Venerdì di Pasqua

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La risurrezione di Cristo è il segno della sua vittoria sulla morte, la croce il suo trofeo. Lo strumento di infame condanna è divenuto elemento permanente di gloria. Le sante piaghe inflitte sul corpo immacolato del Salvatore, sono tracce indelebili della sua passione e mezzi inconfutabili per credere. Lo furono per l’apostolo Tommaso; continuano ad esserlo per chiunque ha bisogno di vedere e toccare con mano. Conseguenze di una orribile barbarie, sono le ferite più atroci e vistose sul corpo di Gesù: le mani, i piedi, il costato. Già previste nella profezia di Davide «Hanno forato le mie mani e i miei piedi» (Sal 21) ed in quella di Zaccaria «Sono quelle con cui sono stato ferito nella casa dei miei amici» (Zc 13,6), esse sono il segno indiscutibile della verità della crocifissione. Gesù Cristo le mostra ripetutamente nelle apparizioni dopo la risurrezione per evidenziare la sua identità: «Ero morto, ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi» (Apc 1,18). Con le piaghe delle mani e dei piedi Cristo continua ad essere mantenuto appeso alla croce perché chiunque a Lui volge lo sguardo sia salvo. La simbologia teologica e liturgica afferma che dalla piaga del costato è sgorgata la Chiesa, il Battesimo e l’Eucaristia, primordiali sacramenti di salvezza. Da queste piaghe davvero noi siamo stati guariti (1Pt 2,25). La vita dell’uomo spesso è una via di calvario che si conclude con una crocifissione cruenta: vistose sono le piaghe ed atroci i tormenti. L’uomo si porta addosso le sue piaghe e quelle dell’intera umanità, il più delle volte provocate dalla sua stessa intelligenza, smaniosa di avere il dominio incontrollato sulle cose e sulle creature, andando oltre il limite delle potenzialità immesse da Dio nella natura. Con quelle piaghe vive e soffre, geme e si consuma. Con dieci piaghe inflitte all’Egitto, tramite Mosè Dio ha voluto mostrare al faraone la potenza del suo intervento liberatore e l’efficacia del suo essere davvero il “Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe”. L’attuale terribile pandemia probabilmente è una piaga che l’uomo stesso ha provocato, sovvertendo l’ordine impresso da Dio nel corpo umano, nella bellezza e sacralità della natura nell’inviolabilità delle sue leggi. Tante volte le piaghe si trasformano in cicatrici, meri ricordi di un doloroso passato. Spesso ciò non avviene ed il dolore continua ad essere acerbo per la perdita di una persona cara, per le difficoltà economiche e relazionali, per la mancanza di lavoro, per l’instabilità della salute, per l’incertezza del futuro. E’ allora necessario che, secondo una felice intuizione ed espressione di don Tonino Bello, quelle ferite diventino “feritoie” attraverso le quali continui a passare un raggio di luce che illumina la vita e dà un senso nuovo all’esistenza. Quelle piaghe lancinanti e sanguinanti possono diventare così strumenti di salvezza. Proprio quello che ci auguriamo presto avvenga sapendo bene che le piaghe di Cristo sono ancora oggi il segno del ricordo perenne di Dio nei confronti dell’uomo, un ricordo che Dio stesso porta inciso sulle palme delle sue mani (Is 49,15). P. Angelo Sardone.