La calca della gente

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203. «Aveva guarito molti, cosicché quanti avevano qualche male si gettavano su di lui per toccarlo» (Mc 3,10). Il ministero di Gesù è corredato dalla presenza impressionante delle folle che non gli danno tregua, soprattutto dopo aver sperimentato la guarigione del corpo e la potenza della sua parola sugli spiriti immondi. Il racconto di questi prodigi si diffondeva a macchia d’olio dappertutto. Il bisogno della liberazione dal male fisico spingeva tantissima gente ad andare da Lui. La necessità era grande fino al punto di trovarsi nella improvvida condizione di schiacciarlo per la ressa e l’assembramento senza regole. Per non patire questo disagio Gesù chiese agli apostoli di tenergli pronta una barca: stando nell’acqua si sarebbe preservato dal soffocamento ed avrebbe potuto parlare più liberamente. Era sopraffatto non solo dai loro lamenti e dalle accorate richieste di guarigione, ma anche dagli spintoni alla rinfusa e dalle mani protese desiderose di toccarlo. Ad una donna basterà toccare il lembo del mantello per essere guarita. La debolezza cronica della natura umana si incontra ed anela alla potenza salvifica e terapeutica di Gesù. Il bisogno di guarigione e di salvezza non si scontra ma viene integrato nel dono incommensurabile della grazia. C’è un bisogno innato nella creatura umana del contatto con la divinità ed anche col proprio simile da cui si riceve sicurezza e risposta tranquillizzante. La medesima esperienza di Gesù si rinnova nella vita della Chiesa e nelle relazioni del popolo di Dio col sacerdote. È la potenza della grazia che compie il miracolo della guarigione dell’anima e talora, attraverso l’invocazione e la mediazione dei Santi, anche quella del corpo. P. Angelo Sardone.

Secondo l’ordine di Melchisedek

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202. «Tu sei sacerdote per sempre secondo l’ordine di Melchìsedek» (Eb 7, 17).

È il ritornello salmodico e la sintesi dell’identità del sacerdozio instaurato da Gesù, ampiamente riportato nell’esposizione teologica più sistematica del Nuovo Testamento, redatta dall’autore della Lettera agli Ebrei. Egli, facendo eco al salmo 109, attribuisce a Gesù il sacerdozio secondo l’ordine di Melchisedek, il sacerdote che era andato incontro ad Abramo, l’aveva benedetto e da lui aveva ricevuto la percentuale del suo bottino di guerra. Questo misterioso personaggio, che non ha identificazione, senza padre, senza madre, senza genealogia, senza tempo, rimane il «tipo» del Figlio di Dio, e per questo rimane sacerdote per sempre. Cristo possiede un sacerdozio celeste ed eterno: compie in maniera perfetta il suo servizio sacrificale offrendo se stesso, avendo realizzato una solidarietà piena con l’uomo. Si è fatto carico delle sue debolezze e sofferenze facendosi in tutto uguale fuorché nel peccato. La sua offerta è completa, unica, efficace. Per riunire in un sol corpo i fedeli, Gesù promosse alcuni di loro come ministri, con la potestà dell’ordine sacro per offrire il sacrificio e perdonare i peccati, svolgendo la funzione sacerdotale. Gli apostoli resero partecipi della consacrazione e missione di Cristo i successori, i vescovi, la cui funzione ministeriale fu trasmessa in grado subordinato ai presbiteri (PO 2). Il servizio del sacerdote è l’annuncio del Vangelo, per far crescere, santificare e governare il popolo di Dio. Egli è segnato dal carattere indelebile che lo configura a Cristo, nel cui nome e nella cui persona agisce. P. Angelo Sardone

