La giustizia di Dio

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La semina del mattino

240. «Se il malvagio si converte dalla malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso» (Ez 18,27). Il modo di agire di Dio è giusto anche se l’uomo, limitato nella sua conoscenza e nella valutazione di cose divine, non sempre lo comprende. Dio ancora di più agisce direttamente nel manifestare la sua giustizia in termini di perdono, accoglienza ed anche di condanna. Tante volte, come documenta la Scrittura, scende quasi a patti con l’uomo discutendo con lui, tessendo un’apologia ricca di logica e sapienza. Non ha piacere della morte del peccatore ma che si converta e viva. Per cui quando un malvagio desiste dalla sua strada di perdizione e agisce con giustizia e rettitudine, egli si salva. Ma se il giusto si allontana dalla giustizia e dalla verità e compie il male, egli morirà. Si tratta di conseguenze logiche frutto di libera scelta che espongono l’uomo alla sua responsabilità di salvezza o di perdizione. Dio non c’entra nulla: si raccolgono le conseguenze delle proprie scelte condizionate o meno da se stessi, dall’ambiente di vita, dalle persone che sono attorno. Spesso si chiama Dio a responsabile di una sorta di ingiustizia ingiusta, ma non si tiene conto che a determinati traguardi o conseguenze si giunge per aver scelto deliberatamente un comportamento invece di un altro. La misericordia di Dio è sempre legata alla giustizia ed alla conseguenza logica di quanto la creatura umana, responsabilmente e volutamente, sceglie di fare o di non fare, di essere o di non essere. P. Angelo Sardone.

Zaccheo e la conversione

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239. «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua» (Lc 19,5). La curiosità di vedere ed il desiderio di entrare in relazione con un altro, tante volte può essere un vettore importante che facilita e stimola la vita anche nel senso spirituale. Quante volte la fama di una persona, la notorietà che la distingue dagli altri, asseconda il desiderio di una maggiore perfezione e può essere il principio di una vita completamente nuova. Il Vangelo di Luca riporta un esempio singolare nella persona di Zaccheo, uno dei capi dei pubblicani di Gerico. Era un uomo di bassa statura sia fisica che morale che a seguito dell’incontro con Cristo si riscatta e si converte. La sua reputazione agli occhi dei Giudei non era proprio al massimo: godeva di fama di non osservante e ladro. La sua posizione era molto comoda; era capo degli esattori delle tasse: ricco, troppo sicuro di sé, spadroneggiava a suo piacimento, rubando lautamente. Vuole però vedere Gesù. Il Maestro che passa proprio sotto l’albero sul quale si era arrampicato, si ferma e gli parla. Lo sconcerto degli astanti è grande; la sua trasformazione è repentina. È stato galeotto l’auto-invito a pranzo del Maestro. Zaccheo confronta la sua vita con l’insegnamento e la persona di Gesù e comprende la vanità delle sue ricchezze e del suo sfacciato potere. Esce dal suo egoismo e dal mondo dorato di benessere e dominio. Chi, come Zaccheo, fa del denaro il fine della sua vita e l’oggetto del suo agire, è un povero miserabile ed un perdente. Cristo desidera la conversione, la propone a tutti e l’attende. Se, come Zaccheo l’accogliamo con disponibilità gioiosa e senza preclusioni, se gli apriamo la porta, la salvezza entrerà in casa nostra. P. Angelo Sardone

La conversione radicale

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238. «Fate frutti degni di conversione» (Mt 3,8). Da sempre la Chiesa, fedele interprete del Vangelo, ritiene il tempo di Quaresima un’occasione privilegiata di penitenza e di conversione, elementi di cui spesso l’uomo d’oggi tende a fare a meno. Essi sono del tutto indispensabili nella dinamica della vita cristiana e dell’ascesi di perfezione. Un testimone e modello da imitare in questa esperienza di “avvicinamento a Cristo”, è Giovanni il Battista, il “più grande fra i nati di donna”, l’uomo che non ha avuto paura di denunziare il male. La sua vita è esemplare e coerente: quello che dice lo fa. In accordo con quanto affermato dai profeti, veste un pallio di peli, mangia locuste e cavallette, cibo che il deserto gli riserva. La sua predicazione è un taglio radicale al benessere sfrenato ed alla comodità; il suo messaggio predilige la verità a scapito della menzogna: è chiaro e sferzante. Il nocciolo è la conversione, cioè l’apertura agli altri ed una forma di purificazione radicale, un’apertura incondizionata al Vangelo ed alle sue esigenze. Scuote dalle false sicurezze di essere giusti in un percorso religioso e spirituale solo apparente. Come i dotti di allora e coloro che rifiutavano simili apostrofi e limitazioni al loro libertinaggio, anche oggi tante persone vivono in situazioni di compromesso permanente, spirituale e morale, divenendo inaccessibili a qualsiasi forma ed idea di conversione. Con l’aggravio di una diabolica illusione di credere di stare a fare chissà quale cammino spirituale perché c’è stato un evento forte anche dal punto di vista emotivo, che può aver scosso, ma senza le conseguenze di una radicale decisione, sorretta da una guida matura ed esigente. P. Angelo Sardone 

