con termini convenzionali accessibili alla comprensione; le azioni concretizzano in opere i pensieri e le parole. La storia del pensiero umano è caratterizzata sin dalle origini da alcuni particolari cosiddetti “pensatori” che elaborano riflessioni, concetti, definizioni, che determinano nel bene o nel male la buona qualità del vivere comune e la retta conduzione della società e della vita umana e relazionale. Tutti siamo pensatori. Un pensiero corretto ed onesto è votato al bene e produce il bene; un pensiero egoistico ed opportunista guarda l’utilità propria e non si cura degli altri, anzi considera gli altri antagonisti e nemici. Ci sono pensieri di pace e pensieri di guerra ed odio; pensieri buoni e di bene e pensieri cattivi, oltraggiosi ed offensivi; pensieri terreni e pensieri celesti che si interfacciano con la realtà divina. Molte volte vi è diversità di pensieri tra noi e Dio. Egli stesso lo dichiara: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri» (Is 55,8-9). I pensieri di Dio guardano esclusivamente al bene dell’uomo e sono stimolo perché i pensieri dell’uomo guardino al bene e generino il profitto proprio ed altrui. L’uomo non è gettato nel cosmo ed affidato al suo determinismo, ma è sempre presente e vivo nel pensiero di Dio. «Io occupo un posto mio nei pensieri di Dio, nel mondo di Dio» constatava il beato cardinale H. Newman. La parola è un termine convenzionale orale o scritto con il quale si dà un’informazione, si esprime un concetto, si traduce un’idea. È la forma di comunicazione più arcaica e naturale adoperata da Dio e dall’uomo. Con Dio ed in Dio la parola ha un effetto creativo. Il testo sacro della Genesi lo annota: «Dio disse sia la luce e la luce fu» (Gen 1,3). Nel corso del tempo e della storia Dio ha intessuto le sue relazioni di amore e di guida del popolo attraverso la sua Parola, a cominciare da Abramo, Mosè, i suoi primi interlocutori e poi i sacerdoti, i re, i profeti che già nel nome evocano la loro vocazione di “portaparola” di Dio. La storia delle grandi vocazioni bibliche è contrassegnata da un rapporto verbale incisivo, a tu per tu con Dio che rende i suoi interlocutori “servi della parola”. «Dio ha parlato, chi non profetizzerà» afferma Amos (Am 3,8). Dopo aver parlato in tanti modi servendosi di persone ed avvenimenti, alla fine Dio ha parlato attraverso il suo Figlio Gesù (Eb 1,1). Il nome proprio che S. Giovanni evangelista attribuisce a Gesù, nome che completa quelli enumerati nel Vecchio Testamento è “Logos” in greco, “Verbum” in latino, “Parola” in italiano. Gesù è la Parola per eccellenza, parola di verità e di luce, termine ultimo della Rivelazione di Dio. È sapienza, amore, redenzione, risurrezione, via e vita. «Lazzaro vieni fuori», dice al suo amico e questi risuscita da morte (Gv 11,43-44). «Taci, calmati» sgrida il vento e dice al mare in tempesta e le onde si placano (Mc 4,39). «Nel nome di Gesù Cristo alzati e cammina» dice Pietro allo storpio al Tempio di Gerusalemme (At 3,6) e lo storpio balza in piedi e si mette a camminare. Le parole hanno il loro peso. Una potrebbe essere insufficiente; due soverchie. Producono effetti diversi per come sono proclamate, accolte, ascoltate. Le parole si traducono in azioni. Un comando sbagliato, un pensiero delirante ed opportunista crea tensioni, scatena una guerra, può portare alla morte. «In genere le cose migliori sono anche le più fragili. È troppo fragile quello che si spezza con una sola parola o che va in rovina per la più piccola offesa al fratello» (S. Colombano). È molto importante che nella vita ci si sappia destreggiare adeguatamente tra pensieri, parole ed opere che costituiscono oltre che la materia del bene, l’oggetto del peccato da affidare al Signore nel mistero della Riconciliazione. «Le nostre orecchie sentono le nostre voci, le orecchie di Dio si aprono ai nostri pensieri», diceva S. Agostino. Un pensiero dolce, affabile, gentile, genera attenzione, concordia, accoglienza, condivisione e si traduce in gesti ed azioni di amore. Un pensiero debole, mellifluo, liquido, un pensiero cattivo, turpe e malefico può generare parole insulse, vuote, riottose e tradursi in azioni altrettanto malefiche, peccaminose e dannose. Tante persone prima agiscono e poi pensano e non sempre le loro azioni sono costruttive soprattutto quando sono determinate da pensieri di vendetta e sopraffazione, egoismo, dominio, superficialità, lussuria, orgoglio. Se vogliamo che la qualità della vita cristiana sia di valore è indispensabile coniugare il pensiero con la parola, la parola con l’azione. Dio che guarda, che vede nell’intimo, scruta e giudica i pensieri; accoglie l’azione buona, si accontenta di questa anche quando non è rifinita o conclusa, ricompensa abbondantemente col cento per uno. P. Angelo Sardone

