Duc in altum!

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Mattutino di speranza

3 giugno 2020

Siamo chiamati a prendere il largo. Non si tratta di una libertà concessa, ma di un esplicito invito a rimettersi in barca e gettare le reti. È una vera opportunità per ripartire e ricominciare. La vita dell’uomo, infatti, è un ri-avvio continuo in sincronia con i ritmi delle stagioni e degli avvenimenti che segnano la sua esperienza giornaliera sia ordinaria e ripetitiva, che straordinaria e sconvolgente. Tante volte è duro riavviare e riavviarsi. Si può aver acquisito l’anomalo senso di una stabilità nell’instabilità, di una armonia nella stonata e sgradevole dissonanza, di una sicurezza nella insicurezza, di un ordine apparente nel disordine più evidente, fino a far diventare il tutto, l’unica attuale certezza perché del domani non se ne sa niente. L’invito del Signore rivolto a Pietro «duc in altum, prendi il largo» raccontano da S. Luca nel suo Vangelo (Lc 5, 1-11), è perentorio e precede l’amaro sfogo del pescatore incallito, per una notte trascorsa nel lago senza aver pescato nulla. E’ l’invito rivolto al giovane ed alla giovane, all’uomo ed alla donna di oggi, sconsolati e tristi per una stagione o una vita che ha riservato solo amarezze e delusioni senza fine, tagliati fuori dalla speranza, illusi nella ricerca di qualcosa di grande rivelatosi certezza incerta, ammiccante ed attrattivo specchio di forte illusione su fragili sentimenti, meschini e talora diabolici tranelli colorati con parole melliflue che solleticano il cuore ed il corpo e destano sensazioni che appagano solo per poco ed in superficie. La pesca mancata, tante volte è il risultato di una vita costruita arrancandosi per via, adattandosi alle situazioni anche le più incresciose e funeste, alla ricerca non sempre consapevole di emozioni stagionali che riempiono solo un vuoto interiore, il più delle volte di affetto, che sembrano dare una pienezza e l’incentivo a ricostruire sulle macerie della vita. Senza sapere che in fondo l’ingarbugliano in una rete di confusione talmente grande che, se anche dovesse presentarsi un piccolo pesce, quel meschino riesce a scappare perché le maglie della rete sono larghe e non trattengono nulla, i sentimenti sono confusi e le illusioni sono accecanti. Gesù, anche a seguito di una terribile esperienza come quella attuale della pandemia, vuole servirsi di noi, della nostra miseria, della coscienza di essere peccatori, vuole servirsi della nostra barca (il nostro corpo, la nostra vita, l’intelligenza, la bellezza, la vocazione, la spiritualità anche se fragile ed incerta) dove ha preso un posto straordinario per insegnare a noi e agli altri che sono rimasti a riva dei nostri interessi. Il maestro induce a prendere il largo, senza paura, fidandoci, perchè rimane Lui stesso sulla barca con noi per darci la garanzia più autentica della stabilità sull’onda sferzata dal vento e della sicura raccolta di una pesca abbondante. Ma Cristo è esigente: propone e richiede un serio programma di vita spirituale non camuffato da facili emozioni passeggere e sul filo della simpatia, ma determinato da una volontà decisa a «finirla una volta per sempre con i nostri peccati». Chiede di prendere decisioni precise anche se dolorose per andare verso il largo molto più spazioso ed avvincente di un porto limitato alla presenza di troppe barche e troppi pescatori che ripetono ogni giorno il loro annoiato cliché di un tentativo rassegnato di raccolta dove non abboccano più neppure i pesci più piccoli. Decisioni non affrettate e non sollecitate dall’emozione del momento, ma ponderate sulla base di illuminati consigli di pescatori più saggi che sanno quando è il momento di pescare e quando no, conoscono la veemenza e la pericolosità del mare, sanno adoperare le lampare con la scorta del carburante e sanno rettamente amministrarlo dosandolo per una notte che può durare anche tutta una vita. Se c’è Gesù accanto o se è Lui a nascondersi dentro un “pescatore di uomini”, stabile e non avventizio, generoso ed esigente, perspicace e lungimirante, serio e proteso al vero bene dell’anima, non solo la pesca sarà abbondante, ma ci sarà bisogno di chiamare altri a godere della stessa gioiosa abbondanza. Da quarant’anni io esco ogni giorno per la pesca, affrontando il lago e il mare talora tempestoso ed incerto, con la consapevolezza dell’apprendista in rodaggio e lo stupore incantato del bambino, con la meraviglia sempre nuova di chi tocca con mano l’abbondante Provvidenza di Dio in pesci piccoli e grandi, variopinti e monocromatici, graziosi e gustosi, sani e feriti, che hanno abboccato all’amo o sono volutamente entrati nella rete per essere finalmente valorizzati. Questi pesci io raccolgo con cura scrupolosa ed amore sviscerato, sapendo che non mi appartengono, che sono il bel regalo che sorprendentemente Dio mi riserva e mio grande onore sarà quello di mostrarli orgogliosamente sul banco della vendita ad intenditori accorti e non semplicemente voraci di novità. E questo lo faccio perché sono convinto, come mi spesso mi ripeteva un mio confratello cui devo l’introduzione ed i primi passi nel fascinoso mondo della filosofia, che, come affermava Emmanuel Levinàs, un filosofo francese di origini ebraico-lituane, «dal momento in cui un altro mi guarda, io ne sono responsabile». A maggior ragione quando uno entra nella mia vita, mi si affida, cammina con me, sostiene anche me. P. Angelo Sardone