Il silenzio del sabato santo

L’attesa della risurrezione si riempie di silenzio. L’intero creato è avvolto dal misterioso silenzio della morte di Gesù Cristo, l’Uomo-Dio. La terra tace sbigottita; il cielo si adorna di buio; i cuori gemono nel dolore; la mente vaga alla ricerca di una riposta; il vuoto regna sovrano. Il mistero dell’amore, consumato nell’eccidio della crocifissione, giace ora nel silenzio della tomba. E’ stato portato alla svelta. Una grande pietra lo sottrae agli occhi. La mano dell’uomo non è capace di smuoverla; la mente umana non comprende, rimane in attesa e ricorda le parole del Maestro che annunciavano solo tre giorni di morte e di buio. Il grembo vergine di Maria aveva accolto per nove mesi il corpo di Gesù mentre si formava nel prodigio della gestazione, dandolo poi alla luce. Il grembo della madre terra accoglie, ma solo per tre giorni, il corpo esanime di Gesù per consegnarlo alla luce del sole e della vita, mediante la potenza del Padre. Al calore materno delle viscere di Maria abitate per la prima ed unica volta dal corpo immacolato del Figlio di Dio, si sostituisce ora il freddo di un sepolcro nuovo scavato nella roccia che accoglie per la prima ed unica volta il corpo straziato del Redentore. Fuori nello spazio adiacente vigila e piange composta la Madre Addolorata. Ha nel cuore la tragedia della perdita del figlio, il dolore immane per la modalità della sua morte. Ma anche e soprattutto vive la speranza inaudita che qui, al sepolcro non è finito nulla, anzi tutto comincia. La paura, lo sconforto, la delusione, la percezione che tutto sia finito tiene distanti gli apostoli e i seguaci del Rabbì. Con Maria sono rimasti gli intimi, Maria Maddalena nella quale più che il peccato potè la grazia, Giovanni che racconterà per filo e per segno ciò che sta avvenendo e ciò che avverrà. Nell’attuale situazione, immersi nel silenzio irreale che avvolge gli ambienti di vita, le strade, le chiese, soffriamo il freno imposto alle normali attività e relazioni, e non abbiamo neppure la possibilità di sostare davanti ad un sepolcro. Coraggio: la Chiesa intera sosta e prega unanime affidando a Maria i gemiti del cuore, le speranze di una vita nuova. E Cristo che è risurrezione e vita ci fa guardare avanti, Lui che è anche verità e via, la nuova, unica via da seguire. La Pasqua imminente è un nuovo inizio di vita. P. Angelo Sardone

Il mistero della croce

Dio non abbandona la terra e l’uomo perché li ama profondamente. Se l’egoismo è fonte di miseria e di morte, l’amore di Dio manifestato nell’atto supremo della morte del suo Figlio, è l’attestato più convincente del suo interesse per tutte le creature. Oggi, venerdì santo, contempliamo e viviamo la morte di Gesù Cristo in croce, fatto storico e valore umano e spirituale che va ben oltre il credo cristiano. Attestata dalla Rivelazione e documentata dalla Storia e da Millenni di Tradizione, la croce di Cristo, insieme con la sua risurrezione, è la fonte ed il centro della fede cristiana. Oggi siamo particolarmente avvolti da un cupo e misterioso silenzio che induce alla condivisione del dolore, fa tacere la mente e la immerge nella contemplazione del misterioso dato di fede. Esso induce alla compassione, impone la sosta, genera una riflessione profonda. Il silenzio della natura, l’irreale silenzio che in questi giorni avvolge le strade, le attività, le chiese, si conforma al silenzio di Gesù sulla croce, interrotto da poche parole, sette in tutto. L’epilogo del suo annunzio evangelico è la consegna dell’umanità a Maria, madre di tutti i redenti, il grido lacerante del dolore per l’abbandono subito anche da parte del Padre, il grido soffocante del distacco dalla vita e la consegna dello Spirito. In questa morte trova risposta il perché della nostra morte, ed anche quella di tanti fratelli e sorelle in questa assurda pandemia. Gesù è il grande sconfitto dalla vana giustificazione di una religiosità ottusa e legalista, dalla superbia e dall’egoismo dell’uomo, dalla sua volontà perversa, capace di stravolgere la natura fisica ed umana. Vero agnello che toglie i peccati del mondo, esaltato dal Padre sulla croce, è soprattutto il grande trionfatore sulla morte e sul peccato. Nella croce c’è tutto il peso dell’amore, quello di Dio e quello dell’uomo: la croce è la più grande opera di salvezza. La mente superba dell’uomo che ha “cambiato la gloria dell’incorruttibile Dio con l’immagine dell’uomo corruttibile” si arrende ora dinanzi al fatto eclatante: Dio ha salvato l’uomo con la croce e la morte del suo Figlio. Proprio questa morte “ha rotto la nostra indifferenza” (G. Papini). Tutto questo esige silenzio e contemplazione. P. Angelo Sardone