Il vero digiuno

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237. «Quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano» (Mt 6,16). Al tempo di Gesù i farisei praticavano due giorni di digiuno la settimana; la stessa cosa facevano i discepoli di Giovanni (Mc 2,18). La venuta del Messia supera ed esclude il digiuno del senso giudaico, perché il Maestro da una parte manifesta la ragione più vera e profonda del digiuno, dall’altra condanna la maniera esibizionista nel praticarlo. Non basta osservare con scrupolo le prescrizioni della legge mosaica, ma avere il cuore vicino a Dio. Gesù insegna che il vero digiuno è il compimento della volontà del Padre celeste, che “vede nel segreto, e ricompensa” (Mt 6,18). È finalizzato a mangiare il “vero cibo”, cioè la volontà del Padre (Gv 4,34), ad esorcizzare, insieme con la preghiera, gli spiriti maligni (Mt 17,21). Ad imitazione della prima comunità cristiana, il digiuno deve accompagnare la preghiera prima di prendere una decisione importante. In stretta connessione con essa, questa pratica di mortificazione fortifica la virtù, suscita la misericordia, implora il soccorso divino, conduce alla conversione del cuore. Col digiuno si tiene a freno il peccato e si apre nel cuore la strada che porta a Dio. Il digiuno ha senso se quello che viene risparmiato è destinato per l’assistenza ai poveri ed agli ammalati. «Quanto sarebbe religioso il digiuno, se quello che spendi per il tuo banchetto lo inviassi ai poveri!» (S. Ambrogio). Questa pratica ascetica di qualità può essere un’arma spirituale per lottare anche contro ogni attaccamento disordinato a noi stessi ed agli altri. P. Angelo Sardone

L’acqua che disseta

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233. «Ti guiderà sempre il Signore, ti sazierà in terreni aridi, rinvigorirà le tue ossa; sarai come un giardino irrigato e come una sorgente di acque» (Is 58,11).

La Quaresima si inquadra in una fase cronologica ricorrente nella Sacra Scrittura, e segnata dal numero quaranta, dagli eventi più tragici dell’umanità col diluvio, fino al tempo che precede l’Ascensione di Gesù al cielo. In ogni contesto, doloroso o felice che sia, non manca mai la mano di Dio provvidente che si apre all’uomo e chiede la sua collaborazione nella gestione del cammino della vita e nell’opera della salvezza. La Sua guida è sicura anche se imprevedibile: gli itinerari che traccia davanti alla creatura umana sovrastano la sua mente limitata e vanno oltre gli orizzonti finiti e visibili. La certezza viene dal fatto che è Dio la vera Guida, è Lui che sazia la fame dell’uomo anche quando si trova in terreni aridi: è Lui che suscita dal suolo la ricchezza alimentare e la sicurezza abitativa. Egli ringiovanisce le ossa, le rende fresche e piene di vita. Fa sgorgare l’acqua viva, simbolo di vita e di fecondità, da una roccia arida che richiama solitudine e morte e la fa diventare fonte zampillante. La storia dell’antico Israele si ripercuote nel nuovo, la Chiesa, che percorre il suo esodo anche nelle contraddizioni e nei travagli epocali, attraverso terreni aridi che poi diventano fertili, bevendo dalla roccia spirituale che l’accompagna, Gesù Cristo (1Cor 10,4). Guidare, saziare, rinvigorire, sono verbi propri dell’agire di Dio in forza della sua alleanza e della sua misericordia senza limiti e senza tempo. P. Angelo Sardone

La Via Crucis: significato e senso

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232. «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (Lc 9,23). In tutto l’anno la giornata del venerdì è caratterizzata dalla penitenza e dal ricordo della Passione di Gesù. Durante la Quaresima ciò si concretizza nel pio esercizio del cammino della croce, la cosiddetta “Via Crucis”. Si tratta di una pratica devozionale molto diffusa ed amata dal popolo di Dio. Consiste nel ripercorrere l’ultimo tratto del tragitto compiuto da Gesù andando incontro alla morte in croce: dal Getsemani fino al Calvario, dall’orto degli ulivi al giardino del sepolcro. Il percorso penitenziale e devozionale si snoda lungo quattordici stazioni che richiamano gli eventi salienti della via dolorosa percorsa dal Nazareno sotto il peso della croce. Questa pratica di pietà, presente sin dall’alto Medioevo, fu diffusa particolarmente dal Frate Minore san Leonardo da Porto Maurizio († 1751) e regolarmente approvata dalla Sede Apostolica. Nella riflessione e nella prassi ecclesiale la Via Crucis è la sintesi di espressioni diverse della spiritualità cristiana: la vita umana concepita come un cammino lungo il mistero della Croce; la conformazione alla Passione di Cristo; le esigenze più vere della sequela del Maestro, portando ogni giorno la propria croce. Tutte le stazioni, corredate dalla Parola di Dio, dalla riflessione e dalla preghiera personale e comunitaria, evocano anche le tappe della vita umana che spesso si colorano di condanne, cadute, insulti, incontri particolari, denudamenti, chiodi e solitudine dell’abbandono su un patibolo. Tutto questo fortifica la fede e rende testimoni nella vita quotidiana, della passione di Gesù che si riflette in un certo senso nella personale Via crucis.  P. Angelo Sardone

Il cammino dell’Esodo

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231. «Scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza» (Dt 30,19). Il cammino dell’Esodo non è semplicemente un itinerario stradale, ma anche e soprattutto una scuola di formazione alla vita e ad un serio e corretto rapporto con Dio. Il grande maestro è il Signore che ha liberato il popolo dal faraone di Egitto, ma affida a Mosé il compito di ammaestrarlo con la Parola che gli rivela. Per una corretta e libera scelta, Dio pone davanti all’uomo la vita e il bene, la morte ed il male e nel suo grande amore gli comanda di amarlo, di camminare nelle sue vie, di osservare i suoi comandi. Tutto questo è necessario per vivere, essere benedetto da Dio ed entrare nella Terra promessa. La libertà umana viene inglobata nella grandezza dell’amore divino che supera la conoscenza imperfetta e limitata che tante volte fa scegliere il male invece del bene. “Scegli la vita!” dice il Signore, fidati di Me che sono la vita, se vuoi avere una vita longeva. Voltarsi indietro, non ascoltarlo, prostrarsi dinanzi ad idoli falsi ed attraenti, è sinonimo di morte certa. Amore, obbedienza a Dio ed unità con Lui garantiscono la serietà del cammino e l’efficace qualità cristiana della vita per sé e per la propria discendenza. L’Alleanza stretta da Dio culmina nell’offerta sacrificale del Figlio sulla croce. L’uomo e la donna hanno sempre da imparare ed il loro cammino sarà più lesto e senza pericoli se vorranno e sapranno affidarsi a Dio che libera da ogni schiavitù, prende per mano e conduce verso la meta della salvezza.  P. Angelo Sardone.

Le sacre Ceneri

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230. «Ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti» (Gl 2,12). Il cammino della Quaresima in preparazione alla Pasqua, si apre con il rito austero della benedizione ed imposizione delle ceneri. Nel segno e nel gesto liturgico è ricordata la caducità della vita umana, la sua origine e la sua fine, la terra. Unita al segno, secondo l’insegnamento di Gesù, si ribadisce l’ingiunzione a convertirsi e credere al Vangelo in un itinerario di penitenza che segni il ritorno a Dio. Il capo dei fedeli viene cosparso di cenere ad indicare la condizione di fragilità umana e la fine riduttiva del corpo dopo la morte. Il gesto indica anche il pentimento e la ripresa del cammino con un cuore nuovo, purificato. Le ceneri, ricavate dalla combustione dei rami di ulivo adoperati nella Domenica delle Palme dell’anno precedente, hanno il valore simbolico della precarietà e richiamano il senso della penitenza e del ritorno a Dio. In questa circostanza la Chiesa richiede l’osservanza del digiuno e dell’astinenza dalle carni. Il Codice di Diritto Canonico, codice normativo della Chiesa cattolica di rito latino, nei canoni 1249 e 1253, prescrive il digiuno e l’astinenza dalle carni due volte l’anno, il Mercoledì delle Ceneri ed il Venerdì santo. L’obbligo del digiuno che comincia a 18 anni compiuti e termina ai 60 anni incominciati, obbliga a fare un solo pasto durante la giornata, riducendo per quantità e qualità, gli altri pasti. L’obbligo dell’astinenza inizia a 14 anni d’età compiuti. Perché il cristiano sia coinvolto nella totalità di anima e di corpo, il digiuno e l’astinenza devono essere associati alla preghiera, all’elemosina e alle altre opere di carità, parti integranti della prassi penitenziale. Ad essi deve aggiungersi il pentimento sincero delle proprie colpe dalle quali ci si libera con il Sacramento della Riconciliazione. Buon cammino di Quaresima. P. Angelo Sardone

Il primo omicidio

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La semina del mattino. «Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!» (Gen 4,10). Le conseguenze della colpa originale diventano immediatamente drammatiche: il primo omicidio della storia perpetrato da Caino nei confronti di suo fratello Abele lo dimostra ampiamente. Colui che era stato considerato da Eva un “acquisto da Dio” diviene strumento di morte per un innocente “generato”, a causa dell’invidia. La loro diversa identità, Caino coltivatore della terra ed Abele pastore di greggi, li pone in una situazione di disparità davanti agli occhi di Dio che gradisce Abele e la sua offerta e non Caino ed i frutti del suolo. Ciò rimane un mistero. L’invidia nei confronti del fratello acceca i suoi occhi di ira funesta fino ad indurlo all’omicidio. La voce del sangue dell’innocente si innalza potente fino al cielo e Dio chiede ragione al fratello omicida che cerca di defilarsi dalla sua colpa dichiarando di non essere custode di Abele. Tuona potente la voce di Dio “Che cosa hai fatto?” Caino ammette la sua colpa, la definisce così grande da non poter ottenere il perdono ed è consapevole di dover andare ramingo sulla terra col rischio di essere ucciso. Nel suo amore, paradossalmente Dio impone un segno a Caino per preservarlo da chiunque volesse ucciderlo per vendetta. Anche dinanzi al delitto più efferato, Dio manifesta la sua misericordia, mai discompagnata però dalla giustizia. A volte si vuole ridurre Dio ad un concentrato di pietà e misericordia eludendo la giustizia che è la prima forma dell’amore e del perdono autentico. P. Angelo Sardone

Sii purificato!

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La semina del mattino

227. «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto» (Mc 1,44). La storia di ogni purificazione ha come riferimento solo ed esclusivamente Gesù, medico delle anime e dei corpi. Tante volte il Vangelo narra episodi di incontri particolari nei quali il Maestro ode il grido del malato o del peccatore, lo accoglie e lo sana dalle sue ferite esterne ed interiori. Il caso dei lebbrosi diviene emblematico perché si tratta di una categoria di malati messi al bando e da tutti scansati per via della malattia contagiosa e di una prescrizione legale. Spesso nella mentalità ebraica la lebbra era considerata una punizione di Dio. La guarigione operata da Gesù nei confronti di un lebbroso, viene detta purificazione proprio perché l’intervento non è solo esterno, non tocca cioè solo il corpo, ma guarisce l’anima, la purifica dai peccati. Segue una duplice ingiunzione fatta con tono severo: non dire niente a nessuno e va dal sacerdote. Ciò era determinato sia dal fatto che il lebbroso forse aveva infranto le regole di segregazione che esistevano anche allora, che per non generare facile entusiasmo tra la gente. Il sacerdote era deputato alla verifica della guarigione ed alla dichiarazione della perfetta guarigione, come prescritto da Mosè (Lv 14,2-32). La lebbra più terribile è il peccato: l’intervento purificatore di Gesù, concreto ed efficace, per suo volere viene mediato dal ministero della Chiesa e dal sacerdote col sacramento della Riconciliazione. In esso il sacerdote è coinvolto nel rito espiatorio davanti al Signore per colui viene purificato e perdonato. P. Angelo Sardone