Le memoria

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Mattutino di speranza
22 giugno 2020
La memoria è un archivio nel quale tutto si raccoglie, tutto è conservato. È un nastro o un disco sul quale tutto viene inciso, un libro bianco nel quale tutto si scrive e nel quale tutto si può leggere. Può essere viva o labile, evanescente o scattante, fresca o appiattita. La sua tenuta varia con l’età. Si arricchisce giorno per giorno di contenuti nuovi, di dati che si interfacciano con quelli residenti e li completano, li emendano, li integrano. La memoria è una componente essenziale della vita: un uomo senza memoria è una persona senza tempo, né passato, né prospettive presente, né futuro. Il presente è frutto di ciò che è stato e proiezione di ciò che sarà. La memoria storica conserva gli avvenimenti del passato e nella maniera in cui viene rivisitata e consultata, diventa, come diceva Cicerone, “maestra di vita”. Si dice che gli anziani vivono di memoria. Magari non ricordano quanto hanno fatto oggi, ma tengono a mente ciò che è avvenuto nel passato. Il ricordo, positivo o negativo e la sua riproduzione verbale costituisce per loro non solo un salto nel passato rivissuto con nostalgia ma anche una eredità che si chiama esperienza, da donare a chi è più giovane. Il vettore della memoria è la mente che il grande filosofo Aristotele definiva «tabula rasa in qua nihil est scriptum», ossia una tavola, una lavagna sulla quale nulla è scritto. Con il processo di razionalità, di autodeterminazione e di maturità, un invisibile raggio laser incide puntualmente emozioni su questa tavola, sensazioni, situazioni, elementi di gioia e di dolore, di delusione e speranza, frutto ogni cosa dell’esperienza. Non vi è nulla infatti nell’intelletto e nella mente, che prima non sia stato, che non sia passato attraverso i sensi. Così sentenziavano gli antichi. La mente si arricchisce e deposita il tutto nella memoria. Il ricordo del passato e la memoria sono un dovere ed una necessità. Un dovere che richiama alla mente la situazione personale carica di responsabilità positiva o negativa che sia, ed anche una necessità per purificare, trasformare, cambiare, guardare avanti. Non sempre l’uomo se ne avvede. Nella vita spirituale la memoria è un deposito costantemente aggiornato di avvenimenti e situazioni di vita che si stabiliscono nei rapporti con Dio, con se stessi, con gli altri. È fonte di contemplazione e ricordo, trasformazione e cambiamento. Attingere ad essa significa dare un senso nuovo e diverso al presente in vista del futuro. Ci portiamo nella mente e nel ricordo della vita passata quello che siamo stati, ciò che abbiamo compiuto nel bene o nel male. Questo peso fa avvertire e provoca tensione, gioia, delusione, disgusto, bisogno di purificazione e desiderio di cambiamento ed infine serenità. Il profeta Davide nel salmo 50, il salmo penitenziale per eccellenza, riproduce la sua situazione passata e la piena coscienza del suo peccato quando afferma: «Il mio peccato mi sta sempre dinanzi… quello che è male agli occhi tuoi io l’ho fatto» (Sal 50, 6). Ri-conoscere il passato significa ricordare, nel senso di riportare alla mente e far emergere tutto ciò che fa parte di un vissuto a volte nascosto o volutamente dimenticato. Una esperienza presente, uno stimolo visivo o uditivo, una sensazione emotiva e spirituale fa ritornare alla mente sensazioni e situazioni pregresse. Un avvenimento traumatico del passato difficilmente viene cancellato fino a quando la terapia psicologica ed umana e la grazia della misericordia divina e del perdono che viene da Dio non agisce radicalmente e può cambiare la vita. L’intervento