Eucaristia e sacerdozio: due doni di amore

Questi sono i giorni santi. Il tempo non è semplicemente una categoria filosofica, è un dono di Dio. Ogni giorno è un dono, ma quelli che cominciano oggi, il Triduo Pasquale di morte e risurrezione di Cristo, sono i giorni santi per eccellenza. Il giovedì santo è memoriale dell’Eucaristia e del Sacerdozio, sacramenti sgorgati dal “Cuore di Cristo, come da un parto gemello” (S. Annibale). Entrambi manifestano il grande, infinito ed eterno amore di Dio che in Gesù ha dato compimento al suo progetto di redenzione ed ha stabilito di rimanere per sempre in mezzo agli uomini nella realtà materiale del suo corpo velato dal segno del pane, nella persona dei suoi ministri. Sono i sacramenti della “presenza” di Cristo come cibo e bevanda di vita, attraverso gli elementi del pane e del vino, misericordia e tenerezza infinita, attraverso l’umanità di uomini deboli e fragili costituiti in straordinaria grandezza per tutto ciò che si riferisce al Signore. L’Eucaristia, mistero della fede tra i più difficili da credere, è il centro della giornata odierna, presenza viva di Cristo, cibo vero, pane del cammino, farmaco di immortalità. In funzione dell’Eucaristia e per l’Eucaristia, il sacerdozio, dono grande di amore dato al mondo mediante la scelta di uomini ad essa consacrati, confezionatori e distributori del pane di vita eterna, del perdono e della tenerezza di Dio. Grembiule ed acqua, stola, pane e vino sono i segni che unificano le due grandiose realtà sacramentali ed esprimono il fondamentale carattere del servizio, dell’oblazione, del sacrificio: “sacerdos et hostia, servitium et oblatio” (sacerdote e vittima, servizio ed oblazione). Ogni sacerdote oggi dice: «Senza mio merito, sono stato generato sacerdote e padre; sacerdote del Dio altissimo, “padre di una moltitudine di gente”. È Dio che, per sua bontà, mi ha reso tale». La paternità viene spiritualmente assunta nell’interezza della dimensione umana, fragile, caduca, non esente da peccato, ed esercitata nel nome di Dio che è Padre e misericordia infinita. Proprio perchè fragile, l’umanità e la sacralità del sacerdote esige vigilanza e diligente cautela da parte sua e da parte degli altri, amore tenero, delicato, vicinanza e distacco, pudore e contemplazione. Il sacerdote, avvolto nel suo mistero di vita umana e spirituale, insieme con Gesù dona se stesso, il suo tempo, la sacralità del suo corpo, la profondità dei suoi affetti, la verità del suo amore. Il suo compito è la propria ed altrui «santificazione senza la quale nessuno vedrà mai il Signore, vigilando che nessuno venga mai meno alla grazia di Dio» (Eb 12,14). Come il Servo di Dio Romano Guardini anche io, oggi, con molta umiltà, vorrei aiutare gli altri a guardare queste realtà grandiose con occhi nuovi, quelli di un bambino innocente ed estatico dinanzi alla sublimità di questi misteri. P. Angelo Sardone

La perenne adorazione

La presenza reale di Gesù Cristo sulla terra è garantita sino alla fine dei secoli dalla celebrazione della Santa Messa e dalle specie eucaristiche conservate nel santo tabernacolo. Il termine richiama la tenda nella quale era custodita l’Arca dell’Alleanza, ed è una sorta di piccola casa. La “custodia”o “ciborio”, che contiene il pane celeste che dà la vita (cfr. Gv 6) è il luogo sacro per eccellenza dinanzi al quale ci si inginocchia e si adora il corpo e il sangue di Cristo, mistero della fede di difficile comprensione. S. Annibale M. Di Francia, grande innamorato dell’Eucaristia afferma che notte e giorno Gesù nel santo tabernacolo, mentre è in contatto con l’eterno Padre, gli rende “adorazioni di infinito valore”. E’ il misterioso dinamismo di amore col quale Cristo prega e adora il Padre per noi, è pregato ed adorato da noi, prega in noi. Il Figlio, insieme con lo Spirito che intercede per noi con gemiti inesprimibili, presenta al Padre ogni nostra lode, gratitudine, richiesta e supplica, sia quando siamo dinanzi al tabernacolo che quando, come in questi giorni, impediti per forzate necessità, aneliamo alla sacra custodia e desideriamo ricevere Gesù sacramentalmente. In questo “gioco di amore” si rende efficace la potenza della preghiera cristiana, espressione del cuore, ed atteggiamento di vita. Il Signore esaudisce al «momento favorevole» e soccorre «nel giorno della salvezza». E questo, ora, «è il momento favorevole e il giorno della salvezza!» (2Cor 6,1). Il rapporto personale con Cristo si completa con l’incontro e la condivisione con i fratelli nel quale si concretizza un’altra presenza del Signore: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro!» (Mt 18,20). Con cuore umile e penitente stiamo accanto al tabernacolo di Gesù come lampada con fiamma perenne e fiori profumati, per essere sentinelle di amore che vivono di Lui, che operano per Lui. P. Angelo Sardone.

Non siamo soli

L’anima di Gesù è triste fino alla morte. E’ una delle parole che da sempre impressiona il mondo e turba il pensiero dell’uomo. Cristo avverte e vive un’angoscia mortale, preludio della sua “kenosi”, l’annientamento. E’ una delle manifestazioni più toccanti riportate dai Vangeli, che caratterizzano in pieno la più profonda umanità del Figlio di Dio fatto uomo. Sulla soglia della passione redentiva, fine ultimo della sua missione di Salvatore, Egli vive la tristezza amara della solitudine, dell’abbandono, della incomprensione del messaggio di amore che, per volere del Padre, deve necessariamente passare attraverso la sofferenza e la morte. Con delicatezza espressiva segnala agli apostoli più fidati che si è portato con sé, il bisogno di una presenza confortante in un momento così difficoltoso, in un travaglio così angosciante, quasi ad elemosinare un po’ di attenzione anche in silenzio; presenza e silenzio che esprimono affetto, partecipazione, sostegno, aiuto. Avverte finanche l’abbandono di Dio. Gli apostoli non capiscono questo insolito linguaggio: sono lì con Lui nel podere illuminato dalla luna piena, per fargli compagnia, ma portano il peso della loro umanità sopraffatta dalle preoccupazioni giornaliere, dalla stanchezza e dal sonno della poca fede, dallo scoraggiamento, dall’incertezza del futuro. Testimoni silenziosi di questo inizio di passione sono gli ulivi le cui radici sporgenti sono accarezzati e colorati dal rosso vivo del sangue anzitempo sgorgato dal suo corpo ancora intatto. Gesù non chiede di capire, ma di far compagnia, fermarsi di a vegliare con Lui. Per tre volte, si allontana da loro e prega. Per tre volte li trova addormentati. Al compimento dell’ultimo tratto del suo cammino di salvezza, è solo. La solitudine si traduce in profonda tristezza, delusione, paura della morte. Questa situazione, tante volte, come oggi, è lo specchio della vita di ciascuno. Anche se soli, siamo confortati dalla certezza che così «Gesù prese su di sé la nostra morte e fece nostra la sua vita» (S. Agostino). Anche se nel nostro “orto degli ulivi” ci sentiamo terribilmente soli, a pochi metri da noi veglia e prega per noi e con noi Gesù. Col suo silenzio misterioso e la sua tristezza profonda, sostiene la nostra tristezza, riempie la nostra solitudine, conforta i nostri cuori, asciuga le nostre lagrime. Coraggio, non siamo soli! P. Angelo Sardone

Lunedì santo 2020

Il giorno della Pasqua si avvicina. Stranieri e pellegrini sulla terra, incamminati con Gesù e dietro a Lui, siamo entrati festanti in Gerusalemme. Lì, dopo l’euforia esaltante dell’Osanna, con l’infamia della croce e portando in essa il peccato del mondo, il Figlio di Dio conclude il suo itinerario terreno. Ora lo attende e ci attende la passione. Anche il nostro pellegrinaggio si conclude con la morte, il passaggio ultimo della porta dalla vita terrena e finita a quella eterna senza fine nella Città santa. Siamo sopraffatti dalla vita, ad essa aggrappati; siamo “viventi”, soggetti alle norme impresse da Dio nella natura umana e nel cosmo, norme di vita e non di morte. La nostra vita è Cristo: in Lui «viviamo, ci muoviamo e siamo» (At, 17,28). Tendiamo a considerare la morte come la fine di tutto e tenacemente la esorcizziamo tenendola a distanza dai pensieri: con difficoltà riusciamo ad elaborarla con le categorie umane che la rifiutano. Quando poi consideriamo che Gesù, fatto uomo, l’ha vissuta nella drammaticità di un calice colmo di amarezza e di dolore, allora cominciamo a pensarla col suo valore catartico; il peso e la paura di essa si allevia. Nel cammino della vita verso la morte, allora abbiamo bisogno di costanza e perseveranza perché nel compimento della volontà di Dio possiamo raggiungere ed ottenere quanto è stato promesso (cfr. Eb 10,35). Qualunque croce ha senso se considerata in riferimento a quella portata dal Nazareno, una atrocità raccapricciante, a cominciare dalla ferocia devastante riversata sul suo corpo, barbaramente trasfigurato da una inaudita ed accanita violenza umana, fino ad annientare ogni forma di dignità. Gesù Cristo ha sopportato tutto tacendo, dando l’insegnamento finale con il linguaggio più convincente dell’amore. La morte ti toglie tutto, ma ti dà “il tutto”. Per questo, anche nella presente calamità, non indietreggiamo ma andiamo avanti senza timore, con gioia e fierezza e, se ci riusciamo, con l’aiuto di Dio e la sua costante illuminazione, consideriamo la croce di Gesù la sua genialità ed il nostro unico e vero vanto (Gal 6,14). P. Angelo Sardone

Domenica delle Palme

Oggi è un giorno di speranza. In verità ogni giorno, per il cristiano, è giorno di speranza. La Domenica delle Palme che dà inizio alla Settimana Santa è preludio della Pasqua del Signore. Il rigore imposto dall’attuale situazione avvolge il cuore in un velo di malcelata tristezza per l’impossibilità di partecipare fisicamente nelle nostre chiese all’assemblea dei fratelli e alla comunione eucaristica. Come i discepoli, chiediamo a Gesù dove vuole che prepariamo per Lui perché possa mangiare la Pasqua. La sua risposta quest’anno, a pensarci, ci sorprende: «Il tempo è vicino. Voglio fare la Pasqua da te, nella tua casa, nell’intimità e nel calore della tua abitazione e della tua famiglia, autentica chiesa domestica». E’ il tempo dell’efficacia della grazia e Gesù viene a visitare la nostra casa ed a stare con noi. Prepariamo tutto l’occorrente per la singolare celebrazione: la mensa con la suppellettile più preziosa, il libro della Parola, il cero della fede, la palma di ulivo, i canti di gioia e, soprattutto, i nostri cuori. Gesù si siede con noi, parla dolcemente al cuore di ciascuno, sorride, asciuga qualche lagrima, si lascia accarezzare dai bambini. Seppure misticamente nel Cenacolo della nostra casa si rinnova l’Eucaristia, dono supremo dell’amore offerto sull’altare della croce, nell’attesa che si compia la “beata speranza”. In forza del sacerdozio battesimale, presentiamo i nostri doni: gioie e speranze, paure, tristezze e angosce di noi che siamo nella prova, dei poveri e dei sofferenti. Gesù, sommo ed eterno sacerdote, parla al cuore, dona un abbraccio di consolazione e di pace e consegna a ciascuno il pane della carità da condividere con gli altri con un gesto di amore: una telefonata, una preghiera, un pensiero affettuoso, una palma, espressioni tutte di solidarietà, condivisione e di vicinanza. Così questo giorno si qualifica ancora di più come “giorno della fede nel Signore crocifisso, morto e risorto”. Ed allora la speranza cristiana, la nostra speranza, diviene lievito e luce della stessa speranza umana. P. Angelo Sardone

Maria, madre Addolorata

Siamo nati da una donna. Quando è sbocciata la nostra vita in lei, è diventata madre ed il suo grembo, sorgente, custodia della vita e tabernacolo santo. Siamo cresciuti nelle sue acque primordiali alimentati dalla sua stessa vita, dal suo sangue, coccolati dalle sue emozioni, fortificati dalla tenerezza e ricchezza dei suoi sentimenti, custoditi con premurosa attenzione, preservati amorevolmente da ogni contagio. Il suo cuore ha pulsato in sincronia col nostro cuore. Dal grembo di un’altra madre, la Chiesa, nelle acque del Battesimo siamo stati generati ad una vita nuova, “immessa per Cristo in Dio” e purificati dalla colpa originale. Con la crescita nella vita e nella fede abbiamo scoperto e beneficiato della presenza di una terza madre, la Vergine santa, Maria di Nazaret. “Novella Eva”, da Dio è stata resa due volte madre: quando ha generato Gesù alla vita umana, quando dal suo Figlio, nell’atto supremo dell’offerta sacrificale e della morte cruenta, è stata costituita ed indicata vera “madre di tutti i viventi”. Col dolore del parto siamo nati alla vita; sotto la croce di Cristo, mistero di redenzione e principio di vita eterna, la madre Addolorata e Desolata, per volere del Figlio, ci ha assunto come figli di una nuova umanità. Il dolore per il peccato del mondo che continua a lacerare il corpo immacolato del Figlio Gesù e ad appesantire il suo braccio santo, è da Lei alleviato mediante la materna intercessione e l’incessante premura con la quale invita tutti a “fare tutto ciò che Egli ci dice”. Cura le nostre ferite col balsamo profumato del suo amore, e, soprattutto nel tempo dell’angustia, sorregge la nostra speranza, alimenta la fiducia nella salvezza ed invoca per tutti perdono e misericordia. Sperimentiamo l’efficacia della sua mediazione e la grazia della sua presenza nella nostra vita, nella misura in cui accogliamo il messaggio di Cristo, e, come Lei, lo meditiamo nel cuore e lo realizziamo giorno per giorno. Un’autentica devozione a Maria passa attraverso una convinta adesione a Gesù Cristo. P. Angelo Sardone

Si vive e si muore ogni giorno

Si impara a vivere ogni giorno. L’arte della vita si apprende dalla morte. Ogni giorno è un giorno di vita ed un giorno di morte. La conclusione dell’esistenza umana, a qualunque età ed in qualunque modo essa avvenga, lascia sempre un grande vuoto, un immenso dolore, un angosciante interrogativo. L’uomo è stato creato per la vita: ma allora perchè la morte? L’apprendiamo con dolore come conclusione e distacco; la constatiamo con orrore, la raccontiamo con pudore come sfera delle realtà sacre. La morte è un nonsenso, è un mistero: pur tentando di dare una risposta, l’uomo rimane comunque deluso. A meno che non si rifugi nella fede. Gesù Cristo, come uomo, ha voluto subire la morte: in Lui essa ha avuto il valore universalmente purificatore, ha realizzato la radicale riparazione del peccato, ha fatto riconquistare la grazia ed ha aperto la strada della risurrezione per vita senza fine. Le notizie di questi giorni mettono a dura prova la stabilità emotiva, le certezze alle quali si aggrappa la vita, determinano lo stupore silente dinanzi agli imperscrutabili voleri di Dio e soffocano il dolore nelle lagrime che rigano il viso e solcano il cuore. Anche Dio piange con noi. La sua lagrima scende dal cielo ad ogni morte sulla terra: battendo sull’arida roccia del suolo calcareo e sul cuore sanguinante di chi piange, schizza violentemente e diventa un oceano che invade il mondo, un torrente di consolazione che investe il cuore, acqua battesimale che purifica e santifica. Nel sangue di Cristo e nella sua morte in croce si apre la certezza della vita eterna. In questa fede, la vita sulla terra matura e ciascuno trova un senso per guardare con occhi diversi la realtà che ci circonda e la morte che ogni giorno invade la vita. P. Angelo Sardone

Preghiamo per le vocazioni

Oggi è il primo giovedì del mese di aprile, giornata dedicata alla preghiera per le vocazioni sacerdotali e religiose. In forza della mia vocazione rogazionista, pubblico una scheda-immagine con tre brevi Preghiere al Signore della messe per gli operai del Vangelo, scritte da S. Annibale Maria Di Francia, apostolo della preghiera per le vocazioni. Facciamolo conoscere e divulghiamo adeguatamente queste preghiere. P. Angelo Sardone