Il Signore padrone del sabato

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201. «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato» (Mc 2, 28). Durante l’intero suo ministero, fu continuo il contrasto di Gesù con gli Scribi ed i Farisei, che si credevano depositari della Legge e della sua interpretazione, a scapito degli insegnamenti rivoluzionari del Maestro di Nazaret. Egli infatti affermava di essere venuto a dare compimento alla legge ed a purificarla da quelle prescrizioni e precetti che incarcerano la mente e la retta libertà dell’uomo rendendolo schiavo della norma. Una delle costanti era la questione del “Sabato”, il settimo giorno del calendario ebraico, giorno sacro dedicato all’osservanza del culto. Il termine significa “riposo” ed evoca una situazione di estremo rigore, se non ossessione, legata al giorno nel quale non era possibile compiere lavoro alcuno, sulla base di quanto Dio stesso aveva fatto nella creazione. Anche la preparazione del cibo rientrava tra i 39 lavori proibiti. Gesù l’osservava, ma in maniera ragionevole. Anzi fece e disse di più: si dichiarò padrone del sabato, compiendo guarigioni in quel giorno e definendo meramente umane le interpretazioni dei Rabbini. Il sabato va santificato, ma mai a costo di sottrarsi dal provvedimento ai bisogni essenziali e dal fare il bene al prossimo. La sentenza riportata dall’evangelista Marco viene condivisa da S. Paolo che invita i primi cristiani a superarne l’osservanza, liberandoli da simile ossessione legalista e penalizzante. Nel Cristianesimo il giorno del Signore è la Domenica, giorno per eccellenza del riposo, per potersi dedicare all’ascolto della Parola ed alla partecipazione alla santa Messa, memoriale della risurrezione di Cristo. P. Angelo Sardone

Il sacerdozio ed i sacerdoti

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200. «Ogni sacerdote è scelto fra gli uomini e per gli uomini viene costituito tale nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati (Eb 5,1). La trattazione teologica del sacerdozio di Cristo nella Lettera agli Ebrei tocca il vertice nell’affermazione di Cristo sommo sacerdote in grado di compatire le infermità, superiore al sacerdozio levitico, mediatore di una migliore alleanza sigillata col suo sangue. A lui deve ispirarsi ogni sacerdote ministro della Chiesa se vuole dare pieno senso alla sua vocazione ed al suo ministero. Luogo di provenienza è il popolo di Dio, gli uomini, tra i quali viene preso, scelto, per essere costituito tale per il bene degli uomini in tutto ciò che riguarda e si riferisce a Dio. Il suo compito è l’offerta non solo dei doni e dei sacrifici, ma soprattutto di se stesso: “l’offerta, cioè la vittima, è inseparabile dal sacerdote” (Giovanni Paolo II). La sua condizione di uomo, seppure trasformato dalla grazia dell’ordine sacro, non lo eleva alla condizione di superuomo, ma lo impegna in un cammino virtuoso di testimonianza, umiltà ed esempio in tutto. La scelta di Dio non è in base al ceto sociale dell’uomo, alla sua intelligenza o al potere, ma è determinata esclusivamente dall’amore, perché l’uomo diventi amore fino a dare la propria vita per gli altri. Lungi dalla sua mente il carrierismo, lo stato sociale elevato o favorito, la smania di incensi, paramenti dorati, berrette e codazzi cardinalizi. Cristo rifiuta queste modalità, chiedendo invece di scarlatto, la tunica della Passione ed il sangue dell’oblazione e del sacrificio. E questo, ogni giorno. P. Angelo Sardone

La saggezza del discernimento

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199. «Se ti chiamerà, dirai: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”» (1 Sam 3,9). Ogni storia vocazionale ha il suo modello in quella di Samuele, profeta d’Israele che vive nel tempio ma che, data la sua età, non ha capacità immediata di comprensione e discernimento. La mediazione del suo maestro, il sacerdote Eli, è determinante ai fini della chiarificazione. La chiamata che risuona più volte nel cuore della notte non è allucinazione o sogno, ma è realtà e segno della insistenza amorosa con la quale il Signore chiede la collaborazione di un ragazzo per il suo piano di salvezza. La saggezza del sacerdote e la disponibilità del ragazzo danno compimento pieno alla volontà di Dio che prepara il suo popolo ed il futuro profeta a non lasciare andare a vuoto nessuna Sua Parola. Non basta l’entusiasmo del neofita che abita nella casa di Dio, anche giorno e notte, non è sufficiente l’esercizio di un ministero a servizio del popolo. È indispensabile il discernimento retto, serio, maturo, frutto di una professionalità derivante non da lauree, intraprendenza, esposizione ed efficienza mediatica, quanto da esperienza consumata davanti al tabernacolo ed al servizio di Dio e del suo popolo. Ciò che conta è l’umiltà, la docilità alla grazia e la competenza fatta di ginocchia e nel nascondimento, frutto di applicazione nell’ascolto della Parola e della vita degli altri. Solo così la volontà di chi è guidato e condotto, trova nel maestro piena veridicità e supporto concreto. La sua, allora, non è solo entusiastica ed effimera risposta di un giorno o di un tempo, ma impegno di tutta una vita, senza lasciare andare perduta parola alcuna di Dio ed anche dell’uomo. P. Angelo Sardone.

La ferma professione di fede

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198. «Poiché abbiamo un sommo sacerdote grande, Gesù, manteniamo ferma la professione della fede» (Eb 4,14). La lettera agli Ebrei è un autentico compendio teologico. La realtà del sacerdozio di Cristo inaugurata dal mistero della sua morte e risurrezione, completa l’antico sacerdozio con la differenza che Gesù è contemporaneamente sacerdote, vittima ed offerta. Adempiendo il salmo profetico, Gesù è venuto per compiere la volontà di Dio (Sal 39, 8-9) e realizzare la salvezza. I sacrifici e le antiche offerte sono superate ed espresse dall’unico perfetto sacrificio che si rinnova ogni giorno sull’altare nella celebrazione della S. Messa. In essa Gesù si offre ed è offerto come vittima di espiazione per i nostri peccati. Il sacerdote offre in “persona Christi” il sacrificio per i peccati suoi e del popolo di Dio. Il cristiano è chiamato a tenere ferma la sua fede, facendola crescere alla scuola del Vangelo e alimentandola con la pratica della vita sacramentale. Oggi, soprattutto, dinanzi a sconvolgimenti continui, delusioni, confusione morale, scandali anche da parte di ecclesiastici e buoni fedeli, preoccupazioni per il domani, non è facile mantenere fede alla professione battesimale che vincola in una pratica di vita coerente ed impegnativa. È facile venire meno ai propri impegni, giustificandosi con facilità per la debolezza umana, le contingenze storiche ed esistenziali. Proprio in una situazione precaria è invece indispensabile mantenersi fermi nella professione della fede che si prova nella difficoltà e nella prova. Questa è stata la logica dei Santi, guardando a Gesù Cristo, «autore e perfezionatore della nostra fede» (Eb 12,2). P. Angelo Sardone

La solidarietà

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197. «Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: “Figlio, ti sono perdonati i peccati”» (Mt 9,2). Diversi interventi di Gesù, terapeutici o di insegnamento, spesso sono in linea e risposta ad una precisa manifestazione di fede da parte degli interlocutori. La sua didattica è una introduzione costante alla dimensione della fede sulla quale deve regolarsi e reggersi la vita. I suoi primi insegnamenti insistono su una adesione sincera e costante al Vangelo che è nello stesso tempo veicolo di fede ed esige la fede. Le malattie fisiche e spirituali trovano in Lui il medico sempre pronto ad accogliere ed intervenire. Anche la solidarietà si fa carico delle miserie e delle sofferenze ed in un ritmo di fratellanza prende il peso soprattutto di chi non è in grado di affrontare da solo le difficoltà di un incontro personale con Cristo. L’episodio evangelico a Cafarnao della guarigione del paralitico introdotto in casa attraverso il tetto scoperchiato a causa della grande ressa di persone, testimonia che la collaborazione caritativa non è semplicemente filantropia, ma manifestazione di fede. Il gesto compiuto nei confronti di un povero indigente incapace a muoversi da solo ed il coraggio di compiere un gesto fuori del comune calandolo dalla sommità della casa, è manifestazione di grande carità verso il prossimo e di fiducia nell’onnipotenza di Dio. Gesù premia la fede dei soccorritori e quella del paralitico concedendo, a lui la guarigione dello spirito col perdono dei peccati e la salute del corpo, ed ai generosi volontari la gioia di vederlo andarsene a casa coi suoi piedi. P. Angelo Sardone.

Il Signore cerca un cuore non indurito

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196. «Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori come nel giorno della ribellione» (Eb 3,7). Il grande dottore di Gerusalemme, autore della Lettera agli Ebrei, volendo mettere in guardia i suoi interlocutori dalla presenza di un cuore perverso e senza fede, onde introdurli nella sicurezza della terra promessa, riprende testualmente cinque versetti del Salmo 95, 7-11. L’attualizzazione del testo riguarda la nuova situazione determinata dalla crescita nella fede che avvicina al Signore e dalla comune esortazione a non indurire il cuore sedotto dal peccato. La Scrittura si spiega con la stessa Scrittura e pagine bellissime del Vecchio Testamento trovano attuazione e comprensione negli scritti del Nuovo. La vicenda storica dell’Esodo ha segnato la vita del popolo d’Israele, sia per il lungo peregrinare nel deserto, che per tutti gli avvenimenti lieti e tristi che lo hanno caratterizzato fino all’ingresso nella Terra promessa da Dio, considerata come luogo del riposo. Nel corso dell’itinerario quarantennale, spesso il popolo si ribellò al Signore, chiese pane, carne ed acqua e, nauseato di questi prodotti, indurì il cuore nel peccato di idolatria, mancanza di fiducia, disobbedienza. Furono molti i giorni della ribellione, soffocati da precisi e purificatori interventi di Dio che causarono anche morti nel deserto. La mancanza di fede, impedì agli Ebrei, compreso Mosè, di entrare nella terra promessa. La partecipazione alla vita ed alla morte di Gesù, oggi, esige di mantenere sicura sino alla fine la fiducia in Lui, pena l’esclusione dalla partecipazione alla sua gloria. L’insegnamento biblico ribadisce la serietà con la quale si deve seguire in Signore nell’itinerario di una fede semplice, ma matura, lineare e non ingolfata in tanti spiritualismi e ingannevoli devozionismi. P. Angelo Sardone

Andiamo altrove! Andate altrove!

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195. «Tutti ti cercano! Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!» (Mc 1, 37-38). Lo straordinario potere esercitato da Cristo con la sua predicazione e gli interventi miracolosi, lo impongono alla curiosità ed alla ricerca del popolo che lo segue, lo acclama e lo ascolta. Non è lo scriba di turno o il maestro improvvisato. La sua parola è viva e penetrante; il suo modo di fare è dolce e convincente; la sua autorità è divina; la sua opera è efficace sui demoni e terapeutica per le varie malattie. La sua notorietà è grande. Ma egli è schivo da tutto questo, ritenendo che il suo compito è universale, non è riservato solo ad un luogo o a poche persone. Vede le acclamazioni entusiastiche già proiettate nel pretorio di Pilato dove si tradurranno nel vile “crocifiggilo!”. I villaggi vicini attendono la sua predicazione; gli afflitti il suo conforto, gli sfiduciati la sua consolazione, i malati la guarigione. Il suo ministero deve risolversi in più ampio spazio predicativo. Tutti lo cercano ed hanno bisogno di Lui. Attraverso la buona novella, Egli cerca le anime, si dirige al cuore, sazia la fame e sete di Dio, guarisce le ferite interiori. L’evangelizzazione continua oggi attraverso i sacerdoti, ministri forti e miti della Parola che salva. A volte da parte di alcuni fedeli c’è un’eccessiva e spropositata concentrazione di attenzione e di ascolto sul predicatore di turno, elegante o stravagante, amante delle telecamere, dei titoli di pubblicazioni o dei like. Non tutti i ministri del Signore hanno l’umiltà, la forza e la maturità per dire come Gesù: andiamo altrove, c’è tanto altro da fare! P. Angelo Sardone