purificatore, con la collaborazione della propria responsabilità e coscienza personale, è opera della grazia di Dio mediata attraverso la richiesta sincera del perdono con un atto di dolore perfetto, e l’opera sacramentale della riconciliazione. La grazia fa intravvedere le ferite, le lava, le fascia, le sutura e poi come d’incanto esse possono sparire. Fino a quando questo non avviene, si porteranno nella mente, nella coscienza e nel corpo le ferite e le conseguenze drammatiche di pensieri, parole, azioni che hanno reso torbida la vita e l’hanno caricata di pesi gravosi. Il processo di sublimazione è opera di Dio e si realizza attraverso la grazia che fa nuove tutte le cose e cancella le colpe. «Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?» (Is 43,18-19). Ma è anche affidato alla responsabilità singola, responsabilità sempre attuale, che può determinare la qualità nuova della vita. S. Giovanni Paolo II a conclusione del secondo Millennio, in un clima di revisione penitente degli errori della storia, nella Chiesa e nella Società, delle colpe e responsabilità personali e comunitarie, più volte parlava di “purificazione della memoria”, indispensabile per andare avanti con maggiore fiducia in Dio ed in se stessi. La memoria è uno scrigno prezioso e carico. Le chiavi sono prima di tutto nelle nostre mani. Se poi diamo la possibilità a Dio attraverso la mediazione del sacerdote, guida, fratello e medico dell’anima, consegnando a lui le chiavi della nostra anima ed accompagnandolo nel cammino di scoperta di noi stessi e di introduzione nella coscienza, gli permetteremo di aprire il forziere nascosto nell’intimo di noi. Sarà lui il primo a rimanere incantato dinanzi a tanta preziosità nascosta agli occhi degli altri, gioielli e diamanti di valore insigne, ma scorgerà anche contraddizioni, lacerazioni, ricordi ingialliti, vecchie cose che provocano solo putridume e fetore e che devono essere asportate. La grazia sacramentale ed il suo farsi carico delle nostre sofferenze e miserie permetterà a ciascuno di non sentirsi solo, ma di essere accompagnato più speditamente nel cammino verso Dio, che comincia da un serio e deciso cammino dentro di noi. P. Angelo Sardone

S. Luigi Gonzaga, modello di purezza per la gioventù

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Mattutino di speranza
21 giugno 2020
Il giardino di Dio è ricolmo di fiori colorati e profumati. Tra essi si distinguono i gigli. Con il loro profumo intenso ed il colore bianchissimo dei petali richiamano la bellezza ed il valore della purezza della mente, del corpo, della vita. Il giardino dei Santi, uomini e donne, piccoli e grandi, ricchi e poveri, laici e consacrati, fiori variegati che si possono ammirare e raccogliere nella Chiesa dove sono nati e coltivati per essere poi trapiantati in cielo, è ricco di gigli. Dio ha configurato la creazione dell’uomo in un giardino nel quale, con la varietà degli alberi, dei frutti, dei fiori, ha voluto esemplificare il suo ciclo vitale dalla piantagione, alla crescita, alla raccolta dei frutti. Il seme della vita è stato da Lui destinato ad un terreno che l’accoglie, lo nutre, lo fa spuntare e l’affida al calore del sole ed al vigore nutritivo della pioggia. Man mano che cresce come un fiore, l’attenzione costante e perseverante dell’agricoltore e la mano esperta del potatore, provvedono ad accompagnare lo sviluppo sistematico prima dello stelo, poi delle foglie, fino alla maturazione ed alla raccolta del frutto. La vita spirituale ha un processo pressocché analogo. Il Signore immette nel grembo fecondo della donna, a seguito di un atto di amore e di reciproca donazione con l’uomo, il seme della vita che dà forma e vigore al corpo umano. Esso si configura in brevissimo tempo negli elementi che contraddistinguono sin dal concepimento, il suo essere, la sua persona, la sua dignità. La nascita alla luce è come lo spuntare dal silenzio e dal buio rassicurante e protetto del grembo materno e l’immersione nella realtà della terra con gli elementi che assicurano la crescita: l’aria, la luce, l’acqua, il nutrimento. Il sacramento del Battesimo apre alla vita spirituale e colloca il nuovo figlio di Dio, reso tale nel mistero della morte e risurrezione di Gesù, nel giardino delle virtù e nel percorso di santità affidato alla sua responsabilità ed al ministero santificante della Chiesa. Tante volte nell’immensa sua fantasia di amore, il Signore si diverte quasi ad immettere nella vita di alcune persone che rende perciò uniche e straordinarie, elementi sorprendenti di risposta al suo amore e di realizzazione della propria esistenza. Non ci sono solamente i geni dell’arte, della scienza, della sapienza umana, dotati di intelligenza straordinaria e forniti di talenti fuori della normalità nella interpretazione delle leggi della natura e nella loro esemplificazione per il bene dell’umanità. Ci sono anche i geni della santità, dotati sin dalla tenera età di elementi particolari finalizzati ad un percorso diverso, con la possibilità di far diventare eroico e straordinario tutto ciò che è normale. Mi hanno sempre affascinato le note storiche e documentali che fanno da corredo alla vita dei Santi di tutti i tempi ed attestano il cammino di crescita e progresso in Dio. Oggi torna alla mente particolarmente la testimonianza di Luigi Gonzaga, un santo giovane, ricco e nobile di casato, dotato di intelligenza, di umanità e soprattutto di quella “sapienza dall’alto” ha contaminato l’intera sua vita. Non è normale umanamente che un fanciullo di appena 10 anni coltivi pensieri di amore grande per Dio e la Vergine Maria fino ad affidare loro il suo corpo, la sua vita in un ambiente particolare e difficile come quello di una corte nobiliare immersa nella vita mondana, con interessi di prestigio e di potere, con vistosi limiti umani e spirituali, compresi i tanti pericoli, orientando invece la propria vita alla preghiera, alla penitenza, al distacco dalle cose del mondo fino alla rinunzia al marchesato a Mantova ed alla scelta della consacrazione a Dio nella Compagnia di Gesù a Roma. La sua esistenza fu immersa in Dio, come egli stesso confessa: «con la mente sempre raccolta in Dio, perché questo già per l’uso mi è quasi diventato connaturale, e vi trovo quiete e riposo e non pena». Luigi tesseva la sua vita in Dio, ma non viveva di aria o di fantasiose ed oniriche elucubrazioni spirituali. Aveva grandi interessi per gli studi della teologia, per la condivisione della vita comunitaria, per la carità verso i bisognosi ed i tribolati. La prova ultima di un’autentica santità fatta di servizio eroico di carità verso i fratelli, gliela offrì il Signore stesso nelle vicissitudini storiche ed ambientali della città di Roma di fine 1500 quando si trovò ad affrontare una dopo l’altra le tragedie della siccità, la carestia, l’epidemia di tifo e la peste. Impegnato personalmente nella cura dei malati, egli contrasse la peste che lo portò inesorabilmente alla morte ad appena 23 anni il 21 giugno 1591, autentico martire della carità. La sua santità non è affatto «inutile e dannosa a imitarsi» come scrisse in maniera sprezzante l’anticlericale Gioberti (1801-1852). Deve essere invece proposta, ed io lo faccio con semplicità e coraggio, come splendida testimonianza di sequela di Gesù e di imitazione delle sue virtù. Lo dico soprattutto ai giovani di oggi certamente dotati di conoscenza, intelligenza e capacità straordinarie, ma talora confusi, spaesati e deviati dal retto intendimento di ciò che è vero, giusto, onesto, pulito. Dinanzi a tanto consumo di materialità, di sporca verbosità e violenza comportamentale, di culto egoistico dell’immagine attraverso i moderni mezzi di comunicazione e dei social, di esposizione del proprio corpo spesso vittima di perversioni e micidiale formazione di pessimi maestri del pensiero e di prassi utilitaristica e godereccia, la testimonianza di un santo giovane, bello, intelligente, affabile ed attraente, può essere una grande risorsa moderna non solo di santità ma di sanificazione delle coscienze e di incitamento a fare altrettanto. «Me ne vado felice» scrisse il Santo alla madre, conscio della prossima conclusione della sua vita. Saremo sicuramente felici anche noi di vivere bene se nelle nostre famiglie, nei nostri ambienti, come diceva S. Annibale, «regna l’illibatezza dell’anima e dei costumi, che sia immacolata la mente, immacolato il cuore, immacolati gli affetti» P. Angelo Sardone