Gli occhi

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Mattutino di speranza

18 giugno 2020

 

Gli occhi sono le finestre dell’anima. Da essi traspare l’intimo. Sono organi di senso dell’apparato visivo comuni agli animali ed agli uomini. Percepiscono gli stimoli luminosi esterni e li trasmettono ai centri nervosi che li traducono in immagini. Sono recettori di luce, di informazioni, filtro attraverso il quale passa la realtà esterna per raggiungere il corpo in alcuni punti nevralgici, il cervello, il cuore, lo stomaco, gli arti. Questi organi, così interessati, reagiscono con modalità e ritmi diversi. Con gli occhi in fronte si vede ciò che sta fuori di noi. Con gli occhi del cuore si scorge e si penetra l’animo, l’intimo, si afferrano i pensieri, si colgono i sentimenti, si legge anche ciò che è nascosto. La rappresentazione iconografica divina spesso è quella di un triangolo con al centro un occhio col quale Dio vigila sulla realtà creata: «l’occhio del Signore è su chi lo teme, su chi spera nel suo amore» (Sal 33,18). La Sacra Scrittura ha una vasta gamma di riferimenti e qualificazioni dell’occhio e degli occhi: “penetranti, di compassione, occhio vigile, occhio che scruta, occhio che piange, che tormenta, occhio superbo, occhio invidioso, cattivo, contento”. Gli occhi esprimono e sintetizzano la gioia, prima ancora del sorriso, il dolore e la sofferenza prima ancora del pianto. La letteratura sapienziale afferma che «l’occhio desidera grazia e bellezza» (Sir 40,22), «ammira la bellezza del candore di Dio e il cuore stupisce nel vederla fioccare» (Sir 43,18). Ogni cosa, infatti ha in sé una bellezza, ma non tutti riescono a vederla. Gesù definisce l’occhio “lampada del corpo”, ed annota le sue caratteristiche: se «l’occhio è semplice, anche tutto il corpo è luminoso; ma se è cattivo, anche il corpo è tenebroso» (Lc 11,34); se è di scandalo bisogna addirittura cavarlo (Mt 5,29). Chi pretende di vedere una pagliuzza nell’occhio dell’altro, non si rende conto che, iperbolicamente, ha una trave nel suo (Lc 6,41). Componente essenziale dell’occhio è la pupilla, il foro centrale dell’iride, porta d’ingresso della luce all’interno del bulbo oculare: si dilata per ricevere maggiore luce; si restringe in presenza di molta luce. Il Signore custodisce i suoi eletti come la pupilla del suo occhio (Dt 32,10 e Sal 17,8). Prodotto tipico degli occhi sono le lagrime che sgorgano e irrigano le guance e le gote. Sono lagrime di dolore quando esprimono sofferenza, delusione, malessere; sono lagrime di gioia quando esprimono la contentezza, l’appagamento. La recente pandemia, ha imposto per necessità di salvaguardia dal contagio virale, l’utilizzazione della mascherina per proteggere la bocca ed il naso. Restano visibili soltanto gli occhi. Anche se il viso e l’identità della persona sono parzialmente velati, rimangono in bella vista gli occhi, guardando i quali si può riconoscere la persona. Gli occhi vedono, parlano, implorano; sono occhi attenti, vispi, gioiosi; ma anche occhi spenti, imploranti; occhi freddi e di ghiaccio; occhi che si abbassano per vergogna dinanzi ad un rimprovero o una colpa, occhi che si arrossano nel pianto, occhi di pudore che generano rossore sul viso; occhi stanchi, delusi, occhi addolorati. Tante volte l’occhio, sia quello naturale che quello spirituale, per malattie congenite o acquisite per l’età, le cattive abitudini, gli incidenti di percorso, ha bisogno del rinforzo delle lenti. Esse rafforzano la capacità di vedere e correggono. Nella dimensione spirituale esse sono la preghiera che è luce, la mortificazione dei sensi che diventa correttivo delle passioni e delle cattive inclinazioni, la Parola di Dio che fa vedere la verità ed orienta il cammino lontano da ciò che è vistosamente male. S. Giovanni apostolo nel libro profetico dell’Apocalisse presenta Gesù con occhi fiammeggianti di fuoco (Apc 2,18) e gli esseri viventi costellati di occhi davanti e di dietro (Apc 4,6-8).  Nella sua Prima Lettera, poi, tra le cose del mondo che non provengono da Dio, evidenzia la “concupiscenza degli occhi” che proviene dal mondo (1Gv 2,16). Essa si identifica con la malsana curiosità sia verso il mondo reale che quello della fantasia, a volte in un intreccio sfrenato di godimento sensuale e sensibile, eccedente un sano e naturale approccio, senza alcun frutto spirituale, passando attraverso il desiderio smodato di vedere, sentire, e conoscere tutto ciò che succede nel mondo, avvenimenti segreti, scabrosi. Da questa malattia può liberarci il Signore al quale chiediamo di donarci “occhi limpidi che vincano le torbide suggestioni del male, un cuore puro fedele nel servizio, ardente nella lode”, come canta la Liturgia. Diventiamo tutt’occhi per sapere cosa fare e dove andare e, soprattutto, per vedere le opere di Dio e lodare il suo nome in eterno, perchè chiunque veda le nostre opere buone, glorifichi il Padre che è nei cieli. P. Angelo Sardone.

Santità e grazia

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Mattutino di speranza
17 giugno 2020
Il Signore dona e custodisce in noi la santità e la vita. Entrambe provengono dalla sua grazia. Entrambe si sperimentano sulla terra e si godono in pienezza in cielo. La vita cristiana è un itinerario di santità; non avrebbe valore se non fosse tale. Per quanto l’uomo ci pensi o no, la sua esistenza non è vuota, è un insieme di doni ed un impegno responsabile a farli fruttificare con la docilità, l’obbedienza alla fede, la fiducia in Dio ed in sé stesso. Ogni dono di Dio è per Lui oggetto di custodia attenta e gelosa perché nulla vada perduto di ciò che ha creato. Se sono importanti le cose, gli animali, le piante, gli astri del cielo, a maggior ragione ancor di più lo è l’uomo posto nell’universo come dominatore e signore di «tutte le greggi e gli armenti e anche le bestie della campagna, gli uccelli del cielo e i pesci del mare, ogni essere che percorre le vie dei mari» (Sal 8, 8-9). La custodia che ha Dio nei confronti dell’uomo si riverbera in quella che deve avere l’uomo nell’uso corretto delle cose create. Dio ha conferito all’uomo sin dalla creazione il potere di dare il nome alle cose, alle piante, agli animali, e quindi di assoggettarle, perchè nella loro utilizzazione realizzino le finalità per le quali sono state create e servano all’uomo per garantirgli sostentamento ed una vita dignitosa e serena. Dio si è legato con un patto di amore, infranto però dall’uomo a causa della sua superbia, della “dura cervice” e del desiderio contratto col peccato, di essere lui “centro e misura di tutte le cose”, secondo la storica asserzione del filosofo greco Protagora di Abdera, soggetto incontrastato di giudizio della realtà, del modo di essere e del suo significato. Dinanzi alla disfatta ciclica dell’uomo, dalla corruzione a causa della malvagità, alla torre di Babele, dalla rivolta contro i valori naturali con la perversione di Sodoma e Gomorra, al desiderio di autonomia da qualunque nesso vincolante, Dio ha risposto sempre con la sua alleanza attraverso molteplici segni: l’arcobaleno, dopo il diluvio universale, la circoncisione a partire da Abramo, la liberazione dalla schiavitù d’Egitto, i comandamenti dati a Mosè, la legge scritta nel cuore umano con i profeti, fino al patto della nuova ed eterna alleanza sancito col sangue di Cristo sull’altare della croce. L’ingiunzione di Dio «Siate santi, perchè io, il Signore Dio vostro, sono santo» (Lv 19, 2) vede Dio in prima persona attivo ed attento a custodire in noi la sua santità senza ledere la libertà umana, ma orientandola al bene ed al vero. La santità cammina di pari passo con la vita, non come entità astratta, ma come realtà dinamica, coinvolgente ed operativa che porta pace nella tribolazione, ristoro nella fatica, consolazione nel dolore, speranza nella incertezza, verità nel dubbio e nell’errore. Dio rispetta la libertà dell’uomo come valore assoluto e si china a guardare sulla terra e nei cieli anche la scelta sciagurata che egli fa del male, sotto il dominio del peccato. Dio non vuole il male. È l’uomo che sceglie di farlo con consapevolezza e irresponsabilità. Nel suo grande amore Dio concede all’uomo il tempo per pentirsi e veglia sulla sua condotta anche quando cammina nelle tenebre più fitte, quando la libertà concepita e vissuta in forma esagerata diviene libertinaggio, prurito continuo di novità, delirio di onnipotenza, assuefazione al male. Lo strumento di salvezza derivante dalla infinita misericordia di Dio e dal mistero della morte di Cristo si chiama “grazia santificante” che alberga nel cuore dell’uomo e gli viene donata attraverso i sacramenti che di essi sono “mezzi efficaci”. La grazia rende participi della natura di Dio, figli ed eredi di Dio, inabitazione della santissima Trinità. La grazia è la vita di Dio nell’uomo, rendendolo «capace di credere in Dio, di sperare in lui e di amarlo per mezzo delle virtù teologali; gli dà la capacità di vivere e agire sotto la mozione dello Spirito Santo e dei suoi doni; gli permette di crescere nel bene per mezzo delle virtù morali» (Catechismo della Chiesa Cattolica art. 1266). La grazia è un modo concreto col quale «la persona di Gesù attraverso la sua natura divina e la sua natura umana prende la nostra persona umana e la inserisce nella vita divina» (E. Medi). È un grande dono ed anche una grande responsabilità che deve poter regolare il cammino umano e spirituale a tutte le età ed in tutte le condizioni sociali e religiose, senza sbavature devozionistiche che spesso possono tradursi in slanci ed impennate paradisiache che si alternano con picchiate infernali e depressive. Il pericolo diviene ancora più grave quando non ci si rende conto del male che si fa a stessi con l’illusione di essere quasi perfetti, di giustificare ogni cosa in forza dell’età, delle condizioni familiari e sociali, di una errata e personalistica interpretazione della legge di Dio, senza sapere di stare forse a percorrere la via spaziosa e larga che porta alla perdizione. La grazia che è luce, irrompe nel buio fitto dell’errore e fa avvertire il sibilo dolce e suadente della voce di Dio che penetra anche nella più acuta sordità. P. Angelo Sardone

Dio veglia su di noi

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Mattutino di speranza 16 giugno 2020
Qualunque cosa facciamo, Qualcuno sempre veglia su di noi. Non è fatalismo, né superstizione ma concezione di fede e conseguenza dell’affidamento a Dio. L’uomo, proprio per la sua composizione di anima e corpo, di mente e di cuore, di pensieri ed operazioni, di chiarezze e contraddizioni, esprime la sua identità di creatura finita e limitata, in termini di subordinazione a Dio e sviluppa un dialogo con Lui in risposta alla sua apertura d’amore e di giustizia infinita. Il testo sacro della Genesi in un suggestivo quadro antropomorfico, cioè adoperando immagini e categorie umane comprensibili alla mente, presenta Dio Padre come interlocutore dell’uomo e della donna nel Paradiso terrestre dove amabilmente passeggia alla brezza del mattino. Tutto è limpido e sereno fino al momento del peccato. Tutto si scompagina con l’iniziativa dell’orgoglioso ed astuto serpente, visibile materializzazione del demonio, che abbaglia ed acceca di altrettanto desiderio di grandezza ed autonomia, la mente della donna e, di conseguenza, dell’uomo. Essi cedono dinanzi alle lusinghe del diavolo e cadono inesorabilmente nella disobbedienza, venendo meno all’unica proibizione di Dio di non toccare il frutto dell’albero che stava in mezzo al giardino, l’albero della conoscenza del bene e del male. Immediatamente scoprono di essere nudi: i loro occhi innocenti, la loro mente pura, i loro comportamenti trasparenti sono intorbiditi ed offuscati dall’avvento del male che li fa sentire pieni di vergogna l’uno verso dell’altro. A maggior ragione si sentono tali nei confronti di Dio del quale sentono i passi e si nascondono tra gli alberi. Per la prima volta il dialogo che fino allora era stato intimo e profondo, carico di verità e condivisione di amore e felicità piena, che non aveva avuto bisogno di mediazione di parole e di ingiunzioni proibitive, perché si esprimeva con gli sguardi, col sorriso, con la gioia di appartenenza e non di dipendenza opprimente, diventa interrogazione da parte di Dio per la scoperta dell’errore e la ricerca della verità, reciproca accusa tra l’uomo e la donna. Seguono parole precise: «Dove sei?» dice Dio. «Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto», risponde l’uomo. «Chi ti ha fatto sapere che sei nudo?» incalza Dio, «Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?». «La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato», risponde l’uomo scusandosi. «Che hai fatto?» chiede Dio alla donna. «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato» conclude la donna. Dialogo drammatico con formula autoaccusatoria da parte di entrambi i progenitori pur nel tentativo di schermirsi (Gen 3, 1-19). Da allora in poi l’autore sacro li denomina Adàm (fatto di terra, o meglio terra) ed Eva (madre di tutti i viventi). Provvide lo stesso Creatore a far loro delle vesti di pelle al posto delle cinture di foglie di fico che coprivano le loro nudità, a significare che così Dio rendeva sensibile ed operante dentro di loro la coscienza, il «nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria» (GS 16) e stimolava il santo timore. Coscienza e timore sono indispensabili per crescere, per vivere bene, per difendersi dal male. La coscienza morale, in tensione verso il vero bene, adoperando i mezzi donati da Dio, la ragione e la legge divina, deve formarsi rettamente e nella verità perché l’uomo possa obbedirle e scegliere in maniera adeguata ciò che deve fare e ciò che non deve fare. La retta coscienza emette la sentenza sul male commesso e chiama l’uomo ad un pegno di conversione e speranza. Non sempre l’ignoranza ed i giudizi erronei su fatti, situazioni personali ed altrui, sono esenti da colpevolezza. Ad una coscienza erronea e cieca per l’abitudine al peccato, deve sostituirsi una coscienza buona e pura illuminata dalla fede sincera. La retta coscienza si forma sulla scorta della Parola di Dio che è luce e della preghiera. Il rapporto di amore con Dio, libera dalla paura e rende l’uomo confidente, senza timore perché «nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore» (1Gv 4,18). La cura e l’attenzione di Dio sopra gli uomini, che bene si esprime col verbo “vegliare”, cioè stare sveglio, vigilare, proteggere, mira a spingerci al bene ed evitare il male onde «condurre una vita serena e tranquilla in tutta pietà e dignità» (1Tim 2,2). Dio veglia su di noi, ma anche e soprattutto noi dobbiamo stare attenti ed agire secondo la retta coscienza, perché la pratica di vita cristiana nelle opere concrete, sia sempre in assonanza con quanto viene proclamato con le labbra. P. Angelo Sardone

Il ricordo dei genitori

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Mattutino di speranza

15 giugno 2020

 

Ogni giorno, al risveglio, aprendo gli occhi alla vita, il pensiero corre a Dio che ti ha creato per lodarlo, benedirlo, ringraziarlo. Corre anche a chi ti ha dato la vita. In entrambi i casi si tratta di un bisogno naturale ed un dovere spontaneo di riconoscenza istintiva che si appropria dei pensieri, fa luce sul cammino si traduce in preghiera. A Dio si deve l’onore e la gloria con l’offerta del sacrificio di lode, perché “a chi cammina per la retta via Egli mostra la sua salvezza” (Sal 49). Ai genitori, e particolarmente alla mamma, si deve la gratitudine più profonda, sensibile e naturale perché per mezzo del loro mutuo amore è stata trasmessa la vita come dono di amore. Il loro ricordo diviene più solido e maturo man mano che si diventa adulti e si assimilano i contenuti variegati dell’esistenza umana attraverso le gioie ed i dolori, la crescita fisica, psichica, sociale e spirituale. Alle iniziali ed infantili manifestazioni di affetto legate al bisogno di vicinanza, attenzione e cura, si aggiungono quelle più consapevoli di gratitudine ed amore che, con l’andare del tempo, si solidificano in un sacro vincolo regolato dalla ragione e dalla volontà oltre che dall’istinto. Anche quando si diventa padri e madri, quando la vocazione di vita colloca in particolari identità, nonostante che la responsabilità derivante dallo specifico ruolo faccia riversare attenzioni e premure sul coniuge, sui figli, o comunque su chi è oggetto delle responsabilità o della specifica missione, rimane forte e naturale il riferimento a chi ti ha dato la vita. Chi ti è padre o madre, perché ti ha generato alla vita fisica e naturale come a quella spirituale nella grazia sacramentale, non ti perde mai di vista, sia quando è sulla terra, che quando per il mistero inesorabile della morte, ti guida e protegge dal cielo. «Chi riverisce la madre è come chi accumula tesori. Chi onora il padre avrà gioia dai propri figli e sarà esaudito nel giorno della sua preghiera» sentenzia il libro sapienziale del Siracide (Sir 3,4-5). Proprio quando le persone care non ci sono più, il loro ricordo ed il bisogno della loro presenza, dell’ascolto della loro voce, del contatto fisico, di un abbraccio, di un bacio, si fa più pressante.

Il tempo non muta l’esigenza di quei sentimenti che ormai sono affidati alla storia mentre la vita necessariamente continua il suo corso. Non si tratta di considerazioni fantasiose o riflessioni oniriche di nostalgica affezione e rifugio narcisistico, ma semplici e vere manifestazioni di un bisogno naturale che si fa sempre più vivo e fa sentire il suo peso soprattutto in alcune particolari circostanze. Le feste familiari di compleanno ed onomastico segnano il ritmo del cammino e la qualità delle manifestazioni gioiose di condivisione e di unità. Le date che scorrono nella memoria e tornano sistematicamente nel calendario mensile ed annuale, riportano alla mente avvenimenti, sensazioni, storie, pensieri, ricordi, circostanze, volti. Un fiore, un regalo, una telefonata non sono mai cose inutili né banali, né convenzionali. Una visita al cimitero, una preghiera, l’offerta del sacrificio eucaristico sono modi e mezzi concreti che rendono visibile ed attuale il ricordo di chi non è più viandante nella vita. Sono sempre e comunque manifestazioni di interesse, di attenzione ed esprimono, nel segno, la gratitudine e la gioia della condivisione. Anche quando un padre ed una madre sono stati traditi nella fiducia, con la pretesa di godere della propria autonomia, libertà ed autodeterminazione, quando le situazioni e le scelte talora sconsiderate della vita hanno portato su strade impervie e piene di ostacoli e problemi, anche sull’orlo di scelte importanti, essi rimangono per un prodigio che va oltre la natura, i punti di riferimenti ai quali non si è capaci di rinunziare. Anche quando i genitori diventano anziani e possono costituire un peso per la gestione della casa, della famiglia, del lavoro. Prima o poi, pensandoci o no, le loro parole, i loro gesti, le loro indicazioni, ritornano alla mente ed inducono a riflettere e ad agire di conseguenza. Tutto questo diventa insegnamento per chi è più giovane. La sapienza divina con chiarezza esorta: «Figlio, soccorri tuo padre nella vecchiaia, non contristarlo durante la sua vita. Anche se perdesse il senno, compatiscilo e non disprezzarlo, mentre sei nel pieno vigore. Poiché la pietà verso il padre non sarà dimenticata, ti sarà computata a sconto dei peccati». (Sir 3, 12-14). Gesù che aveva detto allo scriba intelligente suo interlocutore: «Fa questo e vivrai!», ripete la stessa cosa a ciascuno. Se sapremo riflettere adeguatamente e mettere in pratica quanto la stessa ragione e saggezza umana suggeriscono, anche nella preghiera le parole diventeranno efficaci, saranno esaudite e, come diceva S. Cipriano, guadagneranno la benevolenza di Dio. P. Angelo Sardone

Il Pane della provvidenza di S. Antonio

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Mattutino di speranza

13 giugno 2020

 

Sempre il Signore risponde al grido del povero. Le indicazioni bibliche riservano una attenzione tutta speciale, propria del popolo d’Israele, per tre categorie di persone: gli orfani, le vedove, gli stranieri, che si accomunano in quella più ampia della povertà. Francesco d’Assisi la chiamava “Madonna” e la sposò come ideale carismatico proponendolo al suo Ordine ed alla Chiesa come via concreta per adempiere il Vangelo. Ad essa si sono ispirati i grandi Santi antichi e recenti, quelli più noti come quelli della porta accanto. Gesù Cristo ne ha esaltato il valore e l’ha proposta come ideale del Regno, facendosi Lui povero perché «diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà» (2Cor 8,9). Il suo insegnamento è un vero paradosso. Non si tratta semplicemente di un concetto ma di una realtà, eterna compagna della vita dell’uomo, che si inquadra e esprime nella comune identità umana solcata in ogni tempo dal tema e dal limite della povertà che non sarà mai sconfitta del tutto, secondo quanto Gesù Cristo stesso ha detto: “I poveri li avrete sempre con voi” (Mc 14,7). E non può essere diversamente perché “di essi è il regno dei cieli” (Mt 5, 3). I poveri sono coloro che necessitano di tutto e proprio per questo si abbandonano con fiducia a Colui che può dare tutto. Sono molteplici gli aspetti della vita e dell’esperienza umana che richiamano il valore della povertà: da quella sociale e materiale, a quella spirituale, da quella culturale a quella relazionale, da quella di idee a quella di operazioni, da quella del pane a quella del lavoro, dell’affetto, della benevolenza, della gratitudine. Una risposta alla povertà di tutti i tempi è costituita dalla vita e dall’esempio di S. Antonio di Padova, insigne predicatore, grande taumaturgo, santo di tutto il mondo. Pur proveniente da un casato ricco e nobile abbracciò la povertà estrema dei Frati Minori mettendosi al servizio dell’evangelizzazione con gli strumenti della fede, la Sacra Scrittura che conosceva a menadito, la predicazione incisiva, forte e sconvolgente, l’attenzione verso le necessità di tutti, particolarmente i poveri di pane materiale e spirituale, derelitti ed afflitti per le vicende umane di sofferenze e malattie, bisognosi di purificazione interiore, conversione, di un autentico ritorno a Dio. Durante la sua breve esistenza, appena 36 anni, ha distribuito a profusione il pane della Parola, della predicazione costante e fortemente incisiva, della cura estenuante delle anime che incontrava e guidava, il pane del perdono e della misericordia di Dio donato con la sua parola sferzante e senza limiti di vergogna e paura. Pochi anni dopo la sua morte, quella del pane divenne una modalità concreta di devozione e di ricorso a lui. Tutto cominciò con la vicenda del piccolo Tommasino, un bimbo di 20 mesi ridato alla vita per l’invocazione fiduciosa ed insistente della mamma che promise a S. Antonio tanto frumento quanto il peso del corpo del suo bambino. S. Annibale Maria Di Francia ripropose la devozione nel 1887 a seguito del colera di Messina per l’iniziativa di una nobildonna che, salvata dal morbo, promise e fece una lauta offerta perché si comprasse “Pane ad onore di S. Antonio per gli orfanelli del canonico Di Francia”. Per noi Rogazionisti quella del Pane di S. Antonio è una specialità che continua ancora oggi nel servizio dei piccoli e dei poveri, parte integrante del carisma della preghiera ed azione per le vocazioni. S. Antonio è il buon “operaio del vangelo” che ha compassione della messe, si spende per essa e la soccorre intercedendo presso Dio perché non manchi mai la sua divina provvidenza, anche in questo particolare e difficile momento della vita sociale. Insieme con il pane, sono espressivi i segni dell’iconografia antoniana che identificano la missione del Santo e la sua potente intercessione: il Libro della Parola (i suoi Sermoni sono un compendio straordinario di dottrina biblica, teologica e pastorale), Gesù Bambino in braccio (amato soprattutto nel mistero dell’Eucaristia), la Madonna venerata con grande amore. In particolare il giglio, segno della intemerata purezza di corpo e di cuore. Ritto nella sua imponente altezza, superbo nella sua bellezza, intenso nel suo inebriante profumo. Sia oggi il segno dell’amore di Dio che avvolge ed inebria la vita e dell’amore dell’uomo che purificato dalla grazia e stimolato dalla testimonianza dei Santi, profumi di virtù e spanda il suo odore insieme con quello di Cristo. P. Angelo Sardone

L’incontro con Dio e la preghiera

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Mattutino di speranza

12 giugno 2020

 

Ogni giorno l’inizio della preghiera liturgica è caratterizzato da un gesto simbolico e da una invocazione. Mentre col dito si traccia un segno di croce sulla bocca si aggiunge: «Signore apri le mie labbra e la mia bocca proclami la tua lode!». L’incisivo versetto del Salmo 50 diviene l’incipit di ogni preghiera che si innalza dal cuore e dalla bocca della creatura al Dio di ogni desiderio, perché sia Lui ad introdurla nel misterioso mondo del suo incontro. La preghiera vera, infatti, quella che esalta e loda il Signore per i suoi benefici, si inebria del suo mistero e permette all’uomo di inabissarsi in Lui, viene suscitata da Dio stesso ed a Lui indirizzata. Diversamente, come afferma il profeta Isaia, non è altro che un costrutto umano di chi si avvicina a Lui solo con la bocca mentre il suo cuore è lontano da Lui e la venerazione verso di Lui non è altro che un imparaticcio di precetti umani (Is 29,13). Un imparaticcio talora pieno solo di parole umane, imbarazzo, confusione, vergogna. Con gemiti inesprimibili lo Spirito Santo porta al cospetto del Signore ogni palpito del cuore, ogni desiderio, ogni pensiero, ogni nostra miseria. Con la preghiera si accarezza il cuore di quel Dio che sta alla porta del cuore dell’uomo e continua a bussare desiderando entrarvi, sedersi e cenare con chi ascolta la sua voce (Apc 3,20). Per introdursi nella preghiera ed incontrare Dio davvero, bisogna prima di tutto entrare nella buia e fredda caverna del monte, una sorta di anticamera della luce di Dio e fermarsi sull’orlo invalicabile del suo mistero impenetrabile. Qui si sosta per riposare nell’incognita di quel buio che richiama il cuore umano popolato talora da confusione, ostacoli, scelte azzardate, scombussolamento, rifiuto pratico di Dio. Dopo la notte passata nel dormiveglia del ripensamento e dell’esame serio e profondo della propria coscienza, Dio stesso invita ad uscire dall’isolamento, dal buio, dalla paura, dell’incertezza, dalla consapevolezza della gravità del peccato e portarsi prima all’ingresso della caverna e poi sul monte per fermarsi alla Sua presenza. Con modi e moti diversi Dio preannuncia il suo passaggio e la sua presenza: il vento, il terremoto, il fuoco. In essi non c’è Dio, ci siamo noi. Questi elementi tumultuosi della natura richiamano lo stato di fatto dell’anima umana scoraggiata ed auto-vilipesa: la veemenza delle passioni ed il turbinio della coscienza, lo sconquasso determinato dal peccato con la confusione e la paura, le macerie che cadono addosso e che ingombrano la strada della propria realizzazione, il fuoco travolgente della passione ingannatrice che brucia, consuma la coscienza e spazza via la semplicità, macchiando la veste bianca dell’innocenza e della virtù. Si dispiega così ai nostri occhi la responsabilità personale dinanzi alla grandezza della bontà di Dio e del suo generoso amore. Rimanendo all’ingresso della caverna e lasciando alle spalle il buio della notte della tribolazione, del peccato, della perversione, finalmente si coglie il passaggio delicatissimo di Dio nella brezza leggera del mattino che accarezza il viso e penetra nell’animo. Noi ci copriamo il viso sconcertato e pieno di vergogna con il mantello dei buoni propositi, del desiderio innato del bene offuscato dalla ricerca di un amore compensativo ed esaltante, un mantello a volte lacerato dagli strappi consumati di rifiuto del bene, pieno di polvere del suolo e madido di sudore, sporco di sangue sgorgato dalle ferite visibili e nascoste del corpo provocate da noi o da altri. Il Signore allora si ferma; Lui che rispetta la nostra libertà e finanche la scelta sciagurata di respingerLo per seguire le nostre vie, i nostri pensieri i nostri frustranti desideri, viene a noi con la sua voce delicata e suadente e continua a chiedere: «Che fai tu qui?». Noi riusciamo appena a balbettare con molto imbarazzo: «Voglio riempirmi del tuo zelo, perché ho abbandonato la tua alleanza, sono venuto meno agli impegni del mio Battesimo, ho demolito dentro e fuori di me i sacri altari dell’innocenza, della purezza, della mia dignità; ho ucciso tante volte me stesso con la superbia, l’arroganza, la sopraffazione. Mi sono tolto ed ho anche tolto la vita. Ora sono rimasto solo e qualcuno con colpo maldestro cerca ancora di togliermi la vita!». Nell’intreccio di questa insolita preghiera nella quale Dio per primo cerca noi come interlocutori di amore, Egli risponde anche a ciò che non abbiamo il coraggio di dirgli: «Su, abbi pazienza con te, come io ce l’ho avuta e continuo ad averla nei tuoi confronti. Non avere paura e non temere nonostante tutto quello che puoi aver detto e fatto. Smettila di farti del male con le ingannevoli illusioni. Ritorna sui tuoi passi verso il deserto del tuo essere e lì troverai non più la steppa, ma un giardino nel quale dovrai cominciare o continuare a coltivare quei frutti che da sempre ho seminato in te: la fede in me, la bontà, la bellezza, l’intelligenza, il buonsenso, il desiderio di felicità, la tua piena realizzazione. Per ora tocca a te. Giungerà poi il momento quando queste cose dovrai comunicarle ad altri. Ora comincia da te. E noi gli rispondiamo: «Nunc coepi!», «Signore, ogni giorno apro a te il mio cuore e la mia vita. Adesso io voglio ricominciare. Adesso io incomincio» P. Angelo Sardone

L’annuncio e la testimonianza

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Mattutino di speranza

11 giugno 2020

 

Il compito del cristiano è annunciare e testimoniare, sempre e dovunque. Questa responsabilità e questo onere gli vengono direttamente dalla sua vocazione di figlio di Dio e dalla sua conformazione a Gesù Cristo, dal quale prende nome. La sua entità si sviluppa e realizza nella vita con comportamenti che traducono in opere il bagaglio della fede ricevuto in dono nel Battesimo. Ad Antiochia per la prima volta i discepoli di Gesù furono chiamati “cristiani”, cioè seguaci di Cristo (At 11,26). Il discepolo è colui che ascolta, l’allievo che apprende dal maestro. Il seguace è colui che si pone sulla stessa strada del maestro, va dietro di Lui, sforzandosi di ricopiare i suoi atteggiamenti e di mettere in pratica quanto ha appreso. Gesù stesso lo ha detto: «Prendete il mio giogo su di voi ed imparate da me che sono mite ed umile di cuore» (Mt 11,29). Il cristiano è dunque il discepolo di Gesù, la cui scuola dura tutta la vita e fa raggiungere la piena maturità solo al termine della vita. Allora si scopre che quello che si è potuto capire, raggiungere, fare, esprimere, è il minimo di quanto si sarebbe potuto ancora fare. Per tanti cristiani i primi rudimenti della fede sono rimasti tali, prime nozioni; la catechesi si è fermata agli anni della fanciullezza e dell’adolescenza senza alcun ritmo proporzionato all’età ed alla efficienza lavorativa, culturale, sociale. I problemi della vita, gli ambienti, le situazioni, la stessa crescita, tante volte soffocano i desideri spirituali, frenano la pratica della vita cristiana ed impediscono di fatto un attento e sistematico sviluppo della fede nella mente, nei comportamenti e nelle scelte di vita. All’atto del Battesimo, il sacramento fontale, porta che apre alla vita spirituale, che presuppone la fede prima ancora di darla, evidentemente attraverso i genitori che lo richiedono, a ciascuno è stato consegnato un pacchetto di doni da far fruttificare, sviluppare e mettere a servizio. Il cammino abilita gradualmente alla conoscenza adeguata dei doni e si traduce nell’attuazione e nel loro sviluppo soprattutto con la grazia dei sacramenti, la preghiera, la pratica delle virtù, l’impegno sociale, la realizzazione della personale vocazione, la testimonianza. Tutto deve realizzarsi in un clima di semplicità, umiltà e desiderio di agire nel silenzio testimoniante che, quando è vero non è mai vuoto e, se è pieno di Dio, è eloquente con le parole e le azioni adatte e conduce alla perfezione, senza strepito superbo. Un grande vescovo dei primi tempi del cristianesimo, S. Ignazio di Antiochia metteva bene in guardia: «È meglio essere cristiano senza dirlo, che proclamarlo senza esserlo. È cosa buona insegnare, se chi parla pratica ciò che insegna». Nella solenne liturgia dell’ordinazione sacerdotale, i riti esplicativi si concludono con la consegna del pane e del vino, materia del sacrificio eucaristico, ed una formula esplicativa che il vescovo sottolinea con un vigoroso imperativo: «Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore». Ciò determina nella coscienza e nella vita del prete una grande responsabilità che lo impegna prima di tutto ad essere quello per cui è stato trasformato ontologicamente, e poi ad agire in maniera conforme a quanto ha ricevuto gratuitamente ed accolto volontariamente. Questa responsabilità talora è schiacciante ma è alleggerita dalla consapevolezza che il limite umano è sorretto unicamente dalla conformazione a Cristo e dalla sua azione santificante che fa di un povero uomo un sacerdote, cioè colui che è addetto al sacro, che offre a Dio le cose sacre, i sacrifici del popolo, il popolo stesso. Man mano che si cresce ci si rende sempre più consapevoli dei doni ricevuti e si sviluppa il bisogno dell’annuncio ed il dovere della testimonianza. Ciò comporta una diuturna occupazione per l’ascolto attento della Parola che passa prima di tutto attraverso l’ascolto della propria retta coscienza, la pratica della preghiera che prima di essere formula da pronunziare è atteggiamento da assumere in lode e gratitudine, l’impegno giornaliero nel lavoro intellettuale, manuale, nel servizio della carità. Proprio così l’annuncio diviene testimonianza concreta e l’essere cristiano non rimane parola vuota ma vita piena. P. Angelo